Alla Camera la ministra dell’Interno Lamorgese risponde al question time del Pd sull’allarme sicurezza per il 5G delle forze di polizia italiane lanciato da Formiche.net. Golden power e perimetro cyber sono sufficienti per garantire la sicurezza della gara da 1 miliardo di euro. Ma rimangono i dubbi. Pagani (Pd): 4G come 5G, non possiamo fare errori

La rete 4G e 5G delle forze di polizia italiane non finirà in mano a fornitori non sicuri. Parola di Luciana Lamorgese. In un question time alla Camera dei Deputati la ministra dell’Interno ha risposto a un’interrogazione del Pd, firmata tra gli altri dal deputato Alberto Pagani e dal responsabile Sicurezza del Pd e componente del Copasir Enrico Borghi, su un allarme lanciato da Formiche.net nei giorni scorsi.

Al centro una gara da quasi un miliardo di euro che potrebbe consegnare le telecomunicazioni (tra cui il 5G) di Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato e Polizia Penitenziaria, a operatori che utilizzano tecnologia di fornitori cinesi come Huawei e Zte, accusati di spionaggio dagli Stati Uniti e messi al bando dalla Fcc (Federal communication commission). Nel dicembre un rapporto del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dell’intelligence, ha chiesto al governo di escludere i fornitori cinesi dalla rete.

La gara in questione riguarda i “Servizi mission critical” delle forze di polizia, il “servizio di videosorveglianza in mobilità”, la gestione delle “banche dati degli operatori delle Forze di Polizia” e la fornitura di una serie di materiali hardware come tablet, smartphone, accessori per Encoder Video HD in undici città italiane e nelle relative province (Bari, Belluno, Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino). Alcune di queste comprendono basi strategiche per la Nato come Sigonella (Catania) e il Comando Nato per il Sud (Napoli).

Nel bando sono presenti solo generici riferimenti ai requisiti di sicurezza per gli operatori in corsa. In aula la ministra Lamorgese ha spiegato che “la procedura in questione è stata modulata sulla tecnologia 4G e solo in via opzionale o migliorativa sulla tecnologia 5G”, il cui impiego viene definito “solo una modalità opzionale nell’ottica delle future eventuali implementazioni della infrastruttura che l’amministrazione si propone di realizzare”. Citando poi la “cornice ordinamentale” composta da Golden power e Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, la titolare del Viminale ha rassicurato i deputati “circa i rischi di interferenza da loro stessi paventati”.

Gli strumenti a disposizione, garantisce dunque il governo, sono sufficienti per evitare che le comunicazioni sensibili delle forze di polizia italiane finiscano nelle mani di aziende cinesi sospettate di spionaggio. I dubbi però rimangono.

“La risposta del ministro Lamorgese dimostra la dovuta attenzione ai rischi che abbiamo evidenziato – dice a Formiche.net Pagani a margine del question time – ma bisogna aver chiaro che la sicurezza del futuro 5G dipende anche dalla sicurezza della rete 4G, che ne è alla base”. Un punto già rilevato dalla Commissione europea in una raccomandazione del 2019 (n. 534): “Le reti 5G si baseranno sull’attuale 4a generazione (4G) delle tecnologie di rete”. Come dimostra un recente report del think tank Cefriel, una buona fetta (a volte più della metà) dell’infrastruttura 5G dei principali operatori italiani è targata Huawei e Zte.

C’è poi un altro ostacolo. Il “perimetro cyber” introdotto dal governo Conte-bis cui fa riferimento la Lamorgese non è ancora stato attivato. I primi “test” inizieranno il prossimo 23 giugno, e il sistema dei controlli sarà pienamente operativo solo tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Rischia di essere troppo tardi.

Il termine ultimo per la presentazione delle offerte relative al bando del Viminale è infatti fissato per venerdì 28 maggio. Soltanto una volta aggiudicata la gara relativa alla prima tranche (con un valore stimato dell’appalto di oltre 133 milioni di euro), cioè a inizio giugno, potrà essere attivato il gruppo di coordinamento Golden power a Palazzo Chigi per un eventuale controllo di sicurezza.

“Dobbiamo evitare di finire digitalmente imbrigliati” ha detto Borghi durante la replica alla Camera,ricordando le parole pronunciate martedì dal presidente del Consiglio Mario Draghi sulle “allarmanti” interferenze cyber della Russia. “In Italia, oltra alla questione appena sollevata, abbiamo tra le altre la questione dei termo-scanner acquistati da Palazzo Chigi, il tema delle telecamere con riconoscimento facciale nella Tv di Stato”. “Anche per questo dobbiamo accelerare con la creazione dell’Agenzia sulla cyber sicurezza”, ha concluso.

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