Franco Frattini, presidente della Sioi e già ministro degli Esteri, legge il conflitto israelo-palestinese e auspica un intervento americano. “L’Europa? Temo che non possa fare tanto, vista la grande crisi di leadership e le divisioni che la percorrono”

Ormai ai morti, si preferisce contare i razzi. Sarebbero 2300 gli ordini scagliati contro Israele da quando il conflitto si è riacceso. Il Medioriente ribolle. L’ala militare di Hamas ha rivendicato la paternità dell’attacco missilistico sferrato contro l’intera area urbana attorno a Tel Aviv. D’altro canto lo Stato Ebraico ha, in queste ore, colpito il grattacielo al-Jala, nel pieno centro di Gaza. In mezzo alla carneficina, c’è ancora chi è fermamente convinto che la diplomazia debba fare la sua parte. Anzi, “l’America deve tornare a fare l’America”. Non ha dubbi su questo Franco Frattini, due volte Ministro degli Esteri nei Governi Berlusconi, oltre che ex Commissario europeo. Da quest’anno presidente aggiunto del Consiglio di Stato e dal 2012 presidente della SIOI.

Frattini, il cambio di leadership in Usa ha di fatto lasciato in mezzo al guado gli Accordi di Abramo. Che significa dunque che l’America deve tornare a fare l’America?

L’inviato di Biden deve fare chiarezza e convincere Netanyahu che Israele è molto più tutelata di prima. Non solo: le reazioni dello Stato Ebraico non possono sempre essere così asimmetriche e sproporzionate. Un gigante contro un nano. Da quelle parti è come se fosse sempre la lotta fra Davide e Golia. Al contempo, l’America deve continuare a fare pressione sull’Egitto per convincere Israele a fermare le ostilità. Sono gli egiziani, ad avere le chiavi dei tunnel di Gaza.

I rapporti fra Biden e Netanyahu non potranno mai essere gli stessi che Netanyahu aveva con Trump.

Infatti, anche perché attualmente non sappiamo quanto Biden voglia spingere sulla riconciliazione ottenuta attraverso la stipula dell’accordo di Abramo. Continuare su questa strada significherebbe confermare il ruolo da protagonista dell’Arabia Saudita. Ma Biden sembrava avere altre intenzioni…

C’è un attore che soffia sul fuoco: l’Iran.

L’Iran ha compiuto un atto impensabile: accettare la prospettiva di riprendere il dialogo con i sauditi grazie all’intercessione del Qatar. Ma questo è un problema, perché l’Iran, sentendosi meno accerchiata, ha ripreso vigore ed è tornata a sostenere Hamas in chiave anti israeliana.

Al di là di quello che appare, ci sono problematiche politiche pesanti sia nell’autorità nazionale palestinese che nello Stato Ebraico.

Sicuramente si. Da un lato abbiamo Netanyahu che, per la quinta volta consecutiva, mira a farsi rieleggere. Dall’altro c’è un vulnus nell’autorità nazionale palestinese. Abu Mazen si è trovato costretto a rimandare ancora una volta le urne perché non è riuscito a contrastare i pressing di Hamas. E questo è un tema dal quale non si deve distogliere l’attenzione.

A suo giudizio, quali devono essere le mosse che deve compiere l’Europa per tentare una de-escalation del conflitto?

L’Europa può fare ben poco a mio giudizio. Per almeno due fattori. Innanzitutto una grande divisione interna su queste tematiche fra gli stati membri. In secondo luogo perché l’Ue è, mai come in questo periodo, assolutamente priva di leadership forti. L’indebolimento della Germania, al crepuscolo dell’era di Angela Merkel e la Francia, infiacchita esattamente come il suo presidente Macron. L’unico leader europeo in questo momento è il presidente Mario Draghi, che però ha ben altri problemi da risolvere per occuparsi di Medioriente.

Piero Fassino, pochi giorni fa proprio su Formiche, auspicava l’intervento del ‘Quartetto’. Che ne pensa?

Il Quartetto io l’ho visto nascere, e l’ho visto prendere iniziative sempre molto blande, in particolare su questo tema. Il Quartetto sconta le stesse problematiche europee legate a una totale assenza di una leadership forte. Come detto, affinché cessino le ostilità, occorre un intervento statunitense.

L’Italia che può fare?

Differentemente da altri Paesi europei, il nostro può vantare ottimi rapporti sia con la Palestina sia con Israele. Da un lato infatti, noi ci opponemmo a determinate decisioni della comunità internazionale volte (surrettiziamente e non) a mettere in discussione la legittimità dello stato ebraico. Oltre ad aver espresso più volte la volontà di inserire Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Dall’altro i palestinesi, da Craxi in poi, hanno sempre potuto contare sul nostro appoggio. L’Italia quindi, potrebbe fare da ponte. Il mio consiglio al Ministro Di Maio è proprio quello di sfruttare questa nostra posizione, cercando di parlare con franchezza.

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