Mentre il premier Mario Draghi è al G7 con Joe Biden, Beppe Grillo e Giuseppe Conte organizzano la prima uscita ufficiale del nuovo leader Cinque Stelle all’ambasciata cinese. Furia del Pd, “adesso basta sbandate, l’Italia è in Occidente”. In serata l’ex premier cambia idea e salta l’incontro con Li Junhua

 

 

Forse è una coincidenza, forse no. Certo il tempismo lascia pochi dubbi. Mentre Mario Draghi passeggia con Joe Biden in Cornovaglia, al G7, e a tre giorni dal summit Nato a Bruxelles, Beppe Grillo e Giuseppe Conte vanno in visita all’ambasciata cinese a Roma.

Non c’è nient’altro nell’agenda del “vate” e del capo in pectore, assicurano fonti dei Cinque Stelle all’Ansa. Solo il ricevimento con Li Junhua, l’ambasciatore cinese in Italia.

Conte sceglie la residenza cinese a via Bruxelles, non l’ambasciata americana, come meta del primo incontro ufficiale da leader Cinque Stelle. Un segnale politico non da poco. Grillo, da quelle parti, è un habitué. Nel novembre del 2019 il fondatore e guru aveva bussato alla porta di Junhua ben due volte nel giro di 24 ore, per un faccia a faccia riservatissimo. In serata l’Andkronos batte la notizia di un forfait last minute di Conte per “impegni concomitanti”. Ma il polverone intorno all’appuntamento è già partito.

Tempo di irrompere sulle agenzie ed ecco servita una nuova crepa nella maggioranza. Anzi, nella coalizione rossogialla. Se nel Movimento le bocche sono cucite, il Pd è una polveriera. Enrico Borghi e Lia Quartapelle, i responsabili alla Sicurezza e agli Esteri della segreteria di Enrico Letta, hanno pianificato lo stesso pomeriggio il primo di quattro incontri a giugno sulla geopolitica italiana vista dal Nazareno.

Su Formiche.net, a poche ore dal seminario online, Borghi, che è anche componente del Copasir, aveva introdotto la kermesse parlando dell’Occidente alle prese con la “sfida per la leadership globale lanciata dalla Repubblica Popolare Cinese”. Non proprio lo stesso spartito di Conte&Grillo.

È la Quartapelle, capogruppo Pd in Commissione Esteri, la prima a irrompere. “All’interno della nostra coalizione non ci devono essere sbandamenti. L’esperienza del primo governo Conte verso la Cina è stata pericolosa per l’Occidente”, tuona. Poi l’ultimatum: “Questo tipo di avventure non deve più avvenire. L’interesse nazionale si compie all’interno dell’Ue e in Occidente”.

L’irritazione è palpabile. Sulla strada a ostacoli che porta all’alleanza “organica” fra Pd e il Movimento si staglia ancora un macigno inamovibile. E pensare che fra le truppe pentastellate c’è chi, in questi mesi, ha rotto le righe.

Non solo Luigi Di Maio, ex capo e ministro degli Esteri ormai ben piantato nel campo euro-atlantista e lontano dalle sbandate del governo gialloverde. I grillini in Commissione Esteri alla Camera, ad esempio, hanno votato da poco una dura risoluzione contro la persecuzione cinese degli uiguri in Xinjiang, rompendo un tabù di vecchissima data.

E i tre parlamentari al Copasir hanno dato il via libera alla nuova agenzia per la cybersecurity che, nelle intenzioni del governo, ha anche come obiettivo quello di frenare la penetrazione di fornitori cinesi considerati a rischio nelle infrastrutture nazionali. Un biglietto da visita non male per Draghi, pronto a sfoderarlo al G7 all’incontro con Biden. Ma il fronte atlantista in Cornovaglia deve fare i conti con una guerriglia sotterranea nelle retrovie.

Più che un nuovo inizio, l’esordio di Conte al timone del Movimento sembra piuttosto un dejavu. Sulla “special relationship” con Pechino Grillo è davvero un “garante”, anzi una garanzia. Fonti grilline si affrettano a sminuire il vis-a-vis, “un colloquio tra un rappresentante diplomatico di un Paese straniero e politici italiani  di routine”. Già, di routine. È proprio questo il punto.

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