La questione del ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan è tra i punti centrali dell’agenda del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza, oggi a Bruxelles. Finita la missione militare, continua il supporto al Paese. Ma come? L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della brigata paracadutisti Folgore

La fine dell’impegno occidentale in Afghanistan, concepito nelle estenuanti trattative a Doha tra Usa e talebani sotto la direzione di Donald Trump ha subito una recente accelerazione da parte di Joe Biden, a quanto pare orientato ad abbandonare il Paese ancor prima della data fatidica dell’11 settembre prossimo, inizialmente scelta da lui stesso per il suo valore simbolico.

Anche sul campo si registra una accelerazione, nella quale alle attività di ripiegamento dei contingenti nazionali corrisponde un rapido riposizionamento delle forze sul campo, coi Talebani alla ricerca di una postura militare che li avvantaggi quando gli “ospiti” se ne saranno andati e con la quale farsi valere col Governo della Repubblica Islamica. Non è infatti credibile che si accontenteranno di esercitare semplicemente e pacatamente il ruolo di opposizione in un Paese nel quale il mito occidentale dell’esportazione della democrazia ha subito un colpo mortale.

Ma oltre alla velocità degli eventi che si susseguono, merita una riflessione l’aspetto qualitativo del ritiro, a quanto pare avviato a una estrazione pressoché completa delle forze militari Nato dal Paese, abbandonando presidi importanti e confidando sul fatto che le unità afghane sapranno utilizzarli e presidiarli in futuro. Ma non si tratterà certamente di uno scherzo per queste ultime, anche se l’Afghanistan continuerà a essere incluso nell’area di responsabilità di Centcom; l’importante Comando Us basato in Qatar continuerà infatti a esercitare la supervisione di una vasta area che va dal Corno d’Africa, al Medio Oriente, all’Asia Centrale.

Non mancherà, quindi, una qualche forma di controllo dalla terza dimensione, ma questo si esprimerà soprattutto nell’attività informativa e non nel supporto di fuoco ravvicinato dall’aria (CAS, Close Air Support), visto che le forze terrestri afghane non sono certamente dotate, almeno al livello di quelle occidentali, delle capacità necessarie per gestire simili interventi da terra. In ogni caso, ammesso che anche questa capacità venga assicurata, resta indispensabile la presenza del soldato che presidia materialmente il territorio, essendo stata superata da tempo – proprio grazie alla sostanziale vittoria dei talebani – l’illusione che gli interventi aerei possano acquisire risultati definitivi da soli; e per questo gli Afghani dovranno contare sulle loro sole forze. Certamente, avranno a disposizione un supporto esterno per l’attività di formazione e addestramento dei propri quadri presso gli istituti di formazione locali, nonché presso le accademie e le scuole dei Paesi alleati; ed è probabile che anche l’Italia non farà mancare il proprio apporto, come già fatto in questi anni a favore di molti “allievi” afghani presso le nostre accademie.

Inoltre, la presenza occidentale non verrà meno da un punto di vista diplomatico, con il mantenimento delle ambasciate straniere nella capitale, tra cui la nostra, raggruppate attorno alla zona verde di Kabul, tra le quali campeggia la grossa ambasciata statunitense. Anche la Nato manterrà una sua importante rappresentanza diplomatica nella persona dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo, già ambasciatore in Pakistan e quindi profondo conoscitore delle dinamiche e tensioni locali. A parte il valore indiscutibile della persona, si tratta in questo caso anche di un importante riconoscimento per il nostro Paese, per un impegno di quasi quattro lustri sempre in posizioni di grande responsabilità operativa. Tra gli Stati da sempre più coinvolti nell’area, la Turchia confermerà probabilmente il proprio supporto al Paese e qualche forma di presenza, anche per la gestione aeroportuale della capitale, mentre la Germania parrebbe disponibile ad assicurare l’addestramento della polizia. Entrambi sfrutterebbero così i crediti che si sono aperti rispettivamente nella regione di Kabul e in quella settentrionale di Mazar El Sharif.

L’Italia, invece, non lascerà tracce a Herat, probabilmente la città più florida e tranquilla del Paese, nonostante una presenza lunga e proficua nella Regione Occidentale. Ma la situazione è resa ancor più penalizzante per noi dal concreto rischio di una completa scomparsa dall’intera area, se si considera la crisi esplosa con gli Emirati proprio in occasione della cerimonia di “chiusura” dell’impegno italiano a Herat, l’8 giugno scorso, alla presenza del ministro Lorenzo Guerini. In quell’occasione, è stato infatti negato a un nostro velivolo militare carico di giornalisti l’atterraggio alla “nostra” base di Al Minad, come ritorsione per non avere onorato gli impegni presi con la monarchia del Golfo in tema di forniture militari. Abbiamo così toccato con mano i danni causati dal pressappochismo applicato in politica estera, con provvedimenti dettati da una impostazione ideologica che pare ostinatamente determinata a negare l’importanza di tutto quanto ha a che fare con la Difesa, in Italia, anche a costo di sacrificare commesse importanti per la nostra traballante economia e mettendo a serio rischio – tanto per cominciare – l’agibilità di una base aerea che resta strategica per noi.

Starà ora all’incolpevole ministro della Difesa Guerini l’onere di ricucire uno strappo causato da altri, assicurando la continuazione di una presenza importantissima in un’area nella quale siamo destinati a interessarci anche in futuro, nonostante il provincialismo col quale non pochi considerano il mondo che ci circonda. Ma non sarà questione di poco conto.

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