Il presidente egiziano al Sisi ha sfruttato la situazione tra Israele e Hamas per crearsi spazi diplomatici e continuare a costruire il proprio standing internazionale. Ma anche per ragioni interne spiega Alessia Melcangi docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council

Nel cessate il fuoco tra Israele e Hamas – dopo undici giorni di guerra e dozzine di vite spezzate – un ruolo cruciale l’ha giocato l’Egitto. Vero che gli Stati Uniti hanno chiesto in modo piuttosto impositivo di fermarsi al governo di Benjamin Netanyahu (che pubblicamente aveva risposto picche, ma nei fatti aveva rallentato gli attacchi su Gaza fino poi a fermarli); vero anche che la Turchia ha provato a trarre profitto dalla crisi sfruttando il lato palestinese per sostenere l’immagine del difensore globale dei musulmani; ma è stato il Cairo a giocare un (non) sorprendente ruolo chiave.

Il cessate il fuoco raggiunto nella notte tra il governo israeliano e Hamas ha permesso al presidente Abdel Fattah al Sisi di aggiungere un altro successo nella strategia che sta portando avanti già da diverso tempo a livello internazionale, ossia puntare su una rinnovata postura diplomatica proponendosi come l’interlocutore privilegiato a livello regionale per la risoluzione delle tensioni che affliggono il quadrante mediorientale, primo fra tutti quello libico, spiega Alessia Melcangi, docente di Storia contemporanea del Nord Africa e del Medio Oriente alla Sapienza di Roma e non-resident fellow dell’Atlantic Council.

“L’escalation dei giorni scorsi ha permesso all’Egitto di rafforzare ulteriormente il suo peso regionale — aggiunge Melcangi a Formiche.net — attraverso un ruolo già giocato dal Cairo sia quando Israele ha ritirato le truppe da Gaza nel 2005 e Hamas ha conquistato la Striscia nel 2007”.

L’Egitto ha preso una traiettoria che tra l’altro si incastra perfettamente con il flusso in corso nella regione MENA (Middle East and North Africa, come da dottrina statunitense) e con i desiderata di Washington. L’America di Joe Biden vuole che la regioni dialoghi, perché cerca stabilità, che è l’elemento centrale per una gestione ordinata dell’area. Gestione necessaria per seguire l’impegno strategico verso il disimpegno – per ri-orientare gli sforzi in altre zone del mondo, per esempio l’Indo Pacifico (area d’innesco del contenimento cinese globale).

In questo mood l’Egitto si inserisce e trova spazi diretti e indiretti. Un vantaggio, perché si erge a mediatore e dunque rafforza le relazioni con i vari fronti, e perché agli occhi americani è visto come un partner (o meglio un satellite) che ha compreso le necessità della potenza. Tant’è che il passaggio finale per chiudere la trattativa israelo-palestinese è arrivato dopo una conversazione telefonica tra Biden e Sisi. E il presidente americano ha pubblicamente riconosciuto il ruolo importante svolto dall’Egitto.

Sono stati media israeliani a raccontare per primi che il cessate il fuoco – scattato nella notte tra giovedì e venerdì 21 maggio – era stata mediato secondo un lavorio condotto dal Cairo. Con le fonti che descrivono le attività egiziane le raccontano guidate dall’intelligence, che ha portato avanti relazioni sia con Hamas che con gli israeliani. Ed è stato per primo il gruppo palestinese ad accettare la richiesta di fermare le armi; poi Tel Aviv (sotto altre pressioni internazionali di Usa e Onu soprattutto).

Cessate il fuoco che per altro l’Egitto stesso ha il compito di monitorare. “Il successo della mediazione egiziana — secondo la docente — potrebbe aiutare il Cairo ad assestare i suoi legami con gli Stati Uniti di Biden alla luce del cambio di passo impresso dalla nuova presidenza americana, dopo la presidenza Trump e l’evidente virata di attenzione di quest’ultima verso i diritti umani, nota dolente del regime di al-Sisi”.

Sisi si trova nella posizione ottimale. “Nel silenzio assordate dell’Europa e nell’esitare imbarazzato di molti paesi arabi, soprattutto i firmatari degli Accordi di Abramo, Emirati Arabi e Bahrein, che hanno normalizzato i rapporti diplomatici con Israele lo scorso anno, davanti all’ennesima esplosone di violenze in Palestina, l’Egitto riscuote una fondamentale vittoria diplomatica acquisendo prestigio regionale nei confronti dei suoi rivali compresi la Turchia e proprio gli Emirati Arabi Uniti”, spiega Melcangi.

Il Cairo da decenni riconosce lo stato ebraico – fu a seguito degli accordi di Camp David del 1978, e l’Egitto fu il primo paese arabo a farlo (poi, solo nel 1994, venne la Giordania) – e su questo ha un vantaggio pratico. Egiziani e israeliani si parlano da tempo; condividono le preoccupazioni di sicurezza – connesse all’osmosi anche terroristica – al confine tra Striscia e Nord del Sinai; sono allineati in un sistema geopolitico di contenimento della Turchia (con cui però entrambi dialogano); hanno in comune interessi energetici nel quadro complesso del Mediterraneo Orientale.

Un altro piano nel quale Sisi potrebbe incassare un altro grande successo è quello pubblico e interno al regime, aggiunge Melcangi, “presentandosi come un pacificatore e come sostenitore della causa palestinese. L’Egitto segue una linea attenta con i propri cittadini, che si oppongono profondamente alle politiche di Israele nei confronti dei palestinesi, ma data la stretta collaborazione a livello di intelligence tra forze egiziane e israeliane, il governo raramente critica pubblicamente di Israele”.

“Tuttavia — continua — questa volta la retorica ufficiale si è mostrata maggiormente agguerrita permettendo al Cairo di emergere rispetto agli altri protagonisti regionali. Al-Sisi ha anche promesso 500 milioni di dollari in aiuti per la ricostruzione di Gaza, oltre ad aver aperto il valico di Rafah per consentire ai feriti di Gaza di essere curati negli ospedali egiziani e di fornire aiuti”.

Questo doppio stand nei confronti del conflitto è legato ad Hamas? “I legami dell’Egitto con Hamas, il ramo militante palestinese dei Fratelli Musulmani, movimento politico islamista bandito in Egitto, sono sempre stati tesi, soprattutto per il rischio di infiltrazioni terroristiche dal confine con Gaza nella Penisola del Sinai”, risponde la docente della Sapienza. I media filo-governativi egiziani spesso descrivono Hamas come una minaccia e l’Egitto, insieme a Israele, continua a imporre un blocco dalle conseguenze disastrose per l’economia di Gaza.

“L’iniziativa egiziana in questa fase rappresenta un piatto ghiotto per il presidente: mediare un accordo significa per il Cairo evitare il collasso totale di Gaza: qualcosa che spingerebbe ulteriormente la Striscia nelle mani di Hamas, rafforzando ulteriormente l’organizzazione islamista al confine; rende inoltre l’Egitto un attore necessario a livello regionale e internazionale e infine permette al rais di rafforzare l’appoggio popolare in una fase delicata del regime non solo a livello sociale ma soprattutto a quello economico”, chiude Melcangi.

 

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