Quello in Cornovaglia è stato un G7 risolutivo, e non è cosa scontata. Dai brevetti sui vaccini alle tasse sulle multinazionali, sono tanti i nodi sciolti dai leader mondiali sotto la spinta di Biden, anche se restano distanze quando si parla di Cina. Ma la partita decisiva si gioca al G20 italiano. Il bilancio di Giovanni Castellaneta, già ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti

Il Vertice G7 che si è svolto a Carbis Bay, in Cornovaglia, è stato particolarmente importante per due motivi. Innanzitutto perché è stato il primo summit di questo tipo a svolgersi in presenza dopo un anno di “interruzione” dovuta al Covid-19. E poi perché ha manifestato con chiarezza il ritorno degli Stati Uniti al suo “tradizionale” ruolo di leader internazionale, con Joe Biden impegnato a rilanciare il multilateralismo dopo la presidenza Trump che aveva messo in discussione i meccanismi di cooperazione internazionale.

Inoltre, dopo anni in cui il processo del G7 (e anche del G20) erano diventati un po’ “sterili” e fini a se stessi, questa volta in agenda c’era davvero parecchia “carne al fuoco”. La pandemia ha infatti imposto di affrontare con urgenza le grandi questioni multilaterali che erano rimaste in sospeso, da quelle di materia sanitaria ma anche alle sfide poste dal cambiamento climatico, dalla transizione digitale, dai nuovi protezionismi commerciali.

Partiamo ovviamente dalla priorità più urgente, la questione vaccini. I leader del G7 hanno annunciato un piano per donare un miliardo di dosi ai Paesi a basso e medio reddito, dopo che Biden era atterrato in Gran Bretagna mettendo sul piatto 500 milioni di dosi.

Legittimamente, Stati Uniti e gli altri Paesi G7 hanno pensato prima di tutto a mettere in sicurezza i propri cittadini, in una prima fase durante la quale le dosi erano giocoforza limitate. È ora giunto il momento di accelerare anche nei confronti del resto del mondo: fino ad ora la piattaforma “COVAX” (che fa capo al G20) non ha funzionato bene (sono solo circa 200 milioni le dosi donate tramite questo meccanismo).

In parallelo, i Paesi G7 hanno anche annunciato un accordo sul tema dei brevetti sui vaccini, in vista di una loro possibile sospensione o quantomeno per una concessione della produzione su licenza. Una questione sulla quale gli Usa hanno agito per primi, “spiazzando” l’Unione Europea che si era trovata inizialmente contraria.

Si dovrebbe trovare una sintesi tra le varie posizioni nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel giro di qualche settimana. Tuttavia, questo accordo potrebbe valere più per il medio-lungo periodo che per il breve, dove la soluzione più rapida da perseguire rimane quella di distribuire quanti più vaccini nel minor tempo possibile.

C’è poi il tema della tassazione internazionale: l’accordo trovato per l’istituzione di una “global minimum tax” del 15% sui profitti delle multinazionali è un passo avanti storico per creare quel cosiddetto “level playing field”, ossia un sistema di regole comuni per contrastare pratiche di concorrenza sleale e combattere evasione ed elusione fiscale.

Tuttavia, bisogna essere realisti e tenere a mente che si tratta solo del primo passo di una strada che sarà ancora molto lunga. La prossima tappa sarà il G20 Finanze del 9-10 luglio a Venezia: qui entra in gioco l’Italia, che avendo la Presidenza del G20 avrà la responsabilità di trovare una quadra con membri molto eterogenei tra loro, dagli Usa alla Cina, dal Brasile alla Russia. Poi bisognerà trovare le modalità per tradurre questo impegno negli ordinamenti nazionali degli Stati che avranno aderito: un processo non facile che potrebbe durare anni, ma che testimonia la volontà di prendere una direzione comune.

Dal G7 si attendeva anche un impegno comune per riaffermare l’importanza del libero scambio e del contrasto al protezionismo. Il fatto che la Presidenza del G7 spetti quest’anno al Regno Unito è una coincidenza favorevole in questo momento, perché questa circostanza potrebbe favorire un ri-avvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico con benefici anche per la relazione tra Londra e Bruxelles, così da provare a “ricucire” la ferita provocata dalla Brexit. Biden è venuto in Europa anche per cercare di chiudere le dispute commerciali con l’Ue legate al caso Airbus-Boeing: una bella inversione di marcia dopo i dazi e le ritorsioni commerciali adottate da Trump contro l’export europeo (che aveva anche danneggiato il nostro “made in Italy”).

Un altro dossier chiave è quello del cambiamento climatico. Anche in questo caso, è stato fondamentale il ritorno degli Usa, che sono rientrati nella convenzione di Parigi e stanno lavorando alla formulazione di impegni concreti per la decarbonizzazione in vista di COP26, la conferenza delle Nazioni Unite. Che, coincidenza, sarà presieduta proprio da Uk e Italia: un anno cruciale per il nostro Paese per ritornare ad essere protagonista sulla scena internazionale.

Infine, per quanto riguarda le questioni più strettamente di politica estera, il ritorno degli Stati Uniti ha imposto sull’agenda la ridefinizione del rapporto con la Cina. Il rinnovato impegno degli Usa nel rafforzare l’alleanza con l’Europa è fondamentale per allontanare l’Ue da Pechino, con cui era stato concluso l’Accordo sugli Investimenti a fine 2020.

Le recenti tensioni diplomatiche hanno messo l’accordo nel “congelatore” e ora diversi Stati europei (tra cui anche l’Italia) sono molto più prudenti nell’aprirsi verso la Cina. Inoltre, la decisione di istituire tra Usa e Ue un “Trade and Technology Council”, che si configura come un meccanismo informale di discussione, testimonia la volontà di affrontare congiuntamente questioni strategiche come lo sviluppo delle nuove tecnologie, che dipendono ad esempio in maniera cruciale dall’approvvigionamento di semiconduttori (prodotti sempre più ambiti dalle industrie europee e statunitensi ma che stanno diventando sempre più scarsi).

Questa ritrovata comunanza di vedute si dovrebbe ripercuotere anche nei confronti delle altre questioni internazionali, come ad esempio la gestione dal rapporto con la Russia (apertura a dialogare con Putin, ma senza sconti). L’Italia dovrebbe approfittare della ritrovata comunanza di vedute con gli USA per reclamare un ruolo da “leader” nel Mediterraneo, al fine di garantire la stabilità nella regione anche per conto della Nato.

Insomma, il nostro Paese si trova nel mezzo di una congiunzione estremamente favorevole: la ripresa economica potrebbe essere migliore del previsto e l’autorevolezza internazionale del premier Draghi ci potrebbero riportare al centro della scena proprio nel momento in cui la cooperazione multilaterale si potrebbe riattivare. Speriamo che, dopo tanti anni di annunci e di speranze disattese, questa sia la volta buona.

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