Settimana di incontri tra Israele e Usa sul nucleare iraniano. Ma perché Blinken non ha incontrato il suo omologo (rimasto addirittura a Gerusalemme) bensì il capo del Mossad? È la politica estera di Netanyahu e del fidato Cohen (che potrebbe essere raccoglierne l’eredità politica)

Questa settimana, mentre a Vienna si teneva una nuova tornata di negoziati sul possibile ritorno degli Stati Uniti all’accordo sul nucleare iraniano Jcpoa, a Washington arrivavano i vertici dei servizi segreti e della sicurezza nazionale di Israele. All’ultimo minuto, a causa delle recenti tensioni a Gaza ha dovuto rinunciato al viaggio Aviv Kochavi, il Ramatkal, ossia il capo di stato maggiore dell’esercito.

In cima all’agenda l’Iran, poi il Libano e la Siria, e in generale la sicurezza e la difesa di una regione complessa – il Medio Oriente – da cui Washington si sta sganciando affidando agli israeliani un ruolo di viceré, anche come conseguenza degli Accordi di Abramo.

Due incontri di alto livello. Il più recente, giovedì, tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il capo della Mossad Yossi Cohen. Dal lato statunitense all’incontro hanno partecipato anche due diplomatici (Wendy Sherman, numero due della diplomazia statunitense, e Derek Chollet) e due membri del Consiglio per la sicurezza nazionale (Jake Sullivan, consigliere del presidente Joe Biden, e Brett McGurk, responsabile dell’area Mena che dopo il meeting è volato in Medio Oriente, per la prima visita della nuova amministrazione Usa nella regione).

Ad accompagnare il capo delle spie israeliane c’era invece Gilad Erdan, esponente di spicco del Likud, e fedelissimo del primo ministro Benjamin Netanyahu, già ministro in diversi suoi governi, dall’anno scorso ambasciatore negli Stati Uniti.

Il primo incontro si era tenuto martedì tra Sullivan e l’omologo israeliano Meir Ben-Shabbat, dal 2017 al fianco di Netanyahu come consigliere per la sicurezza nazionale. Presenti all’incontro per gli Stati Uniti anche McGurk e Barbara Leaf, diplomatica di lungo corso tornata recentemente al dipartimento di Stato dalla Casa Bianca, già responsabile degli affari iraniani a Foggy Bottom, un passaggio a Roma poi ambasciatrice negli Emirati Arabi Uniti nel corso della seconda amministrazione di Barack Obama. Ben Shabbat era accompagnato dall’ambasciatore Erdan e da Reuven Azar, consigliere del primo ministro Netanyahu per la politica estera.

Sei anni fa, quando cioè l’amministrazione di Barack Obama correva speditamente verso l’accordo Jpcoa senza ascoltare Israele, “tutto era stato politicizzato. Non è così oggi”. Questa frase di una fonte israeliana riportata da Axios sembra riassumere il clima dei colloqui e la soddisfazione di Israele – che attualmente è impegnato nel trasmettere a Washington le proprie preoccupazioni e le proprie priorità.

L’ambasciatore Erdan ha spiegato che gli Stati Uniti comprendono che Israele voglia mantenere una “libertà di azione” per agire contro l’Iran che minaccia lo Stato ebraico. Da Gerusalemme il ministro dell’Intelligence Eli Cohen (che non è parente del direttore del Mossad) ha dichiarato che gli aerei militari israeliani “possono colpire ovunque nel Medio Oriente, sicuramente in Iran” e che “un cattivo accordo scatenerebbe nella regione una spirale verso la guerra”.

“Israele non permetterà all’Iran di ottenere armi nucleari”, ha aggiunto. Un impegno ribadito in conferenza stampa anche da Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato, a dimostrazione di una certa sintonia tra i due Paesi che nell’era Obama, di cui Biden era vice, era mancata.

Ma ci sono due elementi da sottolineare di questa trasferta israeliana. Il primo: questo tipo di incontri con le precedenti amministrazioni statunitensi si sarebbe tenuto tra presidente e primo ministro. Come ha sottolineato Axios, però, il Medio Oriente non è stato in cima alla lista della priorità dei primi cento giorni di Biden. Il secondo: a Washington non c’era Gabi Ashkenazi, il ministro degli Esteri israeliano.

La sua assenza potrebbe stupire, soprattutto visto che a incontrare il suo omologo, cioè Blinken, è stato Cohen, il capo del Mossad. L’agenzia, che ha sede presso l’ufficio del primo ministro israeliano (come in Italia il Dis sta a Palazzo Chigi), fin dai suoi esordi “ha ingaggiato una lotta clandestina contro le minacce che pesano su Israele e sull’Occidente”, come raccontano Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal nell’introduzione del libro “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”.

In realtà, non può stupire. E non soltanto per via del rapporto che lega Netanyahu e Cohen (che a giugno lascerà la guida del Mossad e che molti dipingono come il successore politico del premier). Ma anche perché la politica estera di Israele è anche e soprattutto politica di sicurezza – se non addirittura sopravvivenza – nazionale e si decide da sempre nell’ufficio del primo ministro.

Un caso esemplare e recente sono gli accordi di Abramo, a cui hanno lavorato per mesi Cohen, Ben-Shabbat e Azar. Basti pensare che, come raccontato su Formiche.net, nelle prime settimane della pandemia era stato attivato proprio il Mossad per acquisire attrezzature mediche (anche dagli Emirati Arabi Uniti, che allora non aveva ancora riconosciuto Israele) oltreché per accogliere informazioni utili per lo studio del Covid-19. Com’è finita, lo sappiamo: con una campagna vaccinale record e il ritorno alla (quasi) normalità prima di tutti.

A meno di dieci giorni dall’insediamento di Biden, l’allora per poco segretario di Stato, Mike Pompeo, incontrò a cena al Café Milano di Washington il capo del Mossad, per continuare con gli esempi (alcuni ipotizzavano che dopo il 2024 quello sarebbe potuto essere un vertice tra leader dei due Paesi).

(Nella foto: Benjamin Netanyahu e Yossi Cohen)

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