La partita del Recovery, la necessità di un processo con tempi ragionevoli, i criteri di elezione al Csm e Salvini coi radicali. Le necessità della riforma sulla Giustizia secondo l’ordinario di Tor Vergata. “La prescrizione è un criterio di civiltà, non è concepibile che un imputato rimanga in balia dello Stato per sempre”

Mario Draghi e la guardasigilli Marta Cartabia hanno imboccato la strada delle riforme. Decidendo di percorrere lo scivolosissimo terreno della Giustizia. Probabilmente consci che si tratta del tassello dell’apparato statale che in assoluto ha la necessità più impellente di essere rivisto, oltre al fatto che da queste riforme dipenderà una fetta sostanziosa dei finanziamenti europei del Next Generation Eu. L’approccio a questo tipo di tematica deve essere “il più possibile laico e pragmatico, mentre assistiamo quotidianamente a vere e proprie guerre di religione”. Il monito lo lancia Giovanni Guzzetta, giurista e docente di diritto pubblico all’università Tor Vergata.

Professor Guzzetta, cosa intende per “guerre di religione” su un tema – quello della Giustizia – in questi giorni tornato alla ribalta?
Tutti i giorni assistiamo al tentativo, da parte dei politici, di affibbiare un’etichetta ideologica ai temi legati alle riforme sulla giustizia. Dal processo penale alla giustizia civile. Dunque il mio auspicio è che da parte del premier e della ministra ci sia una forma di resistenza a queste incursioni. Tanto più che la riforma dovrà essere davvero radicale.

Il problema della giustizia penale, segnatamente i temi del processo ma soprattutto la prescrizione, aprono fratture politiche davvero profonde. Che peraltro denotano le grosse differenze che intercorrono tra le forze che compongono l’attuale esecutivo. Che opinione ha lei?
I problemi della giustizia penale hanno un profilo ordinamentale che riguarda l’organizzazione. Dalla separazione delle carriere, alla riforma del Csm, agli incarichi extragiudiziali dei magistrati. Sul processo, c’è la questione della attuazione della direttiva europea sul rapporto fra indagini e informazione che in Italia ha aspetti drammatici e il tema legato alla presunzione di non colpevolezza, attualmente trascurato nella legislazione. E, la prescrizione, si inserisce in questo quadro.

La presunzione di non colpevolezza…questa sconosciuta.
La sfida è proprio questa, ovvero fare in modo che la presunzione di non colpevolezza implichi, veramente, che il processo non duri all’infinito. Non si possono scaricare le inefficienze della giustizia sull’indagato e sull’imputato. Ci deve essere un momento nel quale si definisce la situazione degli interessati. O con un processo che si conclude in termini ragionevoli o con una chiusura del processo in altro modo.

La sua idea di prescrizione qual è?
il principio della prescrizione è un principio di civiltà. Le soluzioni che circolano attualmente mi sembrano molto inadeguate. Sento parlare di proposte nelle quali gli effetti della durata vengono compensati con riduzioni di pena. Le ritengo tutte soluzioni rabberciate rispetto al principio. Il principio è che lo Stato deve perseguire chi compie reati ma le persone non possono essere in eterno in balia dello Stato stesso. Anche perché la reputazione degli innocenti é distrutta ben prima della sentenza di proscioglimento.

Anche a seguito del polverone alzato dalle dichiarazioni dell’avvocato Amara, si è ripresentato il tema della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Da dove partire?
Il primo problema del Csm sono le procedure elettorali. Il dramma è che esiste una tendenza consociativa tra le varie anime della magistratura per cui il sistema elettorale non assicura una vera competizione, perché ci si trova spesso a predefinire il risultato. Questa tendenza pone una grossa difficoltà. Qualcuno ha proposto che in qualche fase del procedimento ci sia un elemento legato al sorteggio oltre che al voto. Di fatto, il Csm, da organo di autogoverno della magistratura, è diventato un organo che ha un’influenza sull’indirizzo politico degli esecutivi.

Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista e inguaribile garantista sostiene che la magistratura sia fuori controllo. E’ d’accordo?
La magistratura è fatta da migliaia di pubblici funzionari. Il vero problema è che ci sono dei settori della magistratura che finiscono con i propri comportamenti devianti a darne una rappresentazione molto problematica e drammatica. Il problema non è la diffusione, nella magistratura, delle distorsioni. E’ il peso qualitativo di alcune di queste, che hanno a che fare con le carriere di alcuni magistrati e con la loro visibilità.

Le norme che regolano l’elezione al Csm sarà un passaggio dirimente per la riforma complessiva del sistema giudiziario. Ha qualche suggerimento?
E’ sicuramente un tassello di questa strategia che punta a depoliticizzare il più possibile l’orientamento della magistratura e rompere le intese collusive che si materializzano tra le varie correnti della magistratura. Questo, in definitiva, deve essere l’obiettivo.

Salvini, ora, scende in campo con iniziative referendarie accanto ai radicali. Calcolo politico o reale convinzione della necessità di riforma?
Bisogna vedere quali saranno queste proposte referendarie. Nessuno può negare che sia un tema centrale. L’iniziativa popolare può avere un senso, sotto questo profilo. Il referendum può avere una funzione di forte stimolo nel processo riformatore e certo, dal punto di vista democratico, non è una strategia criticabile.

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