Il segretario di Stato accusa l’Iran di essere collegato ad al Qaeda. Con l’obiettivo di  solidificare l’eredità trumpiana in politica estera e complicare il percorso al presidente eletto Joe Biden

L’emittente panaraba basata a Dubai Al Arabiya è stata la prima a sostenere – lunedì, attraverso fonti del dipartimento di Stato statunitense – che il segretario Mike Pompeo avrebbe indicato l’Iran come è uno stato che ha legami e offre protezione ad al Qaeda. E infatti il capo della diplomazia di Donald Trump su Twitter ha avvicinato l’Iran alle responsabilità sugli attacchi del 9/11: “Al Qaeda ha una nuova base. È la Repubblica islamica d’Iran”, ha detto durante una conferenza stampa.

Al di là dei fatti, una prima considerazione: queste affermazioni arrivano a poche ore dall’incontro dell’americano con Yossi Cohen, l’attuale direttore del Mossad, l’intelligence israeliana che si occupa delle attività all’estero. I due si sono visti al Café Milano di Washington per un faccia a faccia di lavoro. Possibile che più che uno scambio di informazioni – di cui Pompeo, ex direttore della Cia, era quasi certamente già in possesso – potrebbe essere stato un arrivederci. Cohen potrebbe essere uno tra i futuri leader politici israeliani (nel fantacalcio dei politici di Tel Aviv viene descritto come il dopo-Netanyahu); Pompeo ha davanti a sé una strada non scontata che potrebbe portarlo alla candidatura repubblicana per Usa2024.

La partita è più che altro politica. Come precisa l’emittente degli Emirati Arabi (paese che ha con Teheran posizioni agli antipodi e competitive), collegare l’Iran ad al Qaeda è una delle iniziative “d’impatto” che il capo della diplomazia di Washington sta assumendo negli ultimi giorni di amministrazione. Molte di queste iniziative sono mirate a rendere l’Iran più isolato, colpevole di crimini connessi al mondo del terrorismo e della violazione del diritto internazionale (per esempio, Pompeo su Twitter ha reso nota la desecretazione di documenti relativi al presunto utilizzo da parte dell’Iran di armi chimiche durante la guerra fra Libia e Ciad del 1978-1987).

Un’altra mossa simile riguarda la designazione del gruppo ribelle yemenita Houthi come entità terroristica, che sarà attiva dal 19 gennaio – ossia il giorno prima dell’Inauguration Day della presidenza Biden. “La sensazione è che la presidenza Trump voglia ostacolare in qualsiasi modo la ripresa dei negoziati sul nucleare tra l’Iran e la prossima amministrazione Biden”, ha spiegato su queste colonne l’analista basato a Londra Ludovico Carlino, ricordando che in queste ultime settimane il governo americano ha guidato ulteriori sanzioni contro entità e persone iraniane (l’ultima salva sanzionatoria del Tesoro ha colpito dodici produttori di metallo iraniani). I trumpiani pensano di solidificare l’eredità su un dossier molto delicato, che riguarda tanto gli Stati Uniti – che hanno relazioni antagoniste con l’Iran – sia i propri alleati mediorientali, i Paesi del Golfo e Israele. L’amministrazione Trump vuole lasciare un’impronta, e contemporaneamente complicare la vita all’amministrazione entrante.

La presidenza Joe Biden, spiega l’esperto di Iran israeliano Raz Zimmit sempre a Formiche.net, non sarà interrotta in modo scoordinato dall’amministrazione democratica, ma il presidente eletto ha lasciato capire chiaramente che per lui – parte attiva del flusso politico che portò la Washington di Barack Obama a negoziare l’accordo sul nucleare Jcpoa, poi stracciato da Donald Trump – il riallaccio con Teheran è possibile. Difficile che eccessiva attenzione al dossier verrà data nei primissimi mesi di amministrazione, tuttavia, e difficile che – come sostiene Zimmit – si possa tornare al tavolo senza che “l’accordo venga allargato alle politiche regionali (ossia al ruolo delle milizie collegate ai Pasdaran nel gioco di influenza regionale iraniano, ndr) e ai programmi missilistici della Repubblica islamica”.

Quello con l’Iran è solo una parte del “blitz” (copyright Axios) con cui l’amministrazione Trump, attraverso un segretario di Stato che sembra sempre più proiettato ad andare oltre al ruolo ricoperto negli scorsi quattro anni, “sembra interessata a cristallizzare alcune situazioni nel modo più complesso possibile” ha detto sempre su questo sito il ricercatore Giuseppe Dentice spiegando l’attività del governo statunitense in questa fase – leggendola dall’angolo della crisi tra etiope nel Tigray. In questo quadro rientrano anche l’accelerazione sul ritiro di parte del contingente dall’Afghanistan (spingendo su un complicato accordo con i Talebani, contro cui il Pentagono ha provato anche la via legislativa), dall’Iraq (nonostante sia il principale terreno di criticità con l’Iran e le milizie collegate) o dalla Somalia (dove il terrorismo qaedista cresce). O ancora, l’idea di marcare Cuba come sponsor del terrorismo, o di provocare la Cina eliminando le restrizioni sulle interazioni tra funzionari statunitensi e taiwanesi.

Si tratta di azioni concentrate nelle recenti settimane che sono anche basate su fattori realistici, per esempio sulle connessioni tra Iran e al Qaeda esistono informazioni specifiche da anni, e recentemente il tema è arrivato alla discussione mainstream quando è stata resa pubblica una killing mission del Mossad a Teheran con cui è stato eliminato Abu Muhammad al-Masri, un leader qaedista piuttosto importante e responsabile di attentati mostruosi in passato. Oggi Pompeo ha confermato l’operazione pubblicamente (e potrebbe, questo sì, aver avuto via libera formale da Cohen). Tuttavia la tempistica con cui ora Pompeo intende collegare l’Iran al gruppo terroristico fondato da Osama bin Laden è parte di quelle iniziative con cui il segretario sta cercando di legare le mani al presidente eletto.

Tanto che al Congresso – dove i legislatori resteranno per altri anni e non lasceranno l’incarico il 20 gennaio – certe iniziative hanno sollevato diverse critiche, e non solo da parte dei Democratici. Mosse, guidate principalmente da Pompeo, che per altro arrivano in un momento in cui lo stesso Trump sembra essersi ampiamente disinteressato dalla politica estera, e seguono molti altri cambiamenti nella politica statunitense di lunga data – per esempio il riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara occidentale – che sono avvenuti durante la transizione.

I membri del Transition Team dicono ai media americani, sempre parlando in forma anonima, che l’amministrazione entrante si riserva la facoltà di rivedere tutte le ultime policy e di decidere cosa fare secondo “l’interesse nazionale”. La nuova classificazione degli Houthi è poi stata particolarmente contestata perché si teme che possa scatenare un aggravamento della crisi umanitaria in corso – che dopo cinque anni di guerra tra i ribelli nordisti e la colazione guidata dai sauditi ha ridotto alla fame migliaia di persone. Biden, che durante la campagna elettorale ha già detto di voler sospendere l’assistenza di intelligence ai sauditi, si trova già costretto a fronteggiare le pressioni di chi vuole invertire la designazione terroristica per evitare di aggravare la crisi.

Condividi tramite