L’Italia sconta un ritardo rispetto al resto dell’Europa e un gap di genere ancora elevato, da qui la proposta di inserire l’educazione finanziaria in tutte le scuole, inserendola all’interno del programma di educazione civica. Ma non bastano le scuole

Si parla sempre di Pnrr e delle riforme strutturali richieste e necessarie: da quella della Pubblica Amministrazione a quella della Giustizia. Bene. Ma se da decenni non riusciamo a “riformare” il Paese forse c’è un problema di cultura, oltre che di rappresentanza. E di educazione. Educazione civica? Sicuramente. Ma ha ragione Stefano Lucchini quando ha fatto l’esempio dell’educazione finanziaria: “Poiché l’educazione finanziaria per giovani e meno giovani alla vigilia dell’avvento, ad esempio, delle valute digitali è l’equivalente della lingua italiana insegnata dal maestro Manzi all’indomani della ricostruzione postbellica e del seguente boom economico”. Un po’ la stessa preoccupazione che ha espresso il presidente della Consob, Paolo Savona, quando a proposito del fintech che corre più veloce del mercato (e le regole finora applicate non bastano più) ha detto che “l’informatica finanziaria è una lampada prodigiosa dalla quale è uscito il genio”. Savona ha sventolato lo spettro dei derivati: “Pur con le dovute distinzioni, è prevedibile che stia accadendo qualcosa di analogo nel mercato dei prodotti monetari e finanziari virtuali, soprattutto criptati”.

Siamo immersi in un modo che corre a una velocità speso incompatibile con le regole. E l’Italia da tempo sembra aver smesso anche di camminare. Certo di studiare e di formarsi. Il neopresidente della Feduf, Lucchini, giustamente, vuole incrociare questo grande momento riformista, per andare ai fondamentali: l’educazione finanziaria è la precondizione per essere cittadini di un Paese e di un mondo governato da logiche che non sono solo emotive o sentimentali (largamente preferite alle nostre latitudini).

La stessa sensibilità alla sostenibilità deve essere nutrita e formata in una consapevolezza economica e finanziaria che eviti le derive della “decrescita felice”. Per lunga abitudine spesso mi è capitato di sovrapporre l’esigenza di una adeguata educazione finanziarie a quella di una opportuna educazione previdenziale: una parte per il tutto. Controllare il proprio conto previdenziale dovrebbe diventare abituale come il controllo del proprio conto corrente.

Quello che era vero ieri, oggi lo è ancora di più. “Poiché il virus ha messo in dubbio le nostre certezze, ha fatto emergere impietosamente tutte le contraddizioni e le divisioni storiche del Paese, ora nella piattaforma della ripartenza deve avere un ruolo importante e vitale, più di quanto siamo riusciti a fare prima, anche l’educazione finanziaria e al risparmio”. Cito ancora Lucchini. Sullo sfondo c’è la necessità di tradurre in programmi educativi quella generale “educazione all’incertezza” o “alla logica del probabile” (secondo la definizione del filosofo Stefano Moriggi) che deve guidare le scelte del presente.

Non c’è bisogno solo di nuove infrastrutture di trasporto o di infrastrutture digitali. Sono sempre più necessarie di infrastrutture educative. “L’investimento in educazione paga il più alto tasso di interesse”: Annamaria Lusardi, direttrice del Comitato per il coordinamento dell’educazione finanziaria ha scelto la massima di Benjamin Franklin per sottolineare l’importanza di formare le nuove generazioni per avviare la “ricostruzione” post pandemia. “L’educazione finanziaria non è una risposta alle crisi ma al mondo che cambia però le crisi mettono in evidenza i costi legati alle scarse conoscenze in ambito economico”, ha sottolineato Lusardi partecipando alla prima assemblea pubblica della Feduf (la Fondazione per l’Educazione finanziaria creata da Abi). L’Italia sconta un ritardo rispetto al resto dell’Europa e un gap di genere ancora elevato, da qui la proposta di inserire l’educazione finanziaria in tutte le scuole, inserendola all’interno del programma di educazione civica. “L’educazione finanziaria rappresenta non solo uno strumento di tutela e valorizzazione del patrimonio economico individuale e sociale, ma un diritto di cittadinanza in qualche modo richiamato dalla stessa Costituzione italiana”, ha detto Lucchini.

Tutto giusto. Ma non bastano le scuole. L’educazione finanziaria – e insisto: l’educazione previdenziale – deve essere patrimonio di tutti, deve essere trasferita nei luoghi di lavoro, deve trovare dei “divulgatori” capaci di parlarne sui social secondo modalità e schemi fruibili dall’utenza compulsiva e narcisista che popola i network e le comunità virtuali. Senza offesa per le organizzazioni sindacali, la crescita della previdenza complementare – per fare un esempio – non può più solo basarsi sul passaparola fiduciario dei rappresentanti sindacali. I Fondi negoziali – e tutti gli altri, beninteso – devono adeguarsi alle logiche dell’investimento finanziario, che deve essere spiegato a tu per tu, con grande impegno personale e professionale. Dal promotore finanziario siamo passati al consulente finanziario. Oggi dobbiamo trovare e valorizzare i nuovi maestri Manzi – assicurandoci che siamo capaci e competenti – che sui nuovi media (non basta più la tv!) possano insegnare l’inevitabilità del rischio, senza finire nei buchi neri dei tanti bias cognitivi che sono alla base dell’economia comportamentale.

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