Formiche e ChinaMed organizzano “A Strategic Nexus: the Euro-Mediterranean Region & China”, una serie di webinar in collaborazione con Peking University, Tel Aviv University, Georgetown University, che saranno pubblicati su Formiche.net tra il 31 maggio e il 5 giugno. L’introduzione di Enrico Fardella, professore della Peking University e project advisor del progetto ChinaMed

Nel 1949, quando il celebre storico francese Fernand Braudel pubblicò il suo saggio sul Mediterraneo, questa regione si trovava in una fase di transizione tra il dominio coloniale delle potenze europee e il crescente monopolio delle superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Nessuno avrebbe potuto predire che la Repubblica Popolare Cinese, fondata proprio in quell’anno da Mao Zedong, sarebbe diventata nei decenni a venire uno dei principali fattori di trasformazione delle dinamiche di questa regione.

All’inizio della Guerra Fredda la Cina maoista non aveva ancora gli strumenti per esercitare un’influenza diretta sul Mediterraneo. L’alleanza siglata con l’Unione Sovietica nel 1950 prevedeva peraltro che essa si concentrasse sulla promozione della rivoluzione in Asia. La leadership cinese tuttavia condivideva una visione del ruolo della Cina nel sistema internazionale che trascendeva le logiche bipolari della Guerra fredda. Essa si identificava infatti come paladina di una ‘zona intermedia’ la cui indipendenza era soffocata dalle pressioni egemoniche delle superpotenze.

All’interno di questa ‘zona intermedia’ il Mediterraneo rappresentava il punto di congiunzione tra i paesi in via di sviluppo della sponda meridionale e orientale, che la Cina interpretava quali partner naturali, e quelli più sviluppati del blocco europeo – detti anche ‘alleati indiretti’ – con cui la Cina poteva collaborare per diluire la forza egemonica delle superpotenze e importare al contempo know how utile al rafforzamento della propria economia.

La repentina crescita economica cinese dalla fine degli anni ’70 e la strategia di promozione degli investimenti cinesi all’estero sviluppata dal governo cinese a partire dalla fine degli anni ’90 hanno progressivamente ‘avvicinato’ Cina e Mediterraneo consentendo alla Cina una capacità sempre maggiore di influenzare le dinamiche di questa ‘zona intermedia’.

Da qui parte la riflessione che ha animato i lavori di ‘A Strategic Nexus: the Euro-Mediterranean Region & China’ una serie di webinar che Formiche ha organizzato insieme a ChinaMed (la piattaforma di ricerca del TOChina Hub sul ruolo della Cina nel Mediterraneo) in partnership con Peking University – Center for the Mediterranean Area Studies (CMAS) e Institute for Global Cooperation and Understanding (IGCU); Tel Aviv University – Moshe Dayan Center for Middle Eastern and African Studies (MDC) e Department of East Asian Studies; e il Georgetown University Representative Office in Rome.

Come dimostrano le analisi del centro studi SRM – centro di ricerca di Banca Intesa specializzato nell’evoluzione dell’economia del Mediterraneo – la crescita economica cinese e gli investimenti di Pechino nella logistica e nelle infrastrutture marittime nella regione hanno assunto un ruolo determinante nell’aumento esponenziale (+ 500% dal 1995) del traffico merci in entrata nel Mediterraneo e nella capacità dei porti regionali di assorbirlo e smistarlo, conferendo in tal modo alla regione una nuova ‘centralità’ nel commercio internazionale (20% del traffico merci globale).

Questa transizione ha progressivamente creato legami sempre più stretti tra la stabilità e lo sviluppo del Mediterraneo e quelli dell’Asia generando inedite interconnessioni tra il Mare Nostrum, l’Oceano Indiano e il mar della Cina meridionale e dando sempre più corpo alla visione maoista sulla centralità delle zone intermedie per la rinascita della nazione cinese.

Il design della Nuova Via della Seta descrive graficamente questa trasformazione e, per la prima volta nella storia della Repubblica Popolare, palesa la volontà di governarla attraverso la costruzione di un nuovo sistema di infrastrutture fisiche, digitali e normative mirate alla promozione di una nuova visione cinese della governance globale (la cosiddetta ‘comunità dal futuro condiviso’).

Questa nuova ambizione cinese – prodotto della leadership di Xi Jinping – ha consolidato i timori di coloro, sopratutto a Washington, che vedevano nell’ascesa di Pechino una minaccia diretta alla leadership globale degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha risposto con una manovra di contenimento delle ambizioni cinesi nel Mediterraneo mirata a rafforzare il fronte di coloro, tra gli alleati della regione, che anteponevano le potenziali minacce alla sicurezza nazionale generate dalle tecnologie e infrastrutture cinesi alle ricadute economiche che le stesse sembravano promettere.

Al contempo Trump negoziava in modo unilaterale un accordo commerciale con i cinesi che sembrava voler favorire gli Stati Uniti a scapito degli alleati, europei in primis, iniettando sfiducia nel rapporto transatlantico e stimolando l’accelerazione franco-tedesca sulla conclusione del Comprehensive Agreement of Investment pochi giorni prima dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca.

La nuova amministrazione Biden ha recuperato il rapporto con gli alleati europei proiettando la minaccia cinese su un fronte che trascende la mera sicurezza nazionale e punta ai valori costitutivi delle democrazie occidentali. La sincronia delle sanzioni europee e americane contro alcuni ufficiali del Partito Comunista in Xinjiang è stata la dimostrazione plastica di questo nuovo fronte. A differenza di quanto avveniva durante la Guerra fredda, tuttavia, le linee di confine di questa nuova contesa ‘ideologica’ non coincidono con le sfere di interazione economica.

Al contrario, con l’avvio di una nuova fase post-pandemica, la disperata ricerca per una rapida ripresa economica torna a rafforzare l’interesse di molti attori regionali ad un rilancio dei rapporti economici con Pechino, specie sulla scia delle opportunità evocate dall’ultimo piano quinquennale approvato nei mesi scorsi in Cina.

Come ha recentemente scritto il Prof Shi Yinhong, rinomato esperto cinese di relazioni internazionali, nel mondo post-pandemico la nuova contrapposizione tra superpotenze – Usa e Cina – non si tradurrà in una nuova contesa bipolare come in passato ma renderà invece le ‘zone intermedie’, e dunque soprattutto la regione euro-mediterranea, sempre più strategiche e rilevanti.

In quest’ottica, la capacità degli attori regionali di declinare in modo indipendente politiche capaci di sintetizzare la tutela della sicurezza nazionale e la promozione dei propri interessi economici potrebbe essere dunque determinante non solo per il futuro della regione ma anche per gli equilibri e gli esiti della nuova contesa globale tra Washington e Pechino.

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