Tanti i ricordi di intellettuali, politici, giornalisti e manager all’evento organizzato dall’associazione Ricostruire in memoria dell’ex ministro De Michelis. Stefania Craxi: “Interpretò il suo ruolo di ministro degli Esteri in maniera pragmatica ma allo stesso tempo visionaria e seppe tenere la barra dritta in un momento nel quale gli sconvolgimenti che stavano accadendo avrebbero potuto disorientarlo”

Più che una evento per ricordare la figura dell’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis a due anni dalla sua scomparsa, il webinar organizzato dall’associazione Ricostruire è stato un modo per cogliere l’essenza profonda del suo agire politico. La sua visione, le sue proposte. Dalla questione balcanica ai trattati di Maastricht di cui lui fu uno dei più fulgidi interpreti. “I suoi furono gli anni nei quali si sono assunte le grandi decisioni che hanno plasmato l’Europa – ha detto Stefano Parisi, di Ricostruire – i momenti delle grandi opportunità e delle grandi sfide”. Un periodo complesso, che l’ex ministro riuscì ad interpretare uscendo “dalle logiche massimaliste, costruendo le condizioni per creare meccanismi che si sono dimostrati ineluttabili”.

Un visionario, un precursore. Una persona “che seppe interpretare gli effetti del trattato di Maastricht, declinandoli sui riverberi nella politica italiana. E, soprattutto, sulla necessità di cambiare il sistema politico italiano”. Quello di Paolo Franchi, editorialista del Corriere della Sera, è un ricordo molto personale del ministro socialista. “Era il periodo della caduta del muro a Berlino – sottolinea Franchi – e la Germania doveva ancora affrontare il percorso di unificazione. Poi il ’92, la ratifica del trattato che segna uno spartiacque ma che al contempo fa emergere faglie antiche della storia europea”. Secondo Franchi, quindi, l’interpretazione di De Michelis rispetto al trattato era quella di una grande conquista. “Un trattato che nasce da uno scambio politico conquistato sul campo”.

Poi l’unificazione, l’elezione di Kohl come primo cancelliere della Germania unita. Ma la domanda da cui il dibattito si sviluppa è: “Che cosa si è perso?”. Sicuramente una risposta arriva da Stefania Craxi, vice presidente della Commissione Esteri del Senato, tra i relatori del webinar. “L’esperienza politica di Gianni – così l’esponente di Forza Italia – è stata vasta e totalizzante. Fu un uomo di partito, dotato di una robusta capacità di analisi, oltre che un ministro del Lavoro in uno dei momenti di maggiore tensione politico-sociale della storia della Repubblica”. Poi, l’approdo alla Farnesina. “Interpretò il suo ruolo di ministro degli esteri in maniera pragmatica ma allo stesso tempo visionaria – azzarda Craxi – e seppe tenere la barra dritta in un momento nel quale gli sconvolgimenti che stavano accadendo avrebbero potuto disorientarlo”. Oltre alla caduta del muro nell’ 1989, la forzista ricorda che la compagine europea e non solo, era attraversata da stravolgimenti profondi. Solidarnosc in Polonia, la rivoluzione in Cecoslovacchia e Romania. La vittoria del mondo libero contro l’oppressione comunista. Poi, la questione Balcanica. “Purtroppo l’Italia e l’Europa si accorgono dei Balcani solo quando assistono alle ondate migratorie provenienti da quei lidi. La grande capacità di visione di Gianni, al contrario, seppe cogliere la complessità della questione balcanica, crocevia di religioni, popoli, civiltà. Un territorio che, a causa della scarsa visione geopolitica europea, è ancora terreno di competizione e non di collaborazione”.

Poi il Mediterraneo, nella sua prospettiva che “coincideva con quella di Craxi”, l’intuizione degli strascichi “che avrebbe lasciato la disgregazione del blocco jugoslavo”. Insomma, conclude Craxi, “la visione di De Michelis era quella di un’Italia protagonista nello scacchiere internazionale, non di comparsa come invece accade oggi. Una visione – la sua – che venne spazzata via, proprio nel ’92, dal terremoto giudiziario di Tangentopoli”.

Uno scenario non troppo incoraggiante, quello delineato dalle parole della senatrice azzurra che, in parte, viene confermato anche dall’intervento di Giampiero Massolo, presidente di Ispi e di Fincantieri. “L’Europa è stata vittima di una globalizzazione mal gestita, sotto il profilo della sicurezza e della mancanza di prosperità – dice Massolo – . Questo nel tempo ha portato a stati molto più attenti alle politiche interne e poco collaborativi verso le istituzioni sovra statali”. Si è quindi affermata, da parte dei singoli stati, “l’esigenza di compiacere gli elettori più che di educarli, e si consunto il patto di fiducia tra governati e governanti a livello europeo”. L’esatto contrario rispetto la visione di De Michelis. Lui che, il presidente di Fincantieri, “riuscì a codificare l’Europa a due velocità, superò l’impasse con il Regno Unito, dando la possibilità a paesi che non condividevano alcune decisioni comunitarie la possibilità di smarcarsi, rimanendo comunque dentro la cornice europea”.

Dopo un ricordo personale dell’ambasciatore Rocco Cangelosi, chiede la parola il figlio dell’ex ministro, Alvise che fa cenno in particolare a un testo scritto dal padre. “Ne ‘L’ombra lunga di Yalta’ – così il De Michelis – mio padre scrisse a chiare lettere che venne sancito un patto non scritto tra Unione Sovietica e Usa, tra Stalin e Roosvlet. Un accordo che prevedeva che i partiti comunisti in Europa percepivano finanziamenti che, sebbene considerati illeciti, venivano ugualmente ricevuti. La cosa che mi stupì, e che stupì lui stesso, è che nessuno si prese la briga di smentirlo pubblicamente”. Così come nessuno confutò la sua lettura “di un passaggio fondamentale per la nascita dell’inchiesta di Mani Pulite”.

La conclusione è affidata a Maurizio Sacconi. “Gianni già nel negoziato di Maastricht – rimarca l’ex senatore – propose la sua visione di un’Europa confederale, composta da stai sovrani che conservano la capacità di delegare all’Unione le grandi competenze: moneta, spada e feluca per dirla come la direbbe lui”. Un Vecchio Continente a “cerchi concentrici, allargato ma con velocità diverse. La sua visione europea si sostanziava nella coincidenza tra Europa istituzionale e geografica. Un’Europa paneuropea”. E qui si arriva al punto di più cogente attualità e quindi di grande capacità di visione dell’ex leader della Farnesina. “De Michelis era convinto che l’Europa non dovesse cedere la Russia alla Cina, bensì di comprenderla nello scacchiere europeo”. Da qui, secondo Sacconi “passa la rinascita dell’Occidente. Oggi più che mai, al tempo del Recovery Fund, occorre affrontare questi temi, nella consapevolezza che l’Europa deve tornare ad essere un’entità unitaria per le grandi funzioni”.

 

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