Intervista all’ambasciatore dell’Italia in Ue Piero Benassi, la prima da quando è entrato in carica a Bruxelles. Con Biden Ue e Stati Uniti rilanciano l’alleanza (tech), niente sconti alle aggressioni di Russia e Cina, sul 5G alzeremo la guardia. Con Draghi svolta sul Recovery, non torneremo alle vecchie regole dell’austerity

Piero Benassi è il nuovo ambasciatore dell’Italia presso l’Ue. A Formiche.net concede la prima intervista da quando è iniziato il suo mandato a Bruxelles. Una lunga conversazione per affrontare i tanti temi caldi dell’agenda internazionale, in una settimana che può cambiare le carte in tavola nei rapporti fra l’Unione e il suo più stretto alleato, gli Stati Uniti di Joe Biden. Dal G7 al summit della Nato, dall’alleanza transatlantica sulle tecnologie alle sfide di Russia e Cina, ecco la road map dell’Italia di Mario Draghi.

Ambasciatore, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è in Europa per il summit della Nato. Vale ancora la pena difendere l’alleanza atlantica?

Il Summit Ue-Usa del 15 giugno ribadirà il messaggio che un partenariato Ue-Usa ancora più forte è cruciale per il sostegno a valori democratici, prosperità e stabilità globale e regionale, nonché per la risoluzione dei conflitti. In materia di sicurezza e difesa questo partenariato strategico, dove l’Europa è impegnata ad assumere sempre maggiori responsabilità, va letto in complementarietà con la Nato. L’Alleanza resta infatti la pietra miliare della difesa territoriale europea, e un investimento continuo é essenziale per consolidare la posizione del nostro Paese nel quadro di un Occidente politico ancorato a valori e principi democratici.

Italia e Ue dovrebbero aderire alla proposta di un’ “alleanza delle democrazie” lanciata da Biden?

La proposta di un “Summit for Democracy” avrà tanto più successo quanto più saprà darsi un carattere inclusivo, evitando cioè di proiettare l’immagine di “club delle democrazie”. Si tratta di un processo che saprà imporsi efficacemente – ed al quale Italia e Ue dovranno certamente partecipare – quanto più si rivolgerà a una pluralità di attori con un invito aperto a riunire tutte le forze a difesa dei diritti umani e delle libertà civili, contro la corruzione, le minacce alla sicurezza e le interferenze straniere, incluse forme di pressione economica, minacce ibride, attacchi alla cibersicurezza. Il Presidente Biden arriva in Europa con il vantaggio di avere a disposizione un considerevole capitale politico, incrementato dalla percezione di un cambio di passo rispetto all’idea di un progressivo disimpegno americano dall’Europa. È naturale che la relazione con l’Alleanza Atlantica debba evolvere su base maggiormente paritaria. L’Unione, che dalla Strategia Globale Ue sta investendo sempre più per consolidare la propria capacità di agire, deve necessariamente incrementare il proprio impegno per profilarsi come partner credibile della Nato, in grado di lavorare assieme all’Alleanza per fornire sicurezza e stabilità a livello globale.

La sfida più grande per l’Italia in Europa si chiama Recovery Plan. Quali sono le preoccupazioni della Commissione Ue per il piano italiano? Quali rassicurazioni è necessario dare?

Intanto amo di più la definizione di Next Generation Eu. Occorre infatti ripartire oggi, farlo in modo sostenibile e con la determinazione di garantire anche un futuro migliore ai nostri figli. Del NGEU, il Resilience and Recovery Plan rappresenta il motore centrale. Più che di preoccupazioni, parlerei di priorità di impegno, e riguardano due aspetti specifici.

Quali?

Primo, il consenso ampio necessario per realizzare le riforme che possono contribuire a rendere il nostro Paese più moderno e competitivo, sprigionando le energie per portarci su un sentiero di crescita più sostenuta. Secondo, la capacità di utilizzare bene le risorse nei tempi previsti. Si tratta quindi di questioni correlate su cui i primi segnali sono incoraggianti, se pensiamo all’approvazione del Dl relativo alle semplificazioni e all’organizzazione della governance del piano nazionale e a quanto è in cantiere in tema di reclutamento, direi anche arricchimento e ringiovanimento della pubblica amministrazione. Credo che la consapevolezza della sfida e della necessità di cogliere al meglio un’occasione storica stia crescendo nel Paese e tra tutte le forze politiche. Dal mio attuale osservatorio aggiungerei che raggiungere gli obiettivi di crescita è anche un modo per intraprendere quel sentiero di riduzione del rapporto debito/Pil che in prospettiva – anche qui pensando alle prossime generazioni – dobbiamo assicurare all’interno di numeri sempre più virtuosi

Con il governo Draghi, e la presentazione del PNRR, a Bruxelles hanno notato un cambio di passo?

L’Italia, e ve lo posso dire perché ero presente nel negoziato del Consiglio monstre di luglio scorso, insieme al mio predecessore Maurizio Massari e al Ministro Amendola, ci ha creduto e ha speso ogni energia perché si realizzasse NGEU. Siamo poi stati uno dei primi Paesi a presentare una bozza completa del proprio piano e ad averlo sottoposto ad una consultazione parlamentare. Dopo un lavoro di dettaglio per la definizione dei singoli interventi, delle riforme e degli obiettivi l’abbiamo presentato nei tempi, alla scadenza del 30 aprile, anche qui tra i primi paesi. Questo mostra la serietà con cui il nostro Paese ha affrontato la sfida sin dal primo momento.

Un anno fa l’Ue ha disposto la sospensione del Patto di Stabilità per poter rispondere all’emergenza sanitaria ed economica. Si tornerà alle vecchie regole?

Il presidente Draghi è già intervenuto più volte sul punto ed è stato molto chiaro: tornare alle vecchie regole non è pensabile, specialmente dopo che l’emergenza pandemica ha mostrato la necessità di sostenere la crescita attraverso strumenti di politica economica anticiclici efficaci a livello nazionale ed europeo, e di investire sul futuro, in particolare sulle transizioni ecologica e digitale.

L’Italia ha una sua proposta per riformare il patto?

La posizione italiana parte da queste premesse e dalla convinzione che un quadro di regole nuove debba essere già pronto allorché nel 2023 si tornerà all’applicazione del Patto di stabilità. Il dibattito sulla revisione delle regole riprenderà probabilmente in autunno, dopo le elezioni tedesche e, a mio avviso si svilupperà pienamente a inizio 2022, quando la Presidenza francese sarà a sua volta in fase preelettorale.

Assieme a un’accelerazione della campagna vaccinale, il governo italiano ha avviato un processo di riconversione industriale per produrre in Italia i vaccini contro il Covid-19, in coordinamento con il commissario Ue Thierry Breton.

Crediamo che la Commissione si sia mossa in modo tempestivo, nell’ambito della Strategia comune Ue sui vaccini, per cercare di fare fronte alla loro carenza, dovuta principalmente a limitate capacità di produzione e alla necessità di riconvertire le linee produttive con adeguate tecnologie e standard di qualità. L’Italia ha partecipato attivamente a questo sforzo: sin dalla fine di febbraio vi sono stati frequenti contatti con la Commissione, anche a livello politico, per elaborare una “mappa” delle potenzialità produttive nel nostro Paese e conseguentemente favorire i necessari accordi tra le case farmaceutiche sviluppatrici dei vaccini e le aziende italiane interessate. Le aziende italiane, tra l’altro, sono state tra quelle più numerose agli eventi di “match-making” promossi dalla Commissione per favorire la creazione di filiere produttive del vaccino nell’Ue.

Quanto siamo vicini alla meta?

Tutte le aziende produttrici di vaccini approvati dall’Ema hanno creato una fitta rete di siti di produzione nell’UE lungo tutta la filiera (produzione di mRNA, formulazione di nanoparticelle lipidiche, confezionamento delle fiale, controllo e packaging) e l’Italia è pienamente parte di questa rete, con stabilimenti ad Anagni, Siena, Monza. I nuovi contratti di fornitura stipulati dall’UE con le case farmaceutiche (“Advance Purchase Agreements”) prevedono già clausole rafforzate di impegno per le aziende contraenti che includono la produzione nell’UE dei vaccini e di tutte le loro componenti essenziali: questo favorirà ulteriormente l’aumento dei volumi dei vaccini prodotti in Europa nei prossimi mesi.

Draghi e Macron hanno chiesto una svolta europea per una gestione solidale dell’emergenza immigrazione. Da dove bisogna partire?

Quello migratorio è un fenomeno complesso e multilivello. Complesso, perché chiama in causa più dinamiche tra loro concorrenti e differenti, ma che nell’insieme ne determinano l’entità; multilivello, perché può esserci una gestione rispettosa degli impegni internazionali e dei principi condivisi dagli Stati membri dell’Unione europea solo attraverso un’efficace collaborazione tra diversi gradi di governance. Per questa ragione, non può che essere europea la dimensione più appropriata per la gestione del fenomeno migratorio, dalla riflessione sull’adozione delle strategie di intervento necessarie, alla loro messa in opera. Da parte sua, l’Italia non si è mai tirata indietro, onorando i valori europei da vero Paese fondatore. Ma il nostro impegno potrà essere di incoraggiamento per gli altri partner europei solo se saremo in grado di spronarli ad uno sforzo comune e concreto, che tenga fede alla promessa di maggiore solidarietà sul continente. Ed è proprio nella giusta equazione fra responsabilità e solidarietà che andrà ricercata la soluzione.

Dove è più urgente un’accelerazione da parte dell’Ue?

Innanzitutto, dobbiamo rafforzare la cooperazione in alcune parti del mondo, come il Nord Africa e il Sahel. Puntiamo a costruire dei solidi processi di consolidamento delle istituzioni, presupposti essenziali alla lotta contro il traffico di esseri umani e per fornire l’assistenza necessaria già sul continente africano. Al tempo stesso, dobbiamo restare concentrati nel sostenere le procedure di rimpatrio, sia per rendere sempre meno desiderabile il ricorso ai trafficanti di esseri umani, che soprattutto per aumentare il clima di fiducia nei confronti degli strumenti per l’emigrazione legale, in parte già esistenti ma che riteniamo comunque si possano migliorare. Infine, trattandosi di una politica che per essere efficace deve muoversi su più dimensioni, non dobbiamo dimenticare l’importanza dell’azione di organizzazioni quali l’UNHCR e l’OIM in materia di rimpatri volontari e corridoi umanitari.

Sulla crisi libica si è registrata l’assenza di un’azione coordinata dell’Ue. Cosa si può fare concretamente e come può l’Italia fare la sua parte?

Guardando al presente, l’Ue è tornata ad assumere una posizione e a un’azione unitaria sulla Libia e a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GUN) e del completamento della transizione. Il superamento della fase delle ostilità ha restituito centralità al processo politico e alla diplomazia, consentendo così un ruolo maggiormente profilato per l’Ue. Il processo politico guidato dalle Nazioni Unite rimane cruciale e l’Ue gioca un ruolo chiave nel sostenerlo e nel proteggerlo, a partire dalle elezioni previste per il 24 dicembre che costituiscono un momento cruciale per il successo della transizione libica. In seno all’Ue il contributo italiano sta innanzitutto nella spinta per una politica coesa, concreta ed efficace di sostegno politico e finanziario agli sforzi delle Nazioni Unite. Solo per citare i principali settori: elezioni, riconciliazione, state building, rispetto dell’embargo sulle armi, servizi per la popolazione, gestione delle frontiere e contrasto all’immigrazione irregolare.

Dal dirottamento aereo della Bielorussia alle manovre russe al confine con l’Ucraina orientale, l’Ue si è spesso mostrata divisa e bloccata dai veti incrociati. Cosa si deve fare per costruire una vera politica estera comunitaria?

Sulla Bielorussia, l’Ue ha reagito in maniera immediata al recente atterraggio forzato del volo Ryanair 4978 ed al successivo arresto di Roman Protasevich e della sua compagna. Il giorno seguente l’evento, infatti, il Consiglio Europeo straordinario di maggio ha immediatamente concordato, all’unanimità, su una serie di misure urgenti da adottare, tra cui sospensione della possibilità di sorvolo ed utilizzo degli aeroporti europei per gli operatori aerei bielorussi (decisione entrata in vigore lo scorso 4 giugno); adozione di nuove sanzioni contro individui ed entità; imposizione di misure sanzionatorie settoriali; sostegno alla società civile. Una serie di iniziative che si aggiungono alla lista di oltre 80 nomi tra individui ed entità designati dall’inizio della crisi, tra cui lo stesso Presidente Lukashenko.

L’Ue ha fatto abbastanza per fronteggiare le tensioni in Ucraina?

La risposta Ue è stata unitaria e compatta, esprimendo il pieno sostegno a Kiev e chiedendo senza ambiguità a Mosca di agire per una de-escalation della situazione. Sulla Russia, più in generale, a seguito dell’esito negativo della missione dell’AR/VP Borrell a Mosca, 4-6 febbraio 2021, condizionata dagli eventi legati al caso Navalny, alle espulsioni di diplomatici europei a seguito dell’esito delle indagini in Repubblica Ceca e, da ultimo, alle designazioni contro 8 individui europei (tra cui il Presidente del Parlamento Europeo e la Vice-Presidente della Commissione), si è registrata una ferma ed unanime posizione da parte di tutti gli Stati Membri. Tuttavia, è complesso misurare la reale efficacia dell’azione europea. Non dobbiamo cadere a mio avviso nella percezione per cui il successo dell’intera politica estera dipenda unicamente dall’adozione o meno di misure restrittive, quando invece queste non sono che un “mezzo” per il raggiungimento di obiettivi comuni e non un fine a sé stante.

Cloud, Intelligenza artificiale, rete 5G, la protezione delle tecnologie critiche da fornitori non sicuri è sempre più urgente. Gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati europei di escludere i provider cinesi. Lei crede che l’Ue, e l’Italia, stiano facendo abbastanza?

Nel maggio del 2019 è entrato in vigore il regolamento dell’Ue che ha stabilito gli obiettivi, i compiti e gli aspetti organizzativi dell’Agenzia dell’Unione europea per la cibersicurezza (ENISA), e definito un quadro giuridico per l’introduzione di sistemi europei di certificazione della sicurezza cibernetica. Si tratta di una norma importante, che garantirà un elevato livello di cibersicurezza dei prodotti, servizi e processi di comunicazione e informazione telematica in tutta l’Unione, evitando la frammentazione nel Mercato interno.

Come si possono mitigare i rischi?

L’Italia ritiene che l’attività di certificazione regolata dal Cybersecurity Act sia fondamentale per garantire la resilienza delle reti e dei sistemi: il cambio di passo tecnologico imposto dal 5G rende necessario mitigare al massimo i rischi relativi alla nuova infrastruttura e servizi connessi. Di qui la necessità di schemi di certificazione condivisi a livello UE, come quello per la sicurezza delle reti 5G e quello sul Cloud. Gli schemi comuni di certificazione, oltre a semplificare il lavoro delle imprese in chiave commercio transfrontaliero, forniranno ai cittadini una migliore comprensione delle caratteristiche di sicurezza di un determinato prodotto o servizio.

Con particolare riguardo al 5G, l’Unione europea ha messo a punto anche un pacchetto di misure di mitigazione del rischio cibernetico (“toolbox”). È sufficiente?

Il toolbox definisce una metodologia coordinata per affrontare i rischi, rispettando al contempo le competenze nazionali, in particolare in materia di sicurezza nazionale. Non sono state stabilite esclusioni individuali, ma è prevista la possibilità di applicare restrizioni nei confronti di fornitori giudicati ad alto rischio, inclusa la loro esclusione da assets considerati “chiave”. Nel primo rapporto sull’attuazione del toolbox sono emersi progressi significativi in alcuni settori ma anche la necessità di accelerare in varie aree: in particolare, una minore dipendenza da fornitori considerati “ad alto rischio”, una maggiore diversificazione, lo screening degli investimenti esteri diretti. In questo contesto, l’Italia è stata portata ad esempio per la normativa nazionale sul c.d. “golden power”. Si tratta di un importante sforzo di coordinamento tra Stati membri e con la Commissione che andrà intensificato nei prossimi mesi, ma che sta già dando i suoi frutti. Anche il nuovo Centro di competenza per la sicurezza cibernetica dell’Ue, che avrà sede a Bucarest, svolgerà un ruolo importante nello sviluppare capacità europee in materia cibersicurezza, indirizzando verso questo obiettivo il contributo dell’industria e della comunità accademica europee e facendo leva su fondi dei programmi dell’Unione sulla ricerca, l’innovazione e il digitale.

Gli Stati membri e le istituzioni Ue stanno negoziando una nuova direttiva sulla sicurezza delle reti e delle informazioni per aggiornare quella attuale, introdotta nel 2016.

Questa normativa amplierà il proprio campo di applicazione a numerosi settori aggiuntivi, permettendo alla Ue di dotarsi di uno strumento di armonizzazione minima, in particolare sulla segnalazione degli incidenti e attacchi, in un settore sensibile come la sicurezza cibernetica. L’aumento di livello di attenzione sia politica sia normativa da parte della Ue su tale materia oltre alla doverosa acquisizione di leverage politico con altri attori globali, consente al tempo stesso un adeguato level playing field tra le imprese europee evitando fenomeni distorsivi della concorrenza.

Da dove si parte per collaborare con gli Stati Uniti?

Il Summit bilaterale del 15 giugno fornirà l’occasione per il lancio del Consiglio Ue-Usa su Commercio e Tecnologia (Trade and Technology Council – TTC). Il TTC rappresenterà un foro politico di discussione tra le due sponde dell’Atlantico per coordinare gli approcci alle principali sfide commerciali, economiche e tecnologiche, così definendo un indirizzo politico condiviso con l’obiettivo di promuovere un modello comune di “governance digitale” ispirato ai comuni valori democratici.

Il Parlamento Ue ha votato a favore della sospensione del CAI (Comprehensive agreement on investments), l’accordo sugli investimenti fra Ue e Cina. Pensa che ci siano le condizioni per riprendere i negoziati?

Nelle sue dichiarazioni lo scorso 4 maggio, il Vice Presidente Dombrovskis aveva confermato la sospensione dello sforzo di sensibilizzazione politica da parte della Commissione europea, risultando evidente che nella situazione attuale, con le sanzioni dell’Ue contro la Cina e le contro-sanzioni cinesi, anche nei confronti di membri del Parlamento europeo, il contesto si prestava con fatica ad una sollecita ratifica dell’accordo. Il voto del Parlamento Europeo del 20 maggio chiude il cerchio di un’escalation con Pechino. Si tratterà ora di ripristinare un clima politico favorevole, che tuttavia non potrà prescindere dalla nuova cooperazione Ue-Usa per definire una relazione articolata con un attore che è allo stesso tempo partner, concorrente e rivale sistemico.

Condividi tramite