La pandemia ha suonato la sveglia definitiva per un’Europa ancorata da anni a un modello di economia sociale di mercato. Gli ultimi di un tempo, Cina in primis, ora non lo sono più e i Paesi autoritari si fanno strada facendo man bassa di infrastrutture, banche, aziende. Ecco una proposta per una contro-strategia

Nella presentazione collettiva del Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza) da parte dei quattro ministri dell’economia (il ministro dell’Economia e delle Finanze francese, Bruno Le Maire, il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, la ministra spagnola degli Affari Economici e della Trasformazione Digitale, Nadia Calviño, ed il nostro Daniele Franco) la cosa che più ha colpito è stato l’accenno francese alla situazione internazionale.

Memore del peso della grandeur, Le Maire non ha potuto che rammaricarsi del crescente distacco che si sta manifestando tra l’Unione europea e le altre grandi aree monetarie. La Cina e gli Stati Uniti ha detto, buttandola lì quasi per caso, stanno crescendo velocemente. L’Europa, invece, è rimasta al palo.

Sarebbe opportuno metterci la testa, superando quel provincialismo che ha caratterizzato a volte il nostro vedere la politica. Spesso ci si accapiglia sul nulla. Si pensi alle continue punzecchiature tra Enrico Letta e Matteo Salvini e viceversa. Mentre si perdono di vista quei sommovimenti che si registrano oltre l’uscio di casa.

Nemmeno si trattasse della più lontana periferia dell’impero. Questa concezione era ancora valida una quarantina d’anni fa, ma oggi il centro del mondo si è spostato. Le danze sono sempre più guidate dall’Oriente, mentre alla vecchia signora – l’Europa – non spetta altro che fare da tappezzeria. Grandi rimpianti per il tempo passato e scarse pretese per l’avvenire.

Nel 1980, secondo le statistiche del Fondo monetario internazionale, il peso della Cina sull’economia mondiale, in termini di Pil corretto per il peso del potere d’acquisto, era pari al 2,3%. Passano 10 anni e quella percentuale sale al 4%. Poco male, anzi bene considerata la sua densità demografica. Si arriva quindi all’inizio del terzo millennio ed il balzo è più consistente. Siamo ormai al 7,3%. E qualche anima buona, ossia Bill Clinton, decide che è arrivato il momento di far entrare i figli del fu Celeste impero e della Rivoluzione socialista del 1949 nel WTO: la World Trade Organization.

L’idea era un po’ da bottegai. Si guarda a quell’immenso mercato in cui manca quasi tutto e già si fanno i conti su quante tonnellate di merce si possano collocare. Nessuno, invece, si preoccupa della contropartita: vale a dire di quanto la Cina stessa può esportare. Non subito, naturalmente, viste le deboli basi di partenza. Ma in prospettiva, grazie ad un sistema dispotico, che può disporre di una linea di comando che nessuno è in grado di contrastare. Ed è questa la sottovalutazione che porta all’errore di prospettiva.

Produrranno beni semplici: si pensava. A bassa tecnologia: capi d’abbigliamento e poco più. Ignorando, invece, una delle caratteristiche principali di tutti i regimi di stampo comunista. Quel complesso militare – industriale che, tanto in Cina, quanto nella vecchia Unione sovietica, ha saputo reggere, almeno per un certo numero di anni, alla concorrenza occidentale.

Solo che in epoca moderna le esigenze di quella struttura si sono sempre più saldate con i paradigmi fondanti le nuove tecnologie. Nelle guerre moderne l’elettronica marcia insieme all’intelligenza artificiale. Il che spiega il grande avanzamento tecnologico cinese. Favorito, tra l’altro, dal fatto di non dover rispettare tutti i vincoli sociali ed ambientali in voga in Occidente.

Ed ecco allora il progressivo decollo di un Paese periferico fino alla conquista di un primato assoluto. Il sorpasso nei confronti dell’Ue, che avviene nel 2013 e cinque anni dopo, nel 2018, nei confronti degli stessi Stati Uniti. E da allora un distacco crescente che la pandemia del corona virus ha progressivamente accentuato. Nel biennio 2021/2022, sempre secondo le previsioni del Fmi la Cina crescerà in media del 7%  contro il 4,95% degli Usa  ed il 4,10 della Ue.

Impressionante, quindi, il declino, in termini di peso specifico dell’Europa. Negli anni questa vecchia signora poteva guardare dall’alto i suoi concorrenti. Da sola faceva il 26 % del reddito mondiale. Quasi 5 punti in testa agli Usa ed una distanza siderale nei confronti della Cina. Quindi la progressiva perdita di velocità, mentre i suoi concorrenti diventavano sempre più aggressivi. Con la nascita dell’euro, agli inizi del Terzo millennio, il sorpasso americano, quindi, come già detto, nel 2013 quello cinese.

Di fronte a questi dati statistici si potrebbe seguire l’esempio dello struzzo. Mettere la testa sotto la sabbia e tirare a campare sull’onda di una filosofia di vita consolatoria: ben altri sarebbero i nostri valori! In tal modo il capitalismo autoritario, di cui aveva parlato Mario Draghi, in occasione del conferimento della laura honoris causa presso l’Istituto Sant’Anna, avrebbe di fronte a sé enormi praterie da poter percorrere. Errore di cui ci si potrebbe pentire amaramente.

La verità è che le economie gestite da regimi autoritari marciano con una velocità maggiore: sia a livello di grandi che di potenze regionali. L’Ue perde terreno non solo nei confronti della Cina, ma il suo nucleo più potente (Germania, Francia, Italia e Spagna) segna il passo di fronte a Paesi come la Russia di Putin, la Turchia di Erdoğan e l’Iran di Rouhani. E gli effetti sull’instabilità della situazione mediterranea a partire dalla Libia e dal conflitto tra sunniti e sciiti, nelle zone martoriate del Medio Oriente, si sentono. Soprattutto si vedono nelle grandi sofferenze di quelle popolazioni.

Resta solo da spiegare come tutto ciò sia stato reso possibile. Troppo complessi e variegati i fenomeni che ne sono stati all’origine. Non tutti di natura economica, basti pensare agli andamenti demografici che, come nell’antica Roma, alla fine ne hanno corroso le strutture portanti. Su un dato, tuttavia, occorre riflettere. Negli anni passati il modello europeo, declamato con orgoglio, era stato quello dell’economia sociale di mercato. Aveva come dati di contesto una realtà economica internazionale segnata da una profonda cesura: da un lato le grandi metropoli del benessere; dall’altro lo sterminato universo del Terzo mondo. Avendo il monopolio dello sviluppo, l’Occidente si poteva concedere il lusso di una crescente socialità.

Ma oggi non è più così. Gli esclusi di un tempo hanno conquistato terreno ed in molti casi – il porto del Pireo – sono penetrati nei confini del Vecchio mondo. Europa e Stati Uniti devono prendere atto di questo profondo mutamento ed elaborare nuove strategie. In cui il tema dello sviluppo riconquisti una sua centralità. Se, in qualche modo, bisogna fermare i nuovi barbari; non è necessario ricorrere a minacce. Basta dimostrare quello che l’Occidente sta facendo per ricostruire un’egemonia economia che il tempo – questa almeno la speranza – aveva fatto solo impallidire.

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