Un vescovo che conosce Hong Kong, ma anche la Cina continentale. Un gesuita sulle orme di Matteo Ricci, per costruire un ponte lì dove il terreno sembra franare. Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, spiega a Formiche.net perché papa Francesco ha scelto Stephen Chow

Stephen Chow, sessantunenne gesuita di Hong Kong, provinciale della provincia cinese dei Gesuiti, dopo essere stato supervisore del collegio di Wah Yan sia ad Hong Kong che a Kowloon, è stato scelto oggi da Papa Francesco quale nuovo vescovo di Hong Kong. Una nomina molto importante per la grave situazione in cui si trova da almeno un anno Hong Kong, al centro di un esperimento di uno Stato-Due sistemi che è andato in crisi con l’approvazione a Pechino della nuova legislazione sulla sicurezza a Hong Kong dopo le imponenti proteste popolari. La nomina era attesa dal 3 gennaio 2019, da quando il decesso del precedente vescovo l’aveva resa vacante.

Padre Antonio Spadaro, gesuita anche lui, direttore della Civiltà Cattolica, lo conosce bene anche a causa della edizione cinese della rivista che dirige e che esce regolarmente ormai da oltre un anno (http://www.gjwm.org). P. Chow aveva incoraggiato e sostenuto il progetto.

All’inizio di una conversazione tesa a capire cosa possa significare l’arrivo di questo suo confratello al vertice di una diocesi così importante, p. Spadaro cita alcune parole di mons. Chow: «Cosa dice di sé un uomo disposto ad essere un ponte? Un ponte deve essere attraversato da persone, così che da poter portare persone sull’altra sponda.

Essere un ponte, in un certo senso, comporta la necessità di portare il peso. Le mie parole possono non far incontrare entrambe le sponde, ma possono portare le persone da una sponda e dall’altra a incontrarsi a metà strada. Altrimenti non ci sarebbe futuro per la società». Queste parole, dice il direttore della rivista dei gesuiti, «sono state pronunciate da p. Chow lo scorso dicembre, ma oggi acquistano un significato speciale: sono quasi una dichiarazione di intenti».

«L’attesa è stata lunga, in una situazione notoriamente critica per le tensioni che sono nella società e nella Chiesa a Hong Kong. Quindi serviva una persona capace di guidare la Chiesa in un momento di difficoltà. La scelta ora cade su una persona che conosce bene la situazione  non solo ad Hong Kong, ma anche nella Cina continentale, visto che la provincia dei gesuiti che padre Chow ha guidato dal 2018 comprende la Cina continentale, Hong Kong e Macao.

Mons. Chow

Ha studiato a Hong Kong, ma anche all’estero, prima in Irlanda e poi alla Loyola University di Chicago, dove ha ottenuto un Master in Sviluppo Organizzativo e ad Harvard, dove ha conseguito il titolo di Dottore in Psicologia. È anche un uomo pratico oltre che conoscitore del territorio. La sua formazione riguarda la conoscenza dell’umanità e dell’organizzazione.

È stato vice segretario dell’Associazione dei Superiori degli Istituti Religiosi e Membro del Consiglio presbiterale della Diocesi di Hong Kong,  quindi conosce il tessuto della Chiesa locale, non solo i gesuiti. Direi che con lui si sono scelti equilibrio, saggezza ed esperienza.

Indubbiamente la scelta di un gesuita per guidare la diocesi di Hong Kong evoca la figura di Matteo Ricci e a questo ha fatto riferimento il preposito generale della Compagnia di Gesù,  padre Arturo Sosa, presentandolo come simbolo di dialogo con la cultura cinese». Ma p. Spadaro ricorda anche  memorie più recenti.

Ricorda soprattutto la storia del vescovo di Shangai mons. Aloysius Jin Luxian, gesuita anche lui, che subì il carcere ma non esitò ad essere ordinato vescovo pur senza mandato pontificio, per permettere alla Chiesa locale di fiorire. Cosa che avvenne. E seguì il riconoscimento da parte di Benedetto XVI.

 

Sono scelte di amore alla Chiesa in Cina. Nel caso di mons. Chow voglio pure notare che il suo impegno nell’educazione superiore lo ha messo a contatto con i giovani, che ben conosce. I giovani oggi ad Hong Kong sono protagonisti e quindi troverà il modo di impegnarsi per il bene loro e della società”.

Oltre che su di lui questa nomina ci dice molto anche su di voi, i gesuiti, che avete sempre avuto una particolare attenzione per la Cina. Se questo appariva ingiustamente “eccentrico”, oggi che la Cina è divenuta importante agli occhi di tutti questo colloquio non sarebbe completo se non le chiedessi perché è sempre stata importante per voi, per la Compagnia di Gesù.

“Quella cinese è una grande cultura diversa dalla cultura occidentale, è un luogo quindi di sfida per inculturare il Vangelo; lì l’evangelizzazione si confronta con una grande sfida. Quello che stiamo verificando in Cina è che c’è un forte recupero delle esigenze spirituali. La crescita economica cinese è affermata e nota, l’impatto economico e geopolitico di questo Paese oggi è noto a tutti ed è fortissimo. Ma proprio questo acuisce in Cina il bisogno spirituale, un rinnovato bisogno di approfondimento e di spiritualità.

La Chiesa cattolica si è bloccata nelle tensioni tra comunità ufficiale e clandestina mentre le altre comunità cristiane sono cresciute e seguitano a farlo. Questo dato di fatto conferma l’evidenza di  bisogno spirituale a cui si deve rispondere. E’ importante quanto emerge proprio dalla provincia dei gesuiti guidata da Stepehn Chow, dove in questi ultimi dieci anni sono arrivati nuovi gesuiti, ma tutti dalla Cina continentale. Questo conferma che il bisogno spirituale c’è ed è considerevole”.

Padre Spadaro, questa visione ha avuto proprio nell’edizione in cinese della rivista che lei dirige, La Civiltà Cattolica, un passaggio importante. Lo capiamo anche se ragioniamo in termini di ponti, come si definisce padre Stephen Chow. Nel senso che la vostra edizione cinese sarà strumento a disposizione della Chiesa cinese e del pubblico cinese, e voi certamente avrete riscontri sulla diffusione e sull’utilità per le diocesi. Ma c’è il risvolto della medaglia. Lei infatti ha curato per l’editore Ancora un volume su  Aloysius Jin Luxian, il vescovo di Shangai cui accennava. Questo ha arricchito noi, perché ci ha portato a conoscenza di un pensiero, illustrato da studiosi e completato da suoi discorsi tradotti per la prima volta in italiano  che ci portano in un cristianesimo che vive con il Tao, lo definisce come noi mai faremmo o sapremmo fare. Ma soprattutto ci presenta questa figura di ex detenuto, poi esponente della Chiesa patriottica per la scelta di servire comunque, poi riconosciuto vescovo da Roma. Insomma una figura enorme che ci spiega quanto l’arricchimento sia necessariamente reciproco.

«Siamo consapevoli del bisogno di darsi reciprocamente, bisogna superare rigidità e conoscersi. La scelta di Aloysius Jin Luxian è stata questa, ma nelle sue responsabilità, pur essendo andato in carcere e avendo ovviamente rancori verso chi lo aveva arrestato,  ha scelto di impegnarsi per fare in modo che la Chiesa potesse crescere. Quindi direi che l’accordo provvisorio firmato dal Vaticano con Pechino sulla nomina dei vescovi cinesi ci dice che bisogna far crescere la fiducia, costruire un ponte, sapendo che i problemi non sono tutti risolti e c’è molto da camminare. Questo è stato il messaggio di Aloysius Jin Luxian. Certamente il nuovo vescovo di Hong Kong, dove si vivono tensioni molto forti, sarà chiamato a costruire ponti e a far crescere la fiducia tra la gente, e non solamente i cattolici della sua diocesi”.

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