Il primo maggio 1941 usciva Citizen Kane (da noi distribuito con il titolo “Quarto potere”) di e con Orson Welles. Considerato uno dei capolavori della storia del cinema, per le sue innovazioni stilistiche è, secondo lo storico e critico Eusebio Ciccotti, la prima autentica “opera aperta” della settima arte, contenente tutte le innovazioni filosofiche e diegetiche del XX secolo. Rivediamolo

Dopo che fu proiettato Citizen Kane (Quarto potere, 1941 regia di Orson Welles), il 1° maggio 1941, gli autori di cinema dovettero rivedere il loro modo di raccontare sullo schermo. Si era davanti a una storia priva di un “finale a tesi”. Per la prima volta un personaggio del cinema, il protagonista Charles Foster Kane (Orson Welles, attore), era sia buono che cattivo. Egoista e altruista. Comunista e fascista. Dopo la sua morte ognuno lo avrebbe raccontato a suo modo. Ossia, dal suo “punto di vista”. E lo spettatore era chiamato abilmente dall’autore (Orson Welles, regista) a definire Kane: un prepotente magnate della carta stampata (ecco il motivo del titolo italiano, dopo i tre poteri costituzionali dello Stato, il “quarto”, secondo i massmediologi educati da Marshall Mc Luhan, è la stampa) o un etico direttore di quotidiano difensore dei poveri baraccati? Un uomo che non sapeva amare (le due mogli; il figlio; gli amici) per egoismo o perché non aveva mai ricevuto amore sin dall’infanzia? Un uomo che nessuno voleva per amico o incapace di mostrare un gesto di affetto, anche verso l’unico “amico”, suo compagno di college, il critico teatrale Jedediah Leland (un buon Joseph Cotten, pre-hitchockiano), da lui stesso assunto e poi, ingiustamente, licenziato? Quarto potere si presentava come un’ “opera aperta” cui lo spettatore doveva dare un senso.

L’INFANZIA VIOLATA

Siamo tra le montagne innevate del Colorado. Un bambino, il piccolo Charles, viene strappato ai suoi giochi per esser inviato in un collegio e diventare qualcuno, da sua madre, Mary Kane. La donna, una modesta affittacamere, dal duro carattere, divenuta improvvisamente benestante, dopo aver ricevuto, come saldo di affitto, da un cliente, una piccola miniera data per infruttuosa ma, poi, rivelatesi ricca di oro, ha deciso così. Anche per difendere Charles dalle percosse del burbero padre. Nell’improvviso giorno del distacco che il bambino subisce sconvolto (“Mamma tu non vieni?”), davanti al tutore della banca, Mr. Thatchter, che è venuto a prenderlo, il piccolo sta giocando, felice, con il suo slittino nel prato innevato, davanti alla sua casa-locanda, chiamando immaginari altri bambini. Portato via, l’ampio spiazzo antistante la locanda rimane vuoto e silenzioso; la neve, lentamente, cade e copre pian piano lo slittino. Velocemente, con due rapidi tagli in montaggio ellittico, impensabile per quel periodo, siamo in interni di città: il bambino Charles è un dodicenne e poi un adulto. Ora. venticinquenne, è un ricco proprietario di una fruttuosa miniera d’oro e di tanti immobili. Ma anche di un piccolo quotidiano, il New York Inquirer, che l’ambizioso Charles vuol far divenire un grande quotidiano: e ci riuscirà, con ogni mezzo, ottenendo dopo cinque anni l’ingaggio di tutta la redazione del rivale e potente quotidiano The Chronicle.

SUCCESSO E DECLINO DI UN UOMO

Charles Foster Kane (personaggio che allude al reale magnate William Randoph Hearst) guadagnerà crescente notorietà non solo per aver sposato la nipote del presidente Wilson, ma anche grazie all’Inquirer che supererà il mezzo milione di copie, dalle iniziali 23.000; influenzando la politica Usa del tempo e il Parlamento. Ma ecco la crisi del 1929. Molte fabbriche chiudono. Così diverse delle sue aziende sono sbarrate permanentemente dai cancelli. L’Inquirer cala le vendite, Kane è costretto a chiudere diverse redazioni negli altri Stati. Naufraga anche il suo tentativo di entrare in politica come governatore, nonostante poco prima del voto fosse il favorito, a causa di uno scandalo causato dalla relazione extraconiugale, con la cantante Susan Alexander. Il secondo matrimonio, con Susan, dopo la morte accidentale di sua moglie e del figlioletto, non lo renderà sereno, anzi sempre più solo e intestardito nel voler raggiungere il successo ad ogni costo, nel “voler piacere alla gente”: qui intende trasformare, invano, Susan in una vera artista. Le scene finali della vita solitaria nella megavilla di Kandalu (in Florida), con Susan che lo abbandona, sono commoventi per come Welles sa descrivere il declino di un uomo apparentemente arrogante ma solo e fondamentalmente, lo spettatore lo capirà alla fine, debole.

UN RACCONTO AFFASCINANTE

Ancora oggi l’aspetto narrativo e stilistico di Quarto potere incanta lo spettatore per come è stato costruito sia sul versante diegetico che psicologico. Innanzitutto la vita di Charles Foster Kane è ricostruita finzionalmente tramite il giornalista Thompson, incaricato dal direttore del suo cinegiornale, di scoprire chi è o cosa significhi “Rosabella”, la parola che Kane ha pronunciato prima di morire. Thompson incontrerà tutti coloro che hanno conosciuto e/o lavorato con Kane. Il suo segretario Bernstein; il suo ex amico, il critico teatrale Leland, ora in un ospizio; la ex seconda moglie Susan; sino al suo maggiordomo Raymond, che visse gli ultimi cinque anni nella megavilla, senza aver capito niente del carattere di Kane. Thompson sarà sempre inquadrato di spalle o, se a favore di camera, con il volto in ombra. Welles ci dice che la ricerca della verità sarà ardua. Come del resto anticipato dal cartello sulla recinzione della gigantesca villa-tenuta Kandalu, “mai terminata”: “No trespassing”. Inquadrature in diagonale basso-alto; dolly aerei (come quando la camera entra dal soffitto a vetri del locale di Susan Alexander); rapide panoramiche e carrelli; montaggio ellittico e compresso; passaggi da foto fissa a scene dal vero; gioco di specchi (vedi la sagoma macilenta e triste di Kane, che si muove lentamente nei saloni, moltiplicata dai riflessi, nella toccante scena in cui Susan lo ha appena abbandonato, a Kandalu); la profondità di campo studiata dal direttore della fotografia, Gregg Toland, per cui tutto è a fuoco, sia il dettaglio in primo piano che lo sfondo. Queste sono solo alcune soluzioni di regia che una volta viste non si dimenticano mai; mentre raccontano la complicata storia di un uomo, scavano nella misteriosa psiche di ognuno di noi.

IL PATTO VIOLATO

Welles per la prima volta nella storia di un racconto non rispettava il tacito patto di finzione, quello che implicitamente si “firma” tra autore e lettore.  Se Kane mentre sta morendo, nella sua camera, da solo, dice “Rosabella”, e il regista non mostra allo spettatore nessun testimone che abbia udito la parola, ma l’indomani tutti i giornali pubblicheranno la parola “Rosabella”. Lo spettatore attende che quella scena, prima o poi sia integrata, magari da un testimone altro. Invece Welles va avanti con il racconto e spera che lo spettatore si dimentichi di questa incongruenza narrativa, e ci riesce. Pochi spettatori ci faranno caso.

LO SLITTINO

Nell’inquadratura finale, mentre si bruciano tutte le cianfrusaglie che ingombrano i magazzini di Kandalu, ad opera della società che sta liquidando l’eredità di Kane, ecco uno slittino che finisce, insieme a tanta paccottiglia, nel forno acceso. Un successivo taglio in primissimo piano, inquadra la bocca del forno, con lo slittino tra le fiamme. Sul piccolo pianolo di legno dello slittino il disegno di una rosa e una parola: si stanno liquefando. Lo spettatore ha tre secondi per leggere “Rosebud”. Charles Foster Kane, prima di morire, non pensava più al successo, al denaro, alle centinaia di opere d’arte acquistate nei suoi viaggi in Europa, alla villa. Era tornato tra le montagne innevate della sua infanzia. Al giorno in cui dovette abbandonare il suo slittino. Poi era finito tra gli oggetti che sua madre aveva lasciato dopo la morte e che egli aveva, anni addietro, recuperato e fatto depositare negli ampi locali di Kandalu. Quello slittino che aveva dimenticato di cercare tra i mille e mille oggetti di valore. Ma la memoria non aveva cancellato. Dicendo “Rosabella”, nel momento del trapasso, invocava la sua felicità di bambino, la sua innocenza, l’amore di sua madre. Tutto il bello che finì nel giorno in cui fu strappato alla sua infanzia e inserito in un collegio “per diventare qualcuno”.

(Foto: cover dvd)

 

 

 

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