L’economista della London School of Economics ed ex Mef: a questo ritmo gli Usa rischiano un intervento sui tassi a inizio 2022, ma l’Europa è altra storia, difficile alzare il costo del denaro in presenza di una ripresa ancora troppo fragile. Il Pnrr si giocherà su qualità della spesa e riforme, se Draghi durasse a lungo saremmo tutti più tranquilli

Uno spettro si aggira per il mondo. L’inflazione, terrore dei mercati e nemica della crescita e del reddito fisso, ha rialzato la testa. Almeno negli Stati Uniti, dove si sono avverate le profezie di Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa, che volevano prezzi in rialzo a causa di un’economia a stelle e strisce imbottita di liquidità e gonfiata da tre piani pandemici che messi insieme superano i 5 mila miliardi di dollari.

Ma se negli Usa un’inflazione impennatasi del 4,2% ad aprile rappresenta un problema – secondo alcune indiscrezioni riportate da Axios non pochi economisti anche vicini a Biden temono un mercato Usa drogato e vittima di prezzi fuori controllo – non è così in Europa e dunque in Italia. Non ancora almeno, secondo Lorenzo Codogno, London School of Economics, fondatore e capo economista della sua società di consulenza (LC Macro Advisors) e da maggio 2006 al febbraio 2015, dirigente generale del Tesoro al ministero dell’Economia.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un ritorno in forza dell’inflazione negli Usa, con conseguente crisi di panico sui mercati globali e lo spettro di una stretta sui tassi. C’è davvero da preoccuparsi per un rialzo strutturale dei prezzi?

Il rialzo dell’inflazione per il momento è principalmente guidato da fattori transitori, quali effetto base, rialzo prezzi delle materie prime, colli di bottiglia nella produzione e trasporto di beni. Questi fattori verranno gradualmente meno nei prossimi mesi. Tuttavia negli Stati Uniti questo potrà effettivamente portare ad una pressione verso l’alto dei salari e quindi, probabilmente all’inizio dell’anno prossimo, portare ad un cambiamento nella politica della Fed. D’altronde, l’economia statunitense rischia il surriscaldamento e Jerome Powell sarebbe costretto a rispondere, finendo per minare le valutazioni del mercato azionario e la stabilità finanziaria.

Una stretta sui tassi è sempre una cattiva notizia per i mercati, perché prestare denaro costa di più. Anche l’Europa va incontro a un simile scenario?

Non sarei così pessimista. Nell’eurozona l’output gap, cioè la differenza tra Pil reale e potenziale, e la capacità inutilizzata sono molto più ampi che negli Usa e questo vuol dire che molto più difficilmente queste tensioni temporanee si tradurranno in una tendenza verso l’alto dei prezzi di natura più permanente.

Però, a voler fare proprio i pessimisti, un ritorno dell’inflazione in Ue potrebbe accelerare la fine della politica accomodante della Bce e magari anche il percorso verso la cessazione degli stimoli. L’Italia ne avrebbe tutto da perdere?

Ovviamente il rischio esiste, ma non è un rischio imminente. La posizione ciclica europea è diversa. Per l’Italia ovviamente un aumento dei tassi da parte della Bce sarebbe molto preoccupante. Tuttavia, dipenderà anche se si accompagnerà da una ripresa economica ugualmente sostenuta nel medio periodo, ma stringere sui tassi in condizioni finanziarie precarie, potrebbe rallentare l’ancora fragile ripresa. Per questo dico che non è uno scenario di breve termine, se parliamo dell’Europa.

Parliamo della ripresa italiana, che fa rima con Recovery Plan. Il governo Draghi attende la valutazione del Pnrr da parte della Commissione europea. Il nostro Paese è pronto a gestire oltre 200 miliardi di risorse?

Ci saranno indubbiamente problemi. Tuttavia i ministri più direttamente coinvolti nel processo danno garanzie sufficienti che il programma andrà bene. Oggi siamo dinnanzi a tre grandi interrogativi. Come sarà la ripresa? Quali effetti avranno investimenti e riforme del Pnrr? E dopo la spesa, l’accumulo di capitale produttivo sarà in grado di generare una maggiore crescita potenziale? Aspettando le risposte,  Il problema casomai è cosa accadrà quando ci sarà un cambio alla guida del Paese.

Sarebbe bene che Draghi rimanesse premier per lungo tempo?

Non c’è migliore gestione responsabile della crisi di quella di Draghi. Tuttavia, sappiamo già che il suo il governo non durerà a lungo. Detto questo e parlando del Pnrr, affinché l’abbuffata di investimenti diventi un vero punto di svolta, ciò che conta è il suo impatto duraturo sul lato dell’offerta. Per il momento, la strategia evidenziata nel Piano è appropriata, ma c’è incertezza sulla sua effettiva implementazione.

Dunque?

Dunque sarà la qualità della spesa per investimenti e l’efficacia delle riforme a fornire il verdetto finale sulla crescita economica e sulla sostenibilità del debito pubblico italiano.

Codogno, nel 2023 il Patto di Stabilità tornerà a governare l’Ue. Ma saranno regole diverse, più a misura di post pandemia, come ha più volte sottolineato lo stesso Draghi. Condivide?

Sì, si terrà conto dell’effetto della pandemia. Tuttavia, si pure con molta gradualità i Paesi saranno tenuti a riportare le loro finanze pubbliche in ordine e il rapporto debito/Pil verso una tendenza discendente.

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