Accordi commerciali, partnership diplomatiche, tensioni militari. L’avanzata della Cina nel Mediterraneo allargato impone un ripensamento strategico da parte di Ue e Usa. Dove si può cooperare? Una road map nel primo panel della conferenza “A Strategic Nexus” di Formiche e ChinaMed con Romano Prodi, Barry Pavel, Jia Qingguo, Itamar Rabinovich, Emanuela Del Re, Enrico Fardella e l’ambasciatore Luca Ferrari

Un tempo lo chiamavano “Mare Nostrum”. Oggi è crocevia di culture, interessi economici e geopolitici, manovre militari di decine di potenze. C’è un motivo se gli studiosi sempre più spesso parlano di “Mediterraneo allargato”. Una regione che va dallo Stretto di Gibilterra al Mar Rosso fino ai Paesi affacciati sul Golfo Persico e che negli ultimi anni è diventata il cuore pulsante di una nuova competizione internazionale. Ne sono protagonisti anche Paesi che nella loro storia non si erano mai spinti nel Mediterraneo se non per ragioni commerciali.

È il caso della Cina: da quando si è aperta otto anni fa la presidenza di Xi Jinping, complice il mastodontico piano della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), il Mediterraneo è lentamente scivolato al centro della strategia di Pechino. Divenendo a tratti terreno di scontro della “Guerra Fredda” fra Stati Uniti e Cina che vede al centro un’Europa spesso incerta, combattuta da opposte pulsioni. Dall’accaparramento delle ingenti risorse energetiche presenti nella regione alla necessità di stringere i rapporti con alleati chiave della Nato, come la Grecia e Italia, sono tante le ragioni che spingono il Dragone ad affacciarsi sul mare che un tempo fu culla della civiltà occidentale.

Un convegno organizzato da Formiche e da ChinaMed, un progetto di ricerca del TOChina Hub dell’Università di Torino, insieme all’Università di Tel Aviv, all’Università di Pechino e all’ufficio di Roma della Georgetown University, ha provato a esplorarle.

La presenza cinese nel Mediterraneo deve stimolare un ripensamento strategico in seno all’Ue, ha detto Luca Ferrari, ambasciatore italiano a Pechino, in apertura di un dibattito introdotto da Enrico Fardella, professore associato al Dipartimento di Storia dell’Università di Pechino e coordinato da Emanuela Del Re, già viceministra degli Esteri.

Insieme al loro un parterre d’eccezione: Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea, Barry Pavel, Senior Vice President e Direttore dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, Jia Qingguo, membro dello Standing Committee del tredicesimo Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del Popolo cinese, e Itamar Rabinovich, presidente dell’Istituto Israeliano e già ambasciatore di Israele negli Stati Uniti.

“Sarebbe difficile negare che la cooperazione fra Cina e Ue negli ultimi due anni si è fatta più intricata. Non è successo dal giorno alla notte. Quando nel 2019 la Commissione europea ha pubblicato l’outlook strategico Cina-Ue ha chiarito come Cina e Ue siano partner su aree di interesse comune, competitor su temi economici e rivali sui modelli di governance e i valori, ma mai nemici”, spiega Ferrari.

La contesa internazionale dello spazio euro-mediterraneo richiede una rigida divisione dei compiti. Collaborare dove si può, anzi si deve. Come sulle crisi regionali che scuotono la regione. “È necessario ridurre le distanze, a partire dalle crisi regionali in cui Ue, Stati Uniti e Cina condividono obiettivi e interessi – continua l’ambasciatore – dalla questione palestinese all’accordo per il nucleare con l’Iran”.

“Su questi fronti bisogna cooperare con potenze come Cina e Russia – dice Rabinovich – il nucleare iraniano è un esempio chiaro. Un’escalation nucleare si trascinerebbe dietro altri Paesi della regione, dall’Arabia Saudita alla Turchia”.

Ci sono poi grandi sfide che per definizione sono multilaterali, come la lotta al Covid-19 e ai cambiamenti climatici. “La partecipazione del presidente Xi Jinping al summit mondiale per il Clima e al Summit per la Salute di Roma su invito del presidente Mario Draghi ha confermato come il cambiamento climatico e la crisi del Covid offrano un terreno comune per una cooperazione fruttuosa fra Ue e Cina”.

Se la Cina ha messo una bandierina nel Mediterraneo, nota Prodi, è anche perché l’Europa e gli Stati Uniti le hanno concesso spazio. In politica i vuoti di potere si colmano, sempre. Per l’Italia e l’Ue la Libia è un caso di scuola. “Non solo l’Ue non ha militari in Libia, ma non ha più alcuna influenza economica – dice l’ex premier – Le divisioni interne stanno indebolendo l’azione europea. Potremmo avere un’influenza militare, addestrare le forze locali, ma ormai questo ruolo è stato preso da Russia e Turchia, nonostante il Pil dell’Ue sia molto più grande del loro, è una situazione incredibile”.

I Balcani non sono da meno. “In Europa centrale e orientale ci sono democrazie nuove, fragili, che subiscono la sfida all’ordine liberale. Serve uno sforzo internazionale per rinvigorire le istituzioni di questi Paesi”, nota Rabinovich.

Se ne è accorta l’Ue quando, frettolosamente e in ritardo, ha deciso di inviare dosi del vaccino anti Covid-19 ai Paesi non-membri dell’area balcanica per evitare che finissero sotto la sfera di influenza cinese. Un’influenza che si è man mano istituzionalizzata, con il formato “17+1”. “Un formato che, a mio parere, è discutibile – nota Prodi – La Cina ha un’enorme influenza economica nei Balcani e ha perfettamente ragione a scegliere i Paesi con cui fare accordi, ma non credo che la creazione di un’istituzione sia una buona mossa”.

Perché acuisce le tensioni già in essere con la sfera euro-atlantica. Giunte al culmine con il nuovo round di sanzioni di Pechino. “Sinceramente non capisco il crescente numero di sanzioni della Cina contro membri del Parlamento europeo, così si obbliga il Parlamento a fermare tutti gli accordi con Pechino”. Come il CAI (Comprehensive agreement on investments), il maxi accordo sugli investimenti congelato dall’emiciclo di Strasburgo. “Finché una delle due parti non fa un passo avanti, è impossibile fare qualsiasi cosa”.

Ma l’economia è solo una faccia della medaglia. Il Mediterraneo è al centro di due proposte culturali, ideologiche diverse, se non opposte, ragionano Pavel e Jia.

“Dovremmo prestare grande attenzione alle sfide poste dalla leadership di Xi – avvisa l’esperto americano – la Cina vuole dichiaratamente perseguire l’egemonia nel campo tecnologico, della sicurezza globale e regionale. Diffondere i valori del Partito comunista cinese, e farlo apertamente, con un’aggressività sconosciuta in passato”. Joshua Kurlantzick la definì con un celebre libro una “Charme offensive”. Ma di “charme” c’è ben poco, spiega Pavel.

“Le dichiarazioni aggressive dei diplomatici cinesi continuano ad aumentare. L’esercito cinese ha violato la promessa fatta da Xi a Barack Obama di non militarizzare il Pacifico occidentale e l’Oceano indiano, invade lo spazio aereo di Taiwan. Il governo diffonde sussidi alle aziende tech cinesi, impone misure economiche coercitive contro Australia, Corea, Svezia, senza menzionare il genocidio degli uiguri nello Xinjiang”.

Per Jia invece la lente ideologica non è quella giusta per leggere la crescita globale cinese. “Sono gli Stati Uniti, con Donald Trump, ad aver lanciato una guerriglia ideologica contro la Cina. Biden ha ereditato questa legacy. La Cina, da parte sua, non ha mai propagandato nel mondo un modello di sviluppo o politico, né ha cercato di cambiare il sistema di diritto internazionale per riflettere i suoi valori”.

Il successo del “modello cinese” in regioni, come quella mediterranea, che gli erano un tempo precluse si deve allora a un processo più antico, spiega l’accademico. “All’indomani della Seconda Guerra mondiale la maggior parte dei Paesi sviluppati ha aderito al sistema di valori liberal-democratici americani. Altri Paesi, quelli in via di sviluppo, hanno anteposto ai diritti civili il rispetto della sovranità e il principio di non ingerenza. Quando l’Occidente era più forte, il primo sistema valoriale prevaleva. Adesso le cose stanno cambiando”.

“Non è detta l’ultima parola – ribatte Pavel – i leader del Pcc hanno sottovalutato la capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Mediterraneo, a partire dall’Italia, di resistere all’influenza cinese. L’unica via di uscita è data da una linea strategica ben definita. Cooperare quando si può, competere quando si deve, rivaleggiare dove è necessario”.

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