La sostanza è semplice. Come nel settore privato, anche le retribuzioni dei dirigenti pubblici andrebbero parametrate in base alla responsabilità e alla gestione di persone e risorse finanziarie. Il vero problema è l’automatismo contrattuale e la verifica lasca sulle performance. L’analisi di Antonio Mastrapasqua

Ci sono voluti dieci anni, non per cambiare le cose, ma almeno per interrompere la retorica demagogica e pauperista. Grazie ad Antonio Naddeo, oggi presidente dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran), l’ente che si occupa per parte statale della contrattazione collettiva del pubblico impiego. Una vita nella Pa: dal 2006 al 2014 è stato anche direttore generale del Dipartimento per la Funzione Pubblica.
Naddeo ha tirato un colpo al mainstream di questi ultimi anni, con una semplice frase: “Il tetto agli stipendi dei dirigenti della Pubblica amministrazione, fissato a 240mila euro all’anno, va rivisto”.

Con il decreto salva-Italia di fine 2011 il governo Monti impose una soglia agli stipendi dei manager pubblici. Il tetto è stato in seguito fissato a 240mila euro (lo stipendio del capo dello Stato). I due governi successivi, presieduti da Enrico Letta e da Matteo Renzi tennero il punto, con l’ambizione di domare e di blandire i sussulti demagogici del movimento anti-casta (e anti-Istituzioni).

Va detto che al di là della narrazione, in questi anni le deroghe ci sono state e numerose. Tra i manager pubblici, teoricamente sottoposti alla soglia di retribuzione, c’erano anche tutti i dirigenti delle società controllate dallo Stato, non solo i manager della Pubblica amministrazione. Proprio per sottrarne una gran parte alla regola della soglia retributiva venne introdotta una deroga: il tetto della retribuzione non vale per i manager delle società pubbliche quotate, e per quelli di società non quotate ma che avessero emesso “strumenti finanziari” sui mercati non regolamentati.

Una soluzione pasticciata che denunciava il limite della proposta. Quando si introducono subito deroghe, vuol dire che la norma è stata dettata da altri obiettivi, che non erano la giustizia perequativa. C’è di mezzo la politica, anche quando si veste da anti-politica.

Nel caso del tetto alle retribuzioni dei manager pubblici l’obiettivo non era l’equità sociale, ma una versione aggiornata di socialismo reale, privo di rapporti con la realtà. Che il datore di lavoro sia un privato o lo Stato, la retribuzione dei suoi dipendenti deve essere formulata in relazione al servizio prodotto e alle responsabilità assunte.

Di certo nel settore pubblico (solo in parte in quello privato) si sono creati automatismi di carriera e di retribuzione collegati solo formalmente alla performance. Il primo effetto distorsivo è quello che ha indicato Naddeo: “Con questo limite, alcune figure istituzionali con grandi responsabilità e con un impegno lavorativo molto forte sono ferme a quel tetto, mentre i dirigenti di seconda fascia, i direttori generali e anche i capi dipartimento dei vari ministeri crescono, perché i contratti collettivi dei dirigenti garantiscono degli incrementi. Questo fa ridurre la forbice tra i vertici amministrativi-istituzionali e altre figure che non hanno pari responsabilità”.

Dopo dieci anni di egualitarismo malinteso è emerso uno dei problemi che sembravano omissibili. La politica aveva stabilito un tetto per un migliaio di figure apicali della Pubblica amministrazione, ma non ha fatto una norma che riequilibri le posizioni della numerosa schiera di dirigenti che stanno sotto. “Così per le società partecipate, con l’aggravante di aver messo sullo stesso piano gli amministratori delegati di società con migliaia di dipendenti, con quelli delle partecipate di provincia” come ricordava Milena Gabanelli, una delle paladine del tetto.

La sostanza è semplice. Come nel settore privato, anche le retribuzioni dei dirigenti pubblici andrebbero parametrate in base alla responsabilità e alla gestione di persone e risorse finanziarie. Il vero problema è l’automatismo contrattuale e la verifica lasca sulle performance. Possibile che la retribuzione di risultato spetti al 99% dei dirigenti?

Il sospetto è lecito, ma non lo si fuga imponendo un tappo alla soglia massima di retribuzione.

Si può (o si deve?) ragionare, ad esempio, per un superamento di questo tetto solo per determinate figure apicali dello Stato. Anche perché nel Pnrr si parla di attrarre anche professionalità dal privato. E giustamente le parole “merito” e “competenza” riprendono lo spazio dovuto nel lessico della Pubblica amministrazione.

La fine delle ideologie dovrebbe svelenire ogni dibattito, per tornare a parlare della realtà delle cose. Abbiamo assistito in quest’ultimo decennio anche alla battaglia contro le auto blu. Giusto evitare privilegi, sbagliato creare ostacoli al servizio. Si è inseguito un taglio alla spesa pubblica con strumenti inidonei a farlo, esibendo bandiere di facciata, spesso per fare propaganda. Lasciando comunque troppe auto blu e molti stipendi fuori controllo.

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