Il primo ministro ha sottovalutato la pandemia e si ritrova per le mani una tragedia umanitaria in India, uno dei Paesi che produce più vaccini al mondo, ma che ha immunizzato solo il 2% della popolazione. Eppure non è detto che gli errori di calcolo decretino la sua fine politica

L’ondata di Covid-19 che sta mettendo l’India in ginocchio ha dei responsabili precisi. Misure sanitarie lasche e la recalcitranza della politica nell’imporre restrizioni impopolari si sono combinate con celebrazioni pubbliche, feste religiose e comizi, causando la peggiore esplosione dei contagi mai registrata dall’inizio della pandemia.

Lunedì i contagi totali hanno superato quota 20 milioni e il numero di decessi viaggiava sui 4.000 al giorno, anche se secondo gli analisti la situazione è pesantemente sottostimata; basti vedere le fotografie di persone che muoiono in strada per mancanza di ossigeno, o le immense pire di cadaveri accatastati che ardono ventiquattr’ore al giorno nelle grandi città.

Sulla gestione della pandemia “sono stati commessi una serie di errori madornali”, ha commentato Matteo Miavaldi, giornalista esperto di India e Asia, in una conversazione con Formiche.net. L’anno scorso, quando è parso che il virus avesse risparmiato l’India, tutta l’amministrazione del primo ministro Narendra Modi ha cantato vittoria. Dopo due mesi di lockdown “duro” il Paese ha alzato le saracinesche (a maggio 2020) e non le ha più abbassate.

La politica ha approfittato delle riaperture per azzerare le misure di prevenzione e tessere l’immagine di una grande nazione, una potenza farmaceutica refrattaria al virus, pronta ad aiutare le altre e ritagliarsi un ruolo storico, ha spiegato Miavaldi. Ma un anno dopo la situazione si è completamente ribaltata. Con il progredire dell’ondata, che ha superato i 400.000 contagi al giorno (ufficiali) la settimana scorsa, sono gli altri Paesi a inviare aiuti all’India.

“I problemi strutturali preesistenti – come il sistema sanitario, tra i peggiori al mondo – adesso sono sotto gli occhi di tutti. Senza l’aiuto esterno l’India non ce la può fare, dai primi di maggio stanno arrivando cargo con l’ossigeno”. È un fallimento immenso per Modi, che aveva predetto tutt’altro, e una doccia fredda per la sua base elettorale – perlopiù hindu e nazionalista – a cui era stato detto che il Paese unito nel nome del nazionalismo potesse essere una potenza al pari degli Usa e della Cina.

Oggi il vaccino indiano Covaxin (prodotto da Bharat Biotech e sbandierato dal premier come prova dell’autosufficienza indiana) rappresenta un decimo delle inoculazioni totali, che hanno raggiunto solo il 2% della popolazione. E il Serum Institute, il produttore di vaccini più grande al mondo, ha prodotto per mesi il farmaco AstraZeneca in India per poi spedire 66 milioni di dosi ad altri Paesi – in pacchi con il volto di Modi stampato sopra – prima che la seconda ondata si abbattesse sul subcontinente.

L’insuccesso del BJP, il partito di Modi, si può misurare anche con le recentissime elezioni regionali, il cui valore è simbolico oltre che pratico. Negli ultimi mesi il premier ha condotto una campagna ossessiva per vincere lo stato-chiave del Bengal occidentale, forte di 91 milioni di elettori, confinante col Bangladesh e contraddistinto da laicismo, multiculturalità e multiconfessionalità (un terzo della popolazione è di fede musulmana).

La retorica del BJP “fa uso di leve intercomunitarie” e spesso “demonizza le minoranze etniche (in particolare quella musulmana) per fomentare il voto di pancia della maggioranza hindu, ossia l’80% della nazione”. Ma non è bastata a portare il BJP alla vittoria nel Bengal occidentale. E durante la campagna elettorale, durante la quale Modi ha tenuto venti maxi-comizi nello stato in questione, il partito ha perso di vista la catastrofe umanitaria in divenire.

Eppure, secondo Miavaldi, questo non porterà necessariamente al tramonto di Modi. Il premier è visto da molti come l’uomo forte di cui l’India ha bisogno e non esiste un partito in grado di fare da contraltare al BJP. Ma soprattutto, al momento non si riscontra una figura che possa rivaleggiare con la sua eccezionale abilità politica, la sua statura nazionale e la sua storica resilienza.

Nel 2016 Modi causò un disastro economico e sociale quando annunciò che nel giro di poche ore due tagli di banconote avrebbero perso il loro valore legale e sarebbero stati sostituiti. L’India perse per strada il 2% del Pil, l’economia rimase paralizzata per mesi e le code davanti alle banche causarono diversi morti. Tre anni dopo, Modi e il BJP stravinsero alle elezioni.

Nemmeno la discriminazione delle minoranze etniche e religiose, la retorica ultranazionalista messa in campo dal BJP e gli insuccessi sul fronte Kashmir e Cina sono stati motivi sufficienti per smuovere l’opinione degli indiani, anzi. Anche se il peggiorare della crisi pandemica, che colpisce tutti indiscriminatamente, potrebbe cambiare le cose.

Per Miavaldi “bisogna vedere quando e come l’India uscirà dalla pandemia per vedere quali ripercussioni ci saranno sul governo. Le responsabilità sono palesi, Modi non ha fatto quello che doveva fare e i risultati sono evidenti”. Ma rimane alta la probabilità che finché non si paleserà un’alternativa a Modi, questi continuerà a vincere.

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