Potremmo sbagliarci, ma con la sentenza odierna c’è qualcosa per certi aspetti paradossale nell’intera vicenda Ilva? Un bene cioè ancora posseduto da una procedura pubblica verrebbe confiscato e acquisito al patrimonio statale da una sentenza di uno degli organi dello Stato. Il commento di Federico Pirro, docente all’Università di Bari

La sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Taranto a conclusione del processo Ambiente svenduto riguardante i presunti reati commessi in materia ambientale durante la gestione del gruppo Riva dello stabilimento siderurgico ionico – che è, è bene ricordarlo, ancora una sentenza di primo grado – dovrebbe essere attentamente studiata, non appena ne sarà conosciuto l’intero dispositivo, non solo dalla Pubblica accusa e dai collegi difensivi dei vari imputati, ma anche dalle Autorità governative, dalla Confindustria e dai Sindacati confederali e di categoria.

Perché riteniamo di doverlo affermare? Perché, al di là delle condanne – una delle quali a lui riferita ha suscitato lo sdegno dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, riportato da tutte le agenzie – vi è una disposizione del collegio giudicante che suscita fondate domande negli osservatori più attenti, ed è quella concernente la confisca degli impianti dell’area a caldo: una statuizione che, naturalmente, al momento non ha alcun effetto pratico, non essendosi in presenza di una sentenza passata in giudicato, ma che meriterebbe sin da ora attenta riflessione per intuibili ragioni.

Premesso che l’area a caldo – non lo si dimentichi mai – è tuttora sotto sequestro ma con facoltà d’uso stabilita da una legge del dicembre 2012 che classificava l’impianto di Taranto come “sito di interesse strategico nazionale”, è altresì opportuno ricordare che il gruppo Ilva è ancora di proprietà pubblica perché appartenente all’Amministrazione straordinaria che lo ha venduto, dopo la relativa gara, ad Arcelor Mittal che, tuttavia, al momento lo ha solo in locazione propedeutica però all’acquisto che dovrebbe perfezionarsi entro il maggio del 2022.

Allora, un primo punto da evidenziare riguarda la natura tuttora pubblica del compendio impiantistico dell’ex gruppo Ilva. Arcelor Mittal a sua volta costituì una sua controllata denominata AmInvestco Italy per la gestione dei vari impianti, società nella quale di recente è entrata Invitalia versando 400 milioni e assumendo una quota del 38% del capitale e del 50% dei diritti di voto. Pertanto, anche il gestore degli impianti vede la partecipazione paritetica al suo capitale di una società a controllo pubblico, ed ha mutato ragione sociale con la nuova denominazione di Acciaierie d’Italia che farà capo ad Acciaierie d’Italia holding nella quale entro il prossimo anno Invitalia potrebbe salire al 60% dell’azionariato.

Allora stabilire – sia pure, lo si ripete, in una sentenza di primo grado senza al momento alcun effetto pratico – che devono essere confiscati gli impianti tuttora di proprietà pubblica, e per giunta gestiti da una società pariteticamente partecipata dallo Stato tramite Invitalia, futuro azionista di maggioranza della compagine gestionale – cosa potrebbe significare in realtà? Che lo Stato confischerebbe se stesso e una sua proprietà, gestita peraltro da una società di cui lo Stato stesso è socio paritetico e in un prossimo futuro socio di maggioranza?

Potremmo sbagliarci, ma non rischierebbe di essere un esito per certi aspetti paradossale dell’intera vicenda Ilva? Un bene cioè ancora posseduto da una procedura pubblica – e la cui futura vendita dovrebbe sia pure molto parzialmente ristorare per legge i creditori – verrebbe confiscato e acquisito al patrimonio statale da una sentenza di uno degli organi dello Stato.

E una considerazione similare si potrebbe formulare per l’imminente sentenza del Consiglio di Stato che dovrebbe confermare o meno quella del Tar di Lecce che su ricorso del Sindaco del capoluogo ionico aveva stabilito lo spegnimento della stessa area a caldo, la cui dismissione coatta tuttavia significherebbe di fatto ledere strutturalmente il valore di un bene (lo ripetiamo) tuttora di proprietà pubblica. Anche in questo caso un organo della giustizia, nella fattispecie amministrativa, se stabilisse lo spegnimento di quell’area, finirebbe col diminuire il valore di un compendio impiantistico di proprietà pubblica e gestito al momento da una società pariteticamente partecipata dalla Stato.

Allora, a fronte di queste situazioni che rischiano di innescare un groviglio giuridico quasi inestricabile, è giunto il momento, ad avviso dello scrivente, che il governo e il Parlamento – insieme a tutti gli stakeholder interessati al rilancio pienamente ecosostenibile dello stabilimento di Taranto – affrontino risolutivamente la questione della transizione tecnologica e della ambientalizzazione avanzata del siderurgico ionico che è, e deve restare, un pilastro del sistema manifatturiero nazionale che occupa, non lo dimentichiamo mai, 8.200 addetti diretti più circa 5.000 nell’indotto, senza dimenticare gli occupati negli impianti a valle di Genova e Novi Ligure.

Non c’è più tempo da perdere al riguardo: lo Stato anticipi l’ingresso in maggioranza nella compagine sociale di Acciaierie d’Italia holding e nella sua controllata ed avvii, ma nei tempi tecnici necessari e senza fughe nell’utopia, il processo di transizione tecnologica dell’acciaieria di Taranto che deve continuare a restare sul mercato, concordandola con Confindustria, sindacati e gli stakeholder locali. E, se necessario, in tale direzione scenda in campo – ma ad horas – la Presidenza del Consiglio con la sua forza e il suo prestigio.

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