È stato iscritto nel registro degli indagati un funzionario congolese del Pam, il programma alimentare mondiale, che è un’agenzia dell’Onu. L’accusa è di non aver applicato le procedure operative standard non fornendo una scorta armata all’ambasciatore

Superficialità? Sottovalutazione dei rischi? Per il momento la morte dell’ambasciatore in Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci avvenuta il 22 febbraio ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un funzionario congolese del Pam, il programma alimentare mondiale, che è un’agenzia dell’Onu. L’accusa è di non aver applicato le procedure operative standard non fornendo una scorta armata all’ambasciatore. L’agguato avvenne vicino al parco nazionale dei Virunga, al confine con il Ruanda, dove un gruppo di sei banditi armati di kalashnikov e machete fermò il convoglio, uccise l’autista, Mustapha Milambo, e portò via Attanasio e Iacovacci. Poco dopo giunsero i ranger e nella successiva sparatoria l’ambasciatore fu ferito all’addome da colpi sparati dai sequestratori, morendo poco dopo all’ospedale Onu di Goma, mentre Iacovacci morì sul colpo. Il militare è stato ricordato anche pochi giorni fa in occasione della festa dell’Arma.

Nell’inchiesta della procura di Roma coordinata dal pm Sergio Colaiocco c’è inoltre l’ipotesi del tentativo di sequestro di persona a scopo di terrorismo, anche se in questo filone non ci sono ancora indagati. Il funzionario congolese aveva il compito specifico di provvedere alla sicurezza del convoglio e quindi, al di là delle contestazioni di fronte alla mancata applicazione delle procedure, le indagini affidate ai Carabinieri del Ros, che nelle scorse settimane hanno ascoltato numerose persone a Kinshasa, dovranno cercare di capire se fu solo superficialità o meno. Secondo ricostruzioni iniziali, Attanasio forse voleva verificare la reale destinazione di fondi del programma Onu per le missioni umanitarie e se ci fosse un interesse da parte di forze ruandesi.

Ci sono ancora molte cose da chiarire. Zakia Seddiki, moglie dell’ambasciatore, in un’intervista al Messaggero del 26 febbraio disse che “Luca è stato tradito da qualcuno vicino a noi, alla nostra famiglia. Quella mattina la sua era un’operazione che non implicava direttamente il suo lavoro di ambasciatore” e smentì le polemiche sulla mancanza di un’auto blindata del ministero degli Esteri italiano spiegando che suo marito “aveva fatto richiesta per una nuova macchina perché quella che era a disposizione in ambasciata aveva avuto alcuni problemi meccanici. Non c’è nessuna relazione con ciò che è accaduto quella terribile mattina”. Il punto, secondo lei, “è che qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha venduto e lo ha tradito”.

Strano anche quanto riferì alla Repubblica del 17 marzo il colonnello Bienvenue Pombo, membro della commissione d’inchiesta sull’attacco al convoglio Onu ed ex membro dell’intelligence congolese, secondo il quale i banditi erano miliziani delle Fdlr (Forze democratiche per la liberazione del Ruanda) a conoscenza della presenza dell’ambasciatore e del percorso del convoglio al contrario del governo del Congo che non ne sapeva niente. I miliziani ruandesi, a loro volta, smentirono subito un loro coinvolgimento.

La decisione di indagare il funzionario congolese è solo il primo passo anche se non sarà facile arrivare a una ricostruzione credibile e a eventuali altre responsabilità.

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