I veri effetti (e il successo) del Global Health Summit di Roma si vedranno nel medio periodo. L’Europa torna al centro del G20 e rilancia la sua immagine nel contrasto al Covid. E Draghi rimette l’Italia al centro della (buona) amministrazione a Bruxelles. Il commento di Igor Pellicciari (Università di Urbino / Luiss)

È probabile che il Global Health Summit avrà eco futura maggiore di quella registrata il 21 Maggio 2021 a Roma – per motivi in minima parte legati allo stringato e ingessato programma dei lavori (durato poco più di 4 ore), a dispetto dell’ambizioso nome dell’evento.

Lo scarso richiamo non deve meravigliare più di tanto, prevedibile effetto di contesti nazionali giunti sfibrati a questo punto della pandemia; quando intravvedere la fine del tunnel crea per paradosso un senso di agitazione e impazienza ancora più grande.

Simile a quello degli ultimi giorni di scuola, quando la testa è già proiettata alle vacanze, ma il corpo è ancora relegato sui banchi, per ultime ma interminabili lezioni.

Comprensibile la crisi di rigetto nell’opinione pubblica per l’ennesimo appuntamento istituzionale tenuto quasi tutto in remoto, espressione plastica di quella PAD (politica a distanza), generosa di annunci ma avara di decisioni concrete.

Per di più promotore di un approccio strategico di ampio respiro al virus, di scarso interesse per quanti attendono da mesi risposte a problemi quotidiani come la durata del coprifuoco o gli appuntamenti vaccinali.

Obiettivo principale del Summit è stato il rilanciare l’azione del Coronavirus Global Response,  l’iniziativa della Commissione Europea per l’accesso universale a contrastare il Covid, nata ad Aprile 2020 in risposta alla sollecitazione dell’Oms per un’azione comune.

Raccolti ben 16 miliardi di donazioni nei primi mesi di vita, la campagna aveva poi tardato a decollare operativamente, vittima dell’annus horribilis della Ue, in difficoltà a reagire in tempi rapidi alla eccezionalità del momento. Sovrastata da un potente anche se disordinato e a volte grossolano ritorno dell’azione bilaterale dei suoi stessi Stati membri.

Il summit è stato il primo vero risultato europeo del 2021 sul terreno fino a qui avaro di soddisfazioni della “geo-politica del Covid, iniziata un anno fa con gli aiuti d’emergenza per i dispositivi di protezione e salita poi di livello con la competizione tra vaccini, di cui abbiamo scritto ampiamente su queste pagine.

L’appuntamento romano ha segnato il ritorno di un protagonismo propositivo su scala internazionale dell’Unione Europea, uscita dalla posizione di difesa vista negli ultimi mesi sulla vicenda dei contratti stipulati con le big-pharma e sulla reticenza, nonostante l’orientamento favorevole di larga parte della sua pubblica opinione, ad accettare il vaccino russo Sputnik V.

Il Global Response è espressione operativa di un approccio multilaterale alla pandemia da tempo professato da Bruxelles, che solo ora sembra raccogliere veri proseliti, addirittura nel campo americano – noto fin qui per il suo isolazionismo vaccinale.

Al contempo, la Ue cerca di riprendersi quel ruolo che le è più congeniale di principale Donatore – anzi, organizzatore dei Donatori – su scala mondiale, interrottosi bruscamente proprio con la pandemia.

Come in tutti i summit, anche a Roma, gli annunci si sono sprecati ed hanno anticipato eventuali trasposizioni in azione degli impegni precisi che pure si sono presi.

Si restasse solo su questo piano retorico, si tratterebbe comunque di una ritorno da protagonista della Ue in uno scontro geo-politico ancora combattuto a livello di proclami: dal numero di dosi di Sputnik V annunciate, di gran lunga superiore a quelle finora iniettate; alla proposta americana poco tecnica e molto politica di sospendere i brevetti vaccinali per liberalizzarne la produzione.

Il summit ha invertito in parte la percezione (sottolineiamo, percezione) di inconsistenza europea nel contrasto al Covid, risultato di una comunicazione pubblica di Bruxelles, cronicamente incapace di andare oltre ingessate promozioni di valori europei, lontane dal cuore dei suoi cittadini.

E che ha toccato il suo momento più debole nella disastrosa campagna anti-Brexit condotta con snobismo burocratico suicida, con i noti risultati.

A Roma invece vi è stato un innegabile successo diplomatico per Bruxelles, riuscita a rilanciare il Coronavirus Global Response in occasione di un appuntamento istituzionale del G-20, ovvero monopolizzando come proprio un evento riconducibile ad un forum con ben 16 membri permanenti non-Ue (inclusa Russia e Cina).

E’ un risultato che non sarebbe stato possibile senza un importante gioco di sponda dell’Italia, Presidente di turno del G-20 – e del netto taglio pro-attivo europeista dato alla sua politica estera dal nuovo Presidente del Consiglio a Roma.

Che Mario Draghi sia mosso da un preciso e non generico disegno di sostegno a Bruxelles è provato dalla generosa visibilità che il summit romano ha dato sul piano istituzionale alla Commissione Europea e su quello personale alla sua Presidente, Ursula Von der Leyen.  Solo un mese dopo che il Sofagate ne aveva anche plasticamente sottolineato lo scarso affiatamento con il Consiglio Europeo ed il suo Presidente, Charles Michel (peraltro con il solo Primo Ministro italiano a scendere platealmente a difesa della Presidente della CE).

Si comprende perché il momento più incisivo del summit sia stata la congiunta conferenza stampa finale tenuta da Draghi e dalla Von del Leyen, non a caso unici tra i partecipanti ad essere presenti fisicamente, quasi a rimarcarne la maggiore autorevolezza.

Con l’incerto destino dell’asse politico franco-tedesco (la rielezione di Emmanuel Macron è tutt’altro che scontata; mentre Angela Merkel in uscita è per molti versi già un leader dimezzato rispetto al passato), Draghi – da tecnocrate – sembra giocare la carta dell’alleanza burocratico amministrativa con quelle istituzioni europee che ha conosciuto bene nel suo mandato da presidente della BCE.

In vista delle delicate questioni che ci saranno da discutere nei mesi a venire (come il nuovo modello di approccio europeo all’immigrazione) l’Italia non ha che da avvantaggiarsi e rallegrarsi di questo protagonismo “dall’interno” delle istituzioni europee, garantitole dal suo Presidente del Consiglio.

Piuttosto, presa come è dalla ossessione della narrazione del dietroscenismo quotidiano della sua politica, Roma non sembra accorgersi del fatto che di questo passo il futuro di Draghi non necessariamente è al Quirinale.  Ma forse di nuovo in Europa.

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