Il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare e della difesa, dà il benvenuto alle parole del sottosegretario Mulé sulla riforma della legge 185/90: “Forse l’attuale congiuntura politica, con un governo meno sensibile del passato a pulsioni populiste ed emotive, offre una finestra di opportunità che sarebbe bene non lasciarsi sfuggire”

Razionalità ed emozioni raramente vanno a braccetto, ma chi fa le leggi e chi governa dovrebbero essere guidate dalla prima e non farsi sviare dalle seconde. Purtroppo in tema di produzione e supporto all’esportazione dei sistemi della difesa, o meglio – per dirlo senza ipocrisie – delle armi da guerra, le emozioni possono essere forti, soprattutto in un paese come il nostro, che ospita il Vaticano e che ha avuto per decenni una forza politica che sosteneva apertamente una potenza contrapposta all’Alleanza di cui facevamo, e facciamo tuttora, parte.

La legge 185/90 è figlia di questo clima, e allo stesso clima si sono inchinate altre realtà istituzionali e finanziarie del Paese.

Le recentissime dichiarazioni sul tema di un sottosegretario di Stato alla Difesa (Giorgio Mulé, ndr) dovrebbero far riflettere, in quanto se è vero che la legge citata, quando venne promulgata, si segnalava per rigore etico, ma disponeva di meccanismi che consentivano agli operatori di lavorare serenamente, le successive modifiche hanno spezzato tali meccanismi, da un lato limitando la responsabilità decisionale a un unico ministero, quello degli Esteri, dall’altro esponendo i funzionari preposti a insindacabili valutazioni dell’autorità giudiziaria.

Nel frattempo il mercato internazionale del settore diventava sempre più ferocemente competitivo al punto che alcuni concorrenti, allo scopo di squalificare agli occhi dei potenziali acquirenti le proposte delle industrie italiane, inserivano nei dossier proprio il testo della nostra legge, riuscendo nell’intento di farle escludere dalle gare.

Le modifiche di cui si è fatto cenno riguardano in particolare due aspetti di grande rilevanza: il primo la soppressione, tre anni dopo la promulgazione della legge, del Cisd, il comitato interministeriale che aveva il compito di validare congiuntamente a livello politico le operazioni di export militare e il secondo l’adeguamento della norma alle direttive comunitarie, con cui inspiegabilmente sono stati posti su piani diversi i Paesi membri dell’Unione europea e quelli che non ne fanno parte, ma sono membri della Nato; su quest’ultimo aspetto incide in maniera determinante l’uscita dall’Unione del Regno Unito, Paese con cui, anche in virtù della forte presenza di Leonardo nel tessuto produttivo britannico, gli scambi di materiale non devono poter soffrire di lungaggini burocratiche, pena la paralisi.

Ben venga dunque lo stimolo del sottosegretario Mulé, anche perché una revisione degli aspetti cui si è fatto cenno offre l’opportunità di ripensare anche al clima ideologico che sottende alla legge 185/90 e che ha conseguenze molto pesanti per l’operatività del sistema. Varrebbe cioè la pena di rimettere in giusta luce l’interesse nazionale, per cui, oltre alla caratura etica dello Stato verso cui si esporta, venga data analoga rilevanza all’opportunità politica di stabilire e alimentare un legame con Paesi partner che, per il solo fatto di dipendere dall’Italia per lo in service support saranno portati ad atteggiamenti non in contrasto con le nostre politiche nazionali.

Forse l’attuale congiuntura politica, con un governo meno sensibile del passato a pulsioni populiste ed emotive, offre una finestra di opportunità che sarebbe bene non lasciarsi sfuggire.

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