L’escalation in corso rischia di portare verso una Terza Intifada, una guerriglia prolungata dove la protesta si forgia anche sulle frustrazioni socio-economiche palestinesi. Conversazione con Giuseppe Dentice, capo del programma Mena del Cesi

Carri armati, artiglieria e mortai, delle Forze armate israeliane si stanno unendo a droni, aerei ed elicotteri dell’operazione “Guardiani delle Mura” in attacchi massicci contro Gaza. È in corso un’ulteriore escalation (per dare un’immagine: nella notte appena trascorsa Israele ha sganciato su Gaza 450 tra missili e bombe nel giro di 30 minuti). Tanto che nella notte il portavoce delle Israel Defense Forces (Idf) ha dovuto smentire l’inizio di un’invasione della Striscia; sebbene le forze israeliane abbiano ammassato truppe nella fascia vicino al confine.

La Divisione Gaza e il Comando Sud stanno coordinando il dispiegamento della Brigata paracadutisti, della Brigata di fanteria “Golani” e della 7a Brigata corazzata sul fianco del territorio palestinese; mentre settemila riservisti sono stati pre-allertati. Secondo Giuseppe Dentice, capo del programma Mena del Cesi, un’operazione terrestre non è probabile, perché quando Israele invia certi messaggi poi passa all’azione: potrebbe anche essere un’azione rapida, portandosi comunque dietro danni e conseguenze importanti.

“L’escalation purtroppo non è una novità — aggiunge Dentice — e messa come si sta mettendo la crisi, l’azione di terra rischia di non essere nemmeno il rischio più preoccupante: quello che mi terrorizza è se le proteste in corso in diverse città, sommate a un generale stato di frustrazione economica-sociale che forgia la rivolta, possano poi trasformarsi in una nuova Intifada”.

Il sindaco di Lod, una delle città più colpite dal lancio di razzi da parte di gruppi politico-terroristici come Hamas o Jihad islamico palestinese, ha dichiarato che gli scontri tra la comunità ebraica e araba stanno creando un contesto da “guerra civile”. Secondo l’esperto del CeSI un’eventuale Terza Intifada seguirebbe un modello molto meno spontaneo e più organizzato, questo potrebbe trasformare la situazione in “una guerriglia prolungata e violenta con intensità variabile”.

“Hamas e i gruppi armati palestinesi finiscono per fare l’interesse del governo Netanyahu: con gli attacchi missilistici stanno facendo perdere di vista il focus, riescono a far dimenticare che tutto questo che è nato dopo le azioni dei gruppi suprematisti israeliani guidati da Lehava a Gerusalemme. D’altronde Hamas prova a giocare per opportunità: politica, perché cerca una narrazione in cui pare intestarsi la causa palestinese; militare, perché sfrutta il momento per mettere in atto un’escalation. E nel frattempo cerca la marginalizzazione di Abu Mazen e di Fatah, una battaglia contro l’Anp, per fargli capire che il loro tempo è finito, ma ora il rischio è che chi viene dopo non è detto che sia migliore del precedente”, spiega Dentice.

La Striscia di Gaza, controllata militarmente da Hamas, è un territorio povero, dove manca tutto, dai beni ai servizi essenziali. Eppure i miliziani hanno dato dimostrazione di essere militarmente preparatissimi: hanno sparato quasi duemila missili in tre giorni, e sembrano non aver esaurito le riserve secondo le informazioni che circolano; hanno anche impiegato droni-kamikaze, uno step ulteriore sul piano degli armamenti. Lo scenario sta diventando simile a quello in Yemen, anche perché, come nel caso dei ribelli Houthi, vengono impiegate armi simili fornite dai Pasdaran. E intanto giovedì 13 maggio alcuni missili sono caduti nel Mediterraneo dopo essere stati sparati dal Sud del Libano: nell’area ci sarebbero postazioni di Hamas, e quel territorio è sotto il controllo della milizia filo-iraniana Hezbollah.

Il piano internazionale —  che passa anche dal sostegno iraniano si gruppi armati palestinesi (sostegno che ha matrice anti-israeliana e legata alle attività di influenza dei Pasdaran nella regione) — ci mette davanti a un interrogativo, che in molti si erano già posti. Gli Accordi di Abramo, siglati dall’amministrazione Trump per riaprire le relazioni tra Israele e alcuni paesi del mondo arabo, avevano apparentemente messo da parte la questione palestinese. Ma ignorarla non pare sia servito, anzi: alla prima occasione è tornata violentemente come non mai negli ultimi sette anni.

“Gli Accordi hanno volutamente dimenticato quello che è il punto di divisione alla base di molte delle divisioni in Medio Oriente. E ora tutto si rimette in ballo, perché come possono Paesi come Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto o Turchia a giustificare le azioni del governo israeliano se indirettamente quest’ultimo ha acuito le tensioni di Gerusalemme, dando il via al tutto? Immagino — continua Dentice — che gli accordi possano anche finire congelati, almeno temporaneamente, perché nessuno degli attori arabi può prendere pubblicamente le difese di Israele adesso, e nessuno è in grado di portare avanti un’agenda che possa andare contro gli interessi palestinesi”.

Su queste colonne la rappresentante diplomatica palestinese in Italia, l’ambasciatrice Abeer Odeh, ha lanciato l’idea di una conferenza di pace internazionale da tenersi a Roma; negli stessi giorni la Casa Bianca annunciava che nominerà (probabilmente mercoledì prossimo) un inviato speciale da mandare a Gerusalemme e Tel Aviv. Chi sarà a tenere insieme le parti? “La sensibilità di Washington è alta — risponde Dentice — il ruolo centrale e da giocare di sponda con Egitto e Giordania, i più attivi sul fronte palestinese, ma anche con gli altri Paesi arabi e forse anche con gli europei. La richiesta credibile sta nel fare pressione su Israele affinché congeli la situazione a Gerusalemme (garantisca lo status quo dei luoghi sacri, fermi le espropriazioni di terreni) e su Gaza si proceda a un deconflicting. Comprendo che è una soluzione intermedia, ma è anche quella che molti attori (su tutti gli Usa) potrebbero ritenere migliore per non alterare il clima dialogante che si è innescato da qualche mese nella regione”.

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