La vendita dei trenta Rafale all’Egitto non è uno scandalo. È normale politica estera. Ampliando lo sguardo, potrebbe essere venuto il nostro momento: Francia e Germania da una parte, Egitto, Turchia e Libia dall’altra, si stanno presentando con situazioni che richiedono decisione, coraggio e continuità. L’Italia ce la farà? L’opinione del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa

La notizia che la Francia stia vendendo trenta cacciabombardieri Rafale all’Egitto con una spesa “agevolata” di 3,75 miliardi di euro, in questo mondo di persone pie a senso unico, ha destato uno scalpore che forse non merita. In fondo, si tratta solo del proseguimento di un altro programma, in accordo con il quale già nel 2015 il Paese dei faraoni aveva acquistato altri 24 Rafale, anche questi con pagamento “agevolato”. Fonti solitamente bene informate parlano di un “maxi accordo segreto del valore di almeno 4,8 miliardi di dollari”. In cosa consista l’agevolazione è presto detto. Visto che l’Egitto certo non nuota nell’oro, pur di “vendere”, il sito Disclose spiega che oltre l’ottanta per cento della spesa sarà anticipato dalla stessa Francia attraverso l’intervento coordinato di almeno quattro banche francesi, con restituzione in una decina d’anni.

Scandalo? Non sembra proprio. In fondo, ciascuno cerca di tutelare i propri interessi nazionali come sa e come può. C’è chi lo fa sistematicamente, con pervicace continuità, e chi invece ci prova solo saltuariamente d in contraddizione con ciò che dice e sottoscrive nelle pie congreghe, come il Parlamento europeo. Di sicuro, commenta Pietro Battacchi su Rid, “a Parigi non si hanno fisime di sorta a vendere a Stati non propriamente democratici e rispettosi dei diritti umani, mentre l’Italia è attanagliata regolarmente da indecisioni e ritardi”.

La Francia, finalmente, è riuscita a fare ciò che doveva, visto che si era dissanguata per anni nell’orgogliosa progettazione in proprio del Rafale, nato dopo il solitario ritiro dal consorzio quadrinazionale Eurofighter come ritorsione per non essere riuscita ad imporre un motore francese. Va notato che, mentre il velivolo europeo ha avuto un buon successo commerciale anche fuori dall’Europa, le campagne per la vendita dei Rafale, Egitto a parte, si sono sempre risolte in modo fallimentare. Anche Leonardo a suo tempo aveva presentato la candidatura di Eurofighter, il quale – in assenza della nota polemica con l’Egitto – avrebbe avuto ottime possibilità di successo.

Una lezione di pragmatismo per l’Italia? Sì e no. Se i risultati del nuovo atteggiamento di Emmanuel Macron e della visita in Italia del ministro dell’Economia Bruno Le Maire fossero questi, ci sarebbe ben poco da sperare in un futuro di collaborazione. Dobbiamo cambiare atteggiamento anche noi e, malgrado l’incidente della recente sospensione della fornitura di materiale di armamento all’Arabia saudita, qualche segno di “scongelameto” si comincia a notare. In fondo, pur tra tante polemiche, le due fregate Fremm di Fincantieri sono comunque partite per lo squattrinato Egitto, e in quanto alle modalità del “pagamento agevolato” siamo perfino riusciti ad anticipare i francesi. I quali, forse, ci hanno copiato, se è vero che ad anticipare il corrispettivo ai nostri cantieri sono stati la Cassa depositi e prestiti, la Sace e tre banche italiane.

In quanto alla Legione d’Onore attribuita da Macron al “repressore” al-Sisi al termine della recente visita in Francia, anni addietro anche noi siamo stati capaci di fare di meglio e di più. C’è qualcuno dei nostri lettori che ricorda il fatidico evento (anticipatore degli accordi di Osimo), quando un nostro presidente conferiva al Maresciallo Jozip Broz “Tito” la più alta onoreficenza della Repubblica?

Ma torniamo un attimo alle buone intenzioni del “politicamente corretto” e al gretto pragmatismo degli interessi nazionali. In un bell’articolo sul Corriere della Sera, Stefano Montefiori ci ricorda che solo nel marzo scorso la Francia al Consiglio dell’Onu aveva espresso serie preoccupazioni per le violazioni del regime di al-Sisi ai diritti dell’uomo. “Non si tratta – continua Montefiori – di fare la morale alla Francia, lo stesso fanno la Germania, la Francia e pure l’Italia, nonostante i casi Regeni e Zaki. Ma se davvero, come sembra, gli europei vogliono riaffermare la loro appartenenza al ‘campo delle democrazie’, ponendosi come modello opposto alla Cina di Xi Jinping, dovranno prima o poi porsi il problema di come conciliare realpolitik e discorsi alati senza cadere nel ridicolo”.

Resta poi il discorso del nuovo rapporto che, dopo la Brexit, si vorrebbe vedere tra Francia, Germania e Italia, in qualche modo subentrante in pectore alla Gran Bretagna sul cocchio-guida dell’Unione. A seguito dei colloqui dei giorni scorsi tra il ministro dell’Economia Le Maire con il ministro dello sviluppo economico e quello dell’Innovazione, il ministro Giorgetti ha dichiarato che “la nostra industria non può essere oggetto di politiche predatorie rispetto alla tecnologia di cui disponiamo”. Paolo Annoni, in un commento sul Sussidiario, osserva come non ci siano pregiudiziali nei confronti di una collaborazione con la Francia. “L’Italia politicamente è isolata avendo ondeggiato pericolosamente negli ultimi due anni con la firma dell’accordo ‘commerciale’ con la Cina e la spedizione ‘medica’ russa della primavera scorsa; su diversi dossier il nostro Paese ha dato prova di impotenza a partire dalla Libia, dove probabilmente le speranze americane sull’Italia sono state disattese, fino ai rapporti ad un partner importante come l’Egitto”.

Uscire dall’isolamento è quindi importante, ma occorre che si riequilibrino con la Francia le rispettive campagne acquisti e i rispettivi interessi nazionali nel Mediterraneo ed in Nord Africa. Nel Sahel ora stiamo dando una mano ai francesi, tutelando anche i nostri interessi. Potrebbe essere venuto il nostro momento: Francia e Germania da una parte, Egitto, Turchia e Libia dall’altra, si stanno presentando con situazioni che richiedono decisione, coraggio e continuità. Richiedono, soprattutto, di accettare il fatto che, da soli, non saremo mai in grado di cambiare il mondo affinché gli Stati ottemperino in massa ai principi universali in cui crediamo. Così, senza almeno un minimo di pragmatismo, continueremo ad essere perdenti, fino a causare la scomparsa della parte più “succosa” della nostra industria. Avremo, forse, in parte salvato la nostra coscienza, e di questo dubitiamo fortemente. Ma, nonostante il Recovery Plan, la nostra economia resterà al palo, in buona compagnia con la nostra politica.

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