In vista della ministeriale Esteri G7, Parlamento e Commissione alzano la voce contro il gasdotto dopo le sanzioni russe contro il presidente Sassoli e altri sette. Così Washington trova una nuova sponda a Bruxelles per far leva su Berlino

La Russia, forse più della Cina, è il convitato di pietra all’incontro tra ministri degli Esteri del G7 iniziato oggi a Londra per concludersi mercoledì, quando il segretario di Stato americano Antony Blinken volerà a Kiev, in Ucraina. E non è dunque un caso che un tema caldo della tre giorni “atlantica” sarà il Nord Stream 2, piatto forte del bilaterale (se ci sarà) tra Blinken e il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas.

Gli Stati Uniti hanno preparato il terreno nei giorni scorsi. Durante l’incontro con la stampa dello scorso 30 aprile l’ambasciatore Philip Reeker, numero due della diplomazia statunitense che accompagna il segretario Blinken nel suo viaggio, ha risposto ad alcune domande sul gasdotto prossimo al completamento. “Rimane un problema”, ha detto. “Lo avete sentito dal presidente [Joe Biden], dal segretario, dal portavoce”. Il progetto “dovrebbe essere fermato”, ha aggiunto l’ambasciatore facendo riferimento alle leggi statunitensi e alla possibili sanzioni.

Qualcosa sembra però cambiato, visto che gli Stati Uniti ora possono contare su un alleato che durante i quattro anni di presidenza di Donald Trump sembrava nascondersi: l’Unione europea. Infatti, il giorno prima della conferenza stampa al dipartimento di Stato, il Parlamento europeo votava per la quarta volta in due anni (589 favorevoli e 67 contrari) una mozione per invitare la Commissione europea a “ridurre la sua dipendenza dall’energia russa” e “fermare il completamento del gasdotto Nord Stream” e anche la costruzione delle “controverse centrali nucleari di Rosatom”.

“Quelli a Berlino che affermano costantemente (e falsamente) sui media tedeschi che Nord Stream 2 è un ‘progetto europeo’ e che l’Europa non dovrebbe lasciare che ‘altri’ dicano loro cosa è ‘nell’interesse dell’Europa’, dovrebbero dare un’occhiata a questo voto al Parlamento europeo”, ha scritto su Twitter Tyson Barker, che guida il Technology and Global Affairs Program del German Council on Foreign Relations.

Dal Parlamento europeo si è levata anche la voce del presidente David Sassoli, tra gli otto europei recentemente sanzionati dalla Russia. Intervistato dal quotidiano La Stampa ha espresso il suo entusiasmo per il cambio di amministrazione a Washington: “L’amministrazione americana ha messo in campo una potente iniziativa economica di stampo europeo per proteggere cittadini e imprese”. E ancora: “A dispetto di quanti sottovalutano le capacità dell’Europarlamento di incidere in politica estera, questa vicenda dimostra che le nostre prese di posizione hanno grande eco nei dibattiti internazionali. Ecco perché continueremo a sostenere con forza che Alexsey Navalny debba essere liberato”.

Ma da Bruxelles si è fatta sentire anche la voce della Commissione europea. La vicepresidente Věra Jourová, che ha le deleghe ai valori e alla trasparenza e che come Sassoli è finita sotto sanzioni russe, ha spiegato a Politico Europe, con riferimento al Nord Stream 2, che i governi europei dovrebbero comprendere che “nella Russia di oggi, tutto è connesso al regime. Non esistono progetti ‘soltanto economici’. Tutto è politica”, ha aggiunto mandando messaggi chiari al governo tedesco.

Il rischio per la Germania, che tornerà alle urne a settembre (e per la prima volta dopo 16 anni senza la cancelliera Angela Merkel in corsa), è che la sua “ostinata inflessibilità” sul Nord Stream 2 “possa alienare l’amministrazione americana più Europe-friendly che probabilmente vedrà in una generazione”, come ha scritto Constanze Stelzenmüller sul Financial Times. Lo scenario da evitare è quello che vede gli Stati Uniti applicare sanzioni alle società tedesche, la Germania completare comunque il gasdotto e di conseguenza “la cooperazione su altre urgenti questioni transatlantiche diventare impossibile”, ha spiegato Rachel Rizzo del Truman Center for National Policy in un editoriale per lo European Council on Foreign Relations.

Su Formiche.net Nicola De Blasio, senior fellow del Belfer Center di Harvard, ha recentemente spiegato perché il gasdotto della discordia rappresenta “uno degli ultimi legami tra la Russia in declino economico e l’Europa occidentale, e Mosca è molto più dipendente da queste entrate di quanto non lo sia l’Europa dal gas naturale russo”. Ecco perché, concludeva, “deve diventare parte di una strategia transatlantica più ampia, che combina obiettivi politici a breve termine per far fronte al comportamento aggressivo di Mosca e uno sforzo a lungo termine per mantenere la porta aperta a una relazione più cooperativa”. E la ministeriale G7 di questi giorni rappresenta un’occasione per i Sette, per i legami transatlantici ma anche per la Germania, anche in vista di una possibile alleanza post elezioni tra verdi e cristiano-democratici.

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