Due alti funzionari dell’amministrazione spiegano perché l’era dell’engagement con la Cina è finita: “ora sarà competizione” (a parte il clima). E rilanciano l’appello ai partner

“Con la Cina è finita l’era dell’engagement” a tutti i costi: “d’ora in poi il paradigma dominante sarà piuttosto quella della competizione”. Parola di Kurt Campbell, coordinatore per l’Indo-Pacifico al Consiglio per la sicurezza nazionale di Joe Biden.

Il diplomatico soprannominato dai media statunitensi “Biden’s Asia Czar” non è nuovo a uscite di questo tono. È sufficiente leggere quanto scrisse tre anni fa su Foreign Affairs criticando l’impostazione Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama (durante il primo mandato di quest’ultimo Campbell è stato capo del Bureau degli Affari dell’Asia orientale e Pacifico al dipartimento di Stato”: “Sottovalutammo sia la loro ambizione, sia la loro debolezza”.

Questa settimana Campbell ha partecipato a un evento dell’Università di Stanford e ha aggiunto: “Dobbiamo correre più veloci di loro”, riferito alla Cina. Già a febbraio il presidente Biden aveva inquadrato il rapporto degli Stati Uniti con la Cina in un contesto competitivo. Su Xi Jinping l’inquilino della Casa Bianca disse: “Con la Cina dobbiamo evitare il conflitto, ma avremo una competizione estrema”. E infatti, ha spiegato Campbell, è proprio il leader cinese la ragione del nuovo approccio statunitense: è “profondamente ideologico, ma anche molto poco sentimentale” e “poco interessato all’economia”. Poi una frecciata al membro del Politburo Yang Jiechi e al ministro degli Esteri cinese Wang Yi, gli alti funzionari inviati ai recenti colloqui in Alaska: non sono “neanche lontanamente vicini, nel raggio di cento miglia” alla cerchia ristretta del leader cinese.

All’evento ha preso parte anche Laura Rosenberger, assistente speciale del presidente e senior director per Cina e Taiwan al Consiglio per la sicurezza nazionale, che ha tracciato le tre linee guida dell’amministrazione Biden nel confronto con la Cina: lavorare con alleati e partner per “dimostrare che le democrazie ottengono risultati”; “investire in patria e rafforzarci a livello nazionale”; “contrastare la Cina dove è necessario e cooperare con la Cina dove è nel nostro interesse farlo”.

Una linea che sembra trovare l’amministrazione allineata. Dalla recente telefonata con il vicepremier cinese Liu He la rappresentante per il commercio a stelle e strisce, Katherine Tai, è uscita dicendo che gli Stati Uniti devono ancora affrontare “sfide molto grandi” nelle loro relazioni commerciali ed economiche con la Cina, che richiedono l’attenzione dell’amministrazione Biden a tutti i livelli. E già a gennaio John Kerry, inviato presidenziale per il clima, aveva spiegato che Stati Uniti e Cina devono affrontare quella del cambiamento climatico come una questione “critica” ma “a sé stante”. Ossia: diritti umani e le pratiche commerciali sleali di Pechino “non saranno mai scambiate” con la cooperazione climatica. Come raccontato dal New York Times, infatti, le (poche) questioni ambientali sembrano le uniche in grado di far accordare economicamente Washington e Pechino.

Ma torniamo al primo pilastro indicato da Rosenberger: la cooperazione con gli alleati e con i partner. L’Unione europea sembra pronta. È quanto emerge dalla nota congiunta diffusa da Wendy Sherman, vicesegretario di Stato americano, e Stefano Sannino, segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna (ossia la macchina diplomatica dall’Unione europea che fa capo all’Alto rappresentante Josep Borrell). I due diplomatici si sono incontrati questa settimana a Bruxelles per preparare la visita del presidente Biden in Europa di metà giugno e sulla Cina hanno dichiarato l’intento di perseguito ““un impegno costruttivo con la Cina su questioni, come il cambiamento climatico e la non proliferazione [nucleare], e su alcune questioni regionali” ma su alcuni temi come diritti umani e assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale la loro posizione è forte contro il governo di Pechino.

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