Padre Giovanni Sale, sul numero che uscirà sabato della rivista dei gesuiti diretta da Antonio Spadaro, legge i dieci anni terribili di un mondo arabo in rivolta. Rivolta che non è stata quasi mai metafisica, cioè contro Dio, ma che era soprattutto una rivolta che Camus avrebbe definito mediterranea, contro il fallimento della politica araba, sia nella sua ideologia panarabista, sia in quella panislamista. La riflessione di Riccardo Cristiano

Se noi ci fermassimo su una banchina a osservare una barca stracolma di passeggeri e alla deriva penseremmo a dei profughi la cui vita è in pericolo. Di qui sarebbe facile desumere che si tratti di fuggiaschi, quindi di vittime, quindi di buoni. Ma nulla in realtà ci direbbe che tra loro non vi sia un padre dispotico, un figlio violento. Cancellare le storie vuol dire ideologizzare la realtà, arrivando facilmente a vedere buoni e cattivi. Ma anche consapevoli di questo non dovremmo perdere il senso di ciò a cui assistiamo, cioè a un atto d’amore per la vita, per non consegnare il proprio destino alle decisioni di altri.

È questo che riesce a fare padre Giovanni Sale su La Civiltà Cattolica, leggendo i dieci anni terribili di un mondo in rivolta, il mondo arabo. Rivolta che non è stata quasi mai metafisica, cioè contro Dio, ma che spiega così: “Gli osservatori politici mettevano in evidenza le due anime di tali manifestazioni: esse erano ‘sollevazioni”, in quanto proteste civili spontanee, inizialmente senza un capo che le organizzasse; e al tempo stesso erano ‘rivoluzioni’, perché, a differenza delle precedenti, aspiravano a cambiare totalmente i sistemi di governo e le relazioni tra Stato e cittadini”. Dunque l’uomo in rivolta arabo era soprattutto in una rivolta che Camus avrebbe definito mediterranea, contro il fallimento della politica araba, sia nella sua ideologia panarabista, sia in quella panislamista.

Se la protesta ha prodotto reazioni violente non è stato per una piazza, priva di leadership per la cancellazione della società civile operata da panarabisti e panislamisti, ma per i nessi tra regimi e forze eversive, interventi e interferenze straniere, tribalismi e cospirazioni che hanno in forme e modalità diverse avuto il sopravvento sullo spirito iniziale dei movimenti: “Purtroppo questa fase costruttiva delle ‘primavere arabe’ durò soltanto pochi mesi; poi subentrò la fase della reazione, attivata da governi autoritari, che non intendevano abbandonare il potere, o dai militari, spesso sostenuti da attori esterni. Così i frutti delle contestazioni di piazza dopo poco tempo furono cancellati. Rimase però nei giovani, come possiamo vedere dagli eventi degli ultimi mesi, la volontà di portare avanti la lotta in difesa della libertà e del lavoro”.

Non è un caso se la parola “dignità” è echeggiata in tutte le piazze scosse dalla rivolta, o rivoluzione. “Sono stati i giovani, infatti, uomini e donne, ad animare, e a volte anche a guidare, le rivolte, e a trascinare in piazza le generazioni più anziane. Secondo molti osservatori, sono state le nuove élites tecnocratiche, costituite da piccoli gruppi di giovani istruiti (spesso provenienti dalle università occidentali), che attraverso l’uso dei social networks (da Facebook a Twitter e a YouTube ecc.) sono riuscite a mobilitare la popolazione sui temi caldi della contestazione politica antigovernativa. A questo proposito, sulla stampa internazionale si è parlato, esemplificando un po’ la questione, di una ‘rivoluzione di Facebook’. Nei giorni della rivolta i governi autocratici avevano cercato in tutti i modi di oscurare la rete, in modo da controllare la contestazione dei giovani: ma inutilmente, perché la scintilla ormai era già stata accesa. In questo poi i media occidentali e le televisioni di tutto il mondo, compresa Al Jazeera, hanno fatto la loro parte”.

Un primo mito dell’ideologia dell’inverno arabo già cade: padre Sale evidenzia giustamente il ruolo dei social media, dei giovani e soprattutto delle donne. Poi pesca in Tahar Ben Jelloun la frase cruciale: “La peculiarità delle rivolte arabe sta nella loro natura spontanea e nell’obiettivo che si pongono, l’ingresso nella modernità, vale a dire l’affermazione dell’individuo e il suo riconoscimento come cittadino e non come suddito sottomesso”.

È questo il punto che ha rotto irreversibilmente il muro della paura: nonostante le fedeltà tribali che non hanno alternative, nonostante i comunitarismi che recludono senza vie di scampo, i giovani arabi in un mondo conservato dalle élites nella premodernità hanno espresso contro ogni regime il desiderio di cittadinanza. Per questo non c’era retorica islamista nelle piazze, e i cortei spesso partivano dalle moschee perché unici luoghi pubblici che non sono stati proibiti.

Un secondo velo cade subito dopo. Se non c’è stata ideologia islamista padre Sale coglie con acutezza che non c’è stato neanche il vecchio discorso di matrice marxisteggiante dei campus pre-‘67: “Un altro elemento comune delle rivolte della primavera del 2011 è stato il loro carattere non ideologico, secondo il significato che la vecchia dottrina politica di matrice marxista dava a tale termine: nelle manifestazioni di piazza non sono più comparsi i soliti slogan antisraeliani e antiamericani (o antioccidentali) che, sull’onda del sentimento e dell’ideologia panaraba, avevano sempre accompagnato le rivolte del Medio Oriente. Questo ha indotto gli analisti a parlare di morte del “panarabismo dei regimi” e di nascita di un “panarabismo dei popoli”. Le cose che si chiedevano erano il cambiamento del regime politico, più giustizia economica e più democrazia.

È un terzo velo che cade: l’ideologia dell’inverno arabo attribuisce un carattere ideologico alla piazza araba perché è ideologica essa stessa. Sono identificate così le ragioni della felicità rivendicata dai giovani contro regimi che hanno creato quella che Samir Kassir, il grande intellettuale libanese non dimenticato da padre Sale, ha definito “l’infelicità araba”.

Nelle pagine seguenti l’autore si addentra nei singoli racconti, perché la Primavera non esiste, esistono le Primavere arabe, tutte connesse, tutte diverse. Dalla Tunisia, alla Libia, all’Egitto, allo Yemen, al Bahrein, alla Siria, la penna dell’autore ripercorre diversi cammini, qualche risultato e molte sconfitte, sanguinose. Per mani diverse, spesso opposte, ma sempre convergenti nel reprimere e affossare gli aneliti moderni e democratici delle piazze della rivolta. Due citazioni per tentare di rendere conto della complessità: se la Tunisia ha dato origine allo tsunami arabo e tra mille rischi oggi vive ancora qualche speranza di farcela, l’Egitto viene presentato come il Paese della doppia deriva.

Quella del fallimento del governo eletto dei Fratelli Musulmani (elezioni che meriterebbero un saggio a parte perché fu la divisione dei progressisti a consentire quella vittoria) e poi del golpismo dei militari nato sulla sollevazione di popolo contro il governo dei Fratelli Musulmani: “La reazione delle monarchie del Golfo – a eccezione del Qatar – all’ascesa della Fratellanza al potere in Egitto fu sin dall’inizio di aperta ostilità. Essa portò all’immediata reazione di Riyadh, che, sfruttando le manifestazioni di piazza, fornì sostegno finanziario e politico al generale al-Sisi, ministro della Difesa sotto il governo Morsi. Il generale nel 2013 organizzò un colpo di Stato, riportando i militari al potere e lanciando una dura campagna di repressione contro i Fratelli Musulmani, che furono messi al bando e dichiarati organizzazione terroristica. I loro capi vennero arrestati e uccisi nelle carceri del nuovo regime con un evidente ritorno all’autoritarismo e alla repressione del dissenso”.

Accuratissimo su casi di cui poco si parla, come l’orrore della repressione in Bahrein e il dolorosissimo caso algerino, il saggio trova un’altra espressione importante sulla Siria, con lo Yemen la ferita più sanguinante: “Il conflitto assunse precisi connotati settari, dietro i quali si combatteva la battaglia per il controllo del Medio Oriente e delle sue risorse”. Quanti veli ideologici accompagnano il racconto dell’inverno arabo e quanti veli fa cadere questo saggio. E arriva l’ora di concludere un racconto che qui si è potuto solo in parte riassumere ci presenta una novità preziosa: “Le Nazioni Unite e alcune società di sondaggi hanno di recente pubblicato studi dai quali emerge che oltre il 30% dei giovani arabi vorrebbe abbandonare il proprio Paese. A differenza degli anni passati, questi giovani non seguono più il mito del ricco Occidente: da recenti sondaggi risulta infatti che il 46% degli intervistati desiderano emigrare negli Emirati Arabi. ‘Questo dato sembra indicare che il desiderio principale di questi giovani non è vivere in Occidente: quello che vogliono è vivere in un Paese che funzioni’, cioè in un Paese che offra loro la possibilità di lavorare e di vivere una vita dignitosa. Passato il tempo della pandemia, probabilmente milioni di giovani arabi scenderanno ancora in piazza per protestare e per chiedere ai loro governi cambiamenti radicali sia nell’ambito istituzionale, sia in quello economico e sociale”.

È quello che aveva indicato nel 2013 Francesco nella sua Evangelii Gaudium: o si risponde alle richieste della piazza o quelle richieste resteranno, insopprimibili. Il 2011 arabo non è passato, neanche dieci anni dopo.

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