SuperMario non può rimanere disoccupato. Tante sirene, pubbliche e private, europee e oltre, tenteranno di ammaliarlo e forse arpionarlo. Ma l’Italia? Può fare a meno di lui, alla luce delle frasi odierne di Mattarella che non vede l’ora di riposarsi tra otto mesi? La risposta pare scontata in senso negativo, però le elezioni sono fatte proprio per ottenere un viatico e una legittimazione popolare

Che fosse bravo, autorevole, competente non c’erano dubbi. Che fosse – e diciamolo: è – l’ultima chance per l’Italia di riprendere a correre, alcuni l’hanno capito subito, altri ancora no e continuano a vellicarsi l’ombelico: che si uniscano ai primi è solo questione di tempo.

Adesso però c’è qualcosa di più. C’è la prova budino che se SuperMario comincia ad operare, col passo cauto e inesorabile del “dubbio ragionevole”, al traguardo arriva sicuro. È successo col piano vaccinale, tra incertezze, qualche amenità fuori posto per la penna sul berretto del generale Figliuolo, e surreali approvvigionamenti di dosi. Comunque sia, oggi l’Italia può voltare pagina, le regioni in bianco diventano realtà, l’estate della ripresa con date certe per gli operatori turistici e commerciali, tra green pass e inoculazioni sulle spiagge o negli hub di città, prende corpo. L’economia riprende a marciare, gli indicatori hanno il segno più . Solo pochi mesi fa il popolo delle Cassandre era top trendy: ora, come è costume dalle nostre parati, dall’adorazione si passa alla denigrazione.

Certo, il difficile viene ora. Adesso che il Pnrr deve diventare riforme nero su bianco da approvare in pochi mesi, adesso che la governance complessiva del Recovery si trasforma nell’ennesimo Rubicone tra palazzo Chigi e i partiti. Nessuno è autorizzato a scommetterci; però anche qui come per i vaccini il risultato finale è uno solo. Le riforme, da quella della giustizia in giù pe’ li rami, sono tappe obbligate per lasciare aperto il rubinetto dei fondi europei. Se si bloccano, il rubinetto si chiude e buonanotte a tutti. Pur nell’oceano di superficialità e irresponsabilità dove soavemente solcano le imbarcazioni delle forze politiche, nessuno può immaginare di togliere il tappo e affondare. Almeno si spera.

Detto questo, la “questione Draghi” ogni giorno che passa acquista corposità e dimensione. Se il piano vaccinale metterà sanitariamente in sicurezza il Paese, e le riforme, senza troppi geroglifici parlamentari, troveranno un indirizzo accettabile di marcia, si arriverà all’inizio del prossimo anno, passaggio in cui i Grandi Elettori dovranno scegliere il successore di Sergio Mattarella, con Draghi in posizione uber alles. E poi?

A proposito. Per chi vellica tentativi di rielezione, l’inquilino del Colle oggi gela tutti: “Tra otto mesi il mio mandato di presidente termina. Io sono vecchio tra qualche mese potrò riposarmi”.

Bene, e allora? Come abbiamo più volte sottolineato, il nodo vero non è capire se il tragitto da palazzo Chigi al Quirinale diventerà un percorso obbligato. Troppe strumentalità – soprattutto da chi già adesso stende il tappeto rosso – complicano qualunque scenario si abbia in mente. Ma il nodo non è il candidato: il nodo è la maggioranza di larghe intese (o come si voglia chiamarla) che opera, e che salvo nubifragi nefasti arriverà integra a quell’appuntamento. Che possa sfaldarsi per eleggere il capo dello Stato e poi come niente fosse ricompattarsi per arrivare a fine legislatura con lo stesso Timoniere, è davvero arduo immaginare. Due maggioranze diverse che operano nello stesso momento è accaduto – ma a parti rovesciate – solo nell’immediato dopoguerra con la Costituente, dove tuti i partiti lavoravano con spirito unitario a scrivere la Costituzione mentre gli equilibri di governo con le redini in mano a De Gasperi si preparavano a sbarazzarsi del Pci. Riproporre oggi, nelle condizioni attuali, il medesimo schema però appunto a parti rovesciate, è inverosimile.

Lasciamo stare. Se è giocoforza arrivare al 2023 perché i parlamentari guardano allo scioglimento anticipato come i tori al drappo rosso nell’arena, la maggioranza in qualche modo deve reggere. Certo, al Nazareno vagheggiano la formula Ursula: Pd, LeU e Cinquestelle più Forza Italia o quel che rimarrà (fonti interne avvertono che il Cav “è seriamente malato”). Eventualità che allo stato ha la consistenza dei sogni, poi si vedrà. Quel che qui interessa sottolineare è che se Draghi arriva a fine legislatura come premier con gli allori sul capo, che ne sarà di lui? La possibilità che formi un suo partito sulla scorta dell’esperienza (fallimentare) di Mario Monti sembra da escludere. E dunque o la stessa unità nazionale si ripropone anche dopo il voto (ipotesi del tutto surreale) oppure a SuperMario non resterà che dire: grazie, addio è stato bello, e fare come Cincinnato oltre 2500 anni dopo. Possibile? Possibile disperdere tanto spessore istituzionale, tanta capacità d’azione in situazioni emergenziali? Davvero, un peccato mortale.

Ovviamente SuperMario non può rimanere disoccupato. Tante sirene, pubbliche e private, europee e oltre, tenteranno di ammaliarlo e forse arpionarlo. Ma l’Italia? Può fare a meno di un simile condottiero? La risposta pare scontata in senso negativo, però le elezioni sono fatte proprio per ottenere un viatico e una legittimazione popolare.

Se le cose stanno così, la maggioranza che si diverte a litigare provocando le sortite e i rimproveri, sempre con linguaggio e pose impeccabili, di Mattarella dovrebbe manifestare un sussulto di consapevolezza e domandarsi cosa serve davvero all’Italia. Speranza mal riposta, sembra. Ma il revival dell’epopea dell’ex console Lucio Quinzio per favore no: almeno quello risparmiamocelo.

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