Sarà possibile, per le donne, educare la società verso progetti di vita alimentati da un comune sentire del cuore? Questo, forse, potrebbe essere ciò che di prezioso è accaduto nel periodo che le future generazioni chiameranno “dopo la pandemia”? È la sfida non solo delle donne ma dell’attuale democrazia, sempre più complessa

L’Italia è ripartita. Lo scudo del vaccino e i comportamenti individuali responsabili riducono la presenza del virus e rinasce la speranza nel domani. Riaprono le attività, in sicurezza, con la necessaria gradualità, in una nuova dimensione economica e in una diversa socialità. Secondo alcune rilevazioni, cresce la fiducia degli italiani nelle istituzioni di garanzia e si guarda con cauto ottimismo al futuro.

Tante le opportunità e le risorse del Recovery Plan per ridefinire politiche e dinamiche sociali. Un progetto ambizioso del governo, in un’ottica di tempestività e semplificazione. “Cabina di regia” per stabilire priorità e indirizzi, cabina politica e tecnica per l’attuazione degli interventi, monitoraggio e vigilanza contabile. Per ripensare ad un’economia vincente e a un sistema Paese dal volto umano. Una prospettiva che deve interagire con un deciso cambiamento culturale. In ogni settore e anche per dare una spallata, si spera, alle discriminazioni di genere.

Ma siamo pronti per credere in una parità formale e sostanziale? Per superare quegli ostacoli non giuridico-formali ma soprattutto culturali, psicologici e sociali che alimentano il divario? Per rimuovere quelle barriere che costituiscono strumento di violenza per il mondo femminile? Donne essenziali per lo sviluppo economico del Paese, dicono le rilevazioni più qualificate, donne dalla leadership “gentile” e dai migliori risultati, nel settore pubblico come in quello privato. Ma ancora troppo poche in posti di rilievo. Solo il 28% dei manager in posizioni apicali, infatti, è donna. In molte aziende, meno del 20%.

È tuttora diffusa la convinzione, espressa persino da rappresentanti politici, che la discriminazione femminile in alcune attività d’impiego sia questione quasi “naturale”. La donna sarebbe più propensa all’accudimento e non alle materie Stem, cioè scienze, tecnologia, ingegneria, matematica. I dati smentiscono, le studentesse registrano performance accademiche migliori degli studenti nelle discipline scientifiche, sia rispetto al voto di laurea che al completamento della formazione. Ma il pregiudizio vive e il divario persiste anche nel mercato del lavoro, dal punto di vista occupazionale e salariale.

In Italia, solo il 16% delle donne studia materie Stem, rispetto al 34% degli uomini. Tanto che l’Università di Bari, per incentivarne l’iscrizione, ha previsto tasse ridotte per le iscritte. Ma sono donne cosmopolite e competenti, quest’anno, oltre i due terzi degli architetti della Biennale. Prima astronauta dell’Esa, sarà l’italiana Samantha Cristoforetti a comandare la stazione spaziale internazionale. Ritenuta anche la più idonea a promuovere lo spirito di squadra tra gli astronauti e tra l’equipaggio di bordo e i team sulla Terra. Non solo con la professionalità, dunque, ma con l’empatia e la sensibilità femminile.

Una grande opportunità per l’universo femminile è rappresentata dagli obiettivi che il gruppo W20 si pone nel cammino delle donne, in quest’anno nel G20 a presidenza italiana. Una frontiera aperta verso importanti orizzonti. Una ”marcia” inarrestabile che svela, tuttavia, il volto della fragilità della condizione femminile. Tra le aree d’intervento, lavoro, imprenditoria, finanza, infrastrutture sociali e violenza di genere. I lavori del W20 si concluderanno con proposte concrete. Un documento finale sarà presentato ai leader di governo dei 20 Paesi più industrializzati del mondo durante il summit mondiale di Roma di luglio. Naturalmente, la partita si giocherà in sede di attuazione da parte degli Stati nazionali.

Ma a che punto siamo?

Rifletto, in questi giorni, su alcune notizie attinenti uno dei principali focus del Women20, la violenza di genere. Il senso delle questioni mi sembra significativo per guardare nella profondità di un drammatico fenomeno che registra dati sempre più allarmanti, in Italia e nel mondo, seppur ancora in gran parte sommerso. Femminicidi, revenge porn, violenze fisiche e psichiche dai mille volti. Quali sentimenti, emozioni, bisogni, dinamiche relazionali si celano nell’oscurità di uomini e donne?

In Francia, è donna, per la prima volta, la direttrice del Louvre, il museo fondato nel 1793 più visitato e più grande del mondo. È Laurence des Cars, di indiscussa competenza nel mondo dell’arte, già a capo del museo d’Orsay, chiamata ora a ripensare al modello economico del Louvre, nel post pandemia.

Ma sempre in territorio francese, dopo dieci anni dal divorzio da Dominique Strauss-Khan, già direttore del Fondo monetario internazionale, con l’ossessione del sesso, accusato di violenza nei confronti di una dipendente di albergo, la moglie Anne Sinclair, giornalista di successo, ricca e femminista che gli rimase accanto nella vicenda giudiziaria, afferma che l’economista francese “aveva un potere di persuasione molto forte” e di avere vissuto la loro relazione “nel terrore del disaccordo e nella paura di deluderlo, con sottomissione e accettazione”, riproducendo “lo schema della dipendenza che mi legava a mia madre”. Insomma, la “colpa” di essere stata mortificata, tradita e ingannata potrebbe essere in gran parte imputabile a se stessa e alla propria fragilità? Meno rilevante la grave condotta dell’ex marito? Si spera che l’esperienza della Sinclair possa significare qualcosa, per altre donne!

È di questi mesi un acceso dibattito, in Italia, su alcuni casi di presunto stupro e, in particolare, sull’accertamento del “consenso” della vittima, di non facile definizione. Ma cosa può giustificare la violenza, fisica e psichica, sia pure in presenza di una qualche forma di “implicito consenso”? Spesso, in realtà, è il “dissenso” ad essere implicito!

È il caso non solo di gruppi di giovani, figli di persone note, ma anche di adulti, imprenditori di successo. Le accuse, se saranno confermate dai processi, non riguardano, dunque, persone ai margini della società alle quali spesso si rivolge la narrazione della violenza, ma soggetti con ruoli sociali ben definiti e inseriti in agiati contesti sociali. Nella vita di tutti i giorni “professionisti esemplari”, agivano con modalità organizzate per adescare in modo seriale donne belle e giovani, poi sequestrate, minacciate, drogate, abusate, sottomesse fisicamente e psicologicamente. Ragazze segnate da un’indelebile sofferenza che colpisce corpo e anima.
Come contrastare, dunque, il dilagare della violenza e quali valori opporre al disprezzo della vita umana? I giovani, in particolare, sono pienamente consapevoli del loro inquietante agire?
Una spinta per un cambiamento culturale viene anche dalla giustizia.

Conforta una recente decisione della Corte di Strasburgo che condanna l’Italia per la violazione dei diritti di una presunta vittima di stupro in relazione ad una sentenza della Corte d’Appello di Firenze del 2015. “Ingiustificati” riferimenti alla lingerie indossata la sera della presunta violenza e osservazioni riguardanti la sessualità e le abitudini occasionali della giovane quando invece “le autorità dovrebbero evitare di riprodurre stereotipi sessisti nelle decisioni dei tribunali”, ha detto la Corte europea. “Un linguaggio e argomenti che veicolano pregiudizi sul ruolo delle donne” attraverso una sentenza.

Insomma, la violenza va condannata comunque e valutata sulla base della “credibilità” della vittima ma a prescindere da altre considerazioni asseritamente “morali”. E conforta ancor più che l’interessata avesse prodotto ricorso non in relazione all’assoluzione dei sei giovani – tra i 20 e i 25 anni all’epoca dei fatti – autori del reato ma proprio per il comportamento delle autorità nazionali che, secondo la ragazza, non avevano “tutelato il suo diritto al rispetto della vita privata e la sua integrità personale”. Una posizione che non è solo processuale ma che traccia una linea importante per il rispetto della soggettività di tutte le donne.

“Nessuno sa quanto una qualsiasi palla di neve può provocare una valanga” ha affermato il dissidente cecoslovacco Vaclav Havel. Ogni donna può crederci. Un virus ha messo a soqquadro la nostra vita, la nostra società e potrebbe ripresentarsi, sotto altre spoglie. Ora è tempo di cambiamenti forti e di attuare un percorso culturale preventivo. Per riscrivere nuove regole e linguaggi, un modo di vivere e di pensare diverso e migliore dal passato. In famiglia, attraverso l’educazione dei figli maschi sin dai primi anni di vita, nella scuola. È la possibile “rivoluzione” di tutte le donne.

Per sua natura, la sensibilità della donna conosce il coraggio e la forza della determinazione. Quel coraggio di Franca Viola che, a soli 17 anni, rapita e sottoposta a violenza e stupro dall’ex fidanzato, esponente di cosca mafiosa, “svergognata”, si sottrasse a un matrimonio “riparatore” provvedendo a denunciare l’autore del reato e i suoi complici. Prima donna in Italia. Era il 1965.
È tempo di esercitare con maggiore autostima e consapevolezza il valore dirompente della femminilità anche nelle dinamiche delle relazioni. Abbattendo una cultura maschilista foriera di violenze, manipolazioni e dipendenze e denunciando gli abusi subiti.

I segnali per una svolta ci sono, in questo momento storico. Sarà possibile, per le donne, educare la società verso progetti di vita alimentati da un comune sentire del cuore? Questo, forse, potrebbe essere ciò che di prezioso è accaduto nel periodo che le future generazioni chiameranno “dopo la pandemia”?

È la sfida non solo delle donne ma dell’attuale democrazia, sempre più complessa.

Condividi tramite