Il Memorandum con la Cina firmato da Conte nel 2019? “Lo esamineremo con attenzione”, ha spiegato al termine del G7 il presidente Draghi incassando il plauso degli Usa. Ecco come si può recedere in ogni momento da quell’accordo

Il Memorandum d’intesa sulla Via della Seta firmato dall’Italia con la Cina nel marzo 2019? “Non è mica un contratto di matrimonio”, spiega una fonte diplomatica italiana parlando con Formiche.net.

Durante la conferenza stampa al termine del G7 di Carbis Bay, in Cornovaglia, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ribadito il posizionamento euroatlantico e non ha escluso una revisione di quell’intesa siglata dal governo gialloverde del predecessore Giuseppe Conte (suoi vice erano il pentastellato Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, oggi di nuovo assieme alla guida del Paese, a differenza dell’inquilino dell’epoca di Palazzo Chigi). L’accordo che fece dell’Italia il primo Paese dei Sette grandi ad aderire al progetto espansionistico cinese “non è stato mai menzionato, nessun accenno” durante il G7, ha spiegato il presidente Draghi. Ma, ha aggiunto, “per quanto riguarda l’atto specifico, lo esamineremo con attenzione”.

Parole accolte con favore dagli Stati Uniti: “È interessante” in un momento in cui “stiamo parlando degli investimenti in Italia”, ha spiegato Thomas Smitham, incaricato d’affari ad interim presso l’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma, intervenuto all’evento “Investimenti diretti esteri: tendenze e sviluppi in materia di Golden Power” organizzato dall’American Chamber of Commerce in Italy.

Tra le preoccupazioni degli alleati e i timori dell’intelligence (in particolare su 5G e porti), la Via della Seta in Italia non sembra essere mai davvero decollata. Per rendersene conto è sufficiente sfogliare il rapporto “La Cina: sviluppi interni, proiezione esterna”, pubblicato nell’ottobre dell’anno scorso dal Torino World Affairs Institute per l’Osservatorio di politica internazionale, organo del Parlamento Italiano in collaborazione con il ministero degli Esteri. A pagina 62 si legge: “Se la logica italiana alla base della firma dell’accordo sulla Via della Seta era l’auspicio di un aumento dei rapporti commerciali ed economici, si può dire che a 18 mesi di distanza il calcolo si è rivelato quantomeno ottimistico, se non del tutto fallace. Come si è visto, le esportazioni italiane verso la Cina non sono aumentate in modo significativo, né vi sono stati particolari investimenti cinesi in Italia a seguito dell’accordo”. La partecipazione alla Via della Seta “non è condizione né necessaria né sufficiente per aumentare le relazioni economiche con la Cina”, recita ancora nel documento.

Le dichiarazioni del presidente Draghi dimostrano una volontà di riaffermare l’euro-atlantismo dell’Italia. Ma la revisione si tradurrà in uscita? Ecco che si pone un interrogativo: come uscirne?

Il Memorandum non è un contratto di matrimonio, ci ha spiegato la nostra fonte. E neppure “costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale”, come si legge nel paragrafo VI dell’accordo. Infatti, “nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti”. Si tratta, dunque, di un atto d’indirizzo politico.

Che non ha avuto bisogno di ratifica parlamentare (“il presente Memorandum acquista efficacia alla data della firma”, recita il documento nelle note finale). Dunque, per uscire non serve l’intervento parlamentare, basta un atto del governo.

Per recedere è sufficiente una nota verbale del ministero degli Esteri oggi guidato da Di Maio, ci spiega la nostra fonte. Che può essere inviata in qualsiasi momento, anche oggi. Ma, come dimostrato dal recente passo indietro dell’Australia che ha annullato alcuni contratti sulla Via della Seta, la reazione di Pechino potrebbe mettere a rischio cittadini e aziende italiane in Cina.

Altrimenti, il governo italiano potrebbe decidere, per fare un passo indietro, di aspettare. Infatti, il Memorandum rimane valido dalla firma “per un periodo di cinque anni e sarà automaticamente prorogato di cinque anni in cinque anni, salvo che una parte vi ponga termine dandone un preavviso scritto di almeno tre mesi all’altra parte”, si legge.

In questo caso ci sarebbe tempo fino a fine 2023, l’anno in cui, al più tardi, si dovrebbero tenere le elezioni politiche (il termine naturale della legislatura in corso è previsto per il marzo 2023) e l’anno successivo alla scelta del prossimo inquilino del Quirinale. La reazione cinese potrebbe essere meno dura ma i tempi sono lunghi e la propaganda pro Pechino non sembra darsi per vinta, come potrebbe suggerire il recente blitz all’ambasciata cinese, nei giorni del G7, di Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle e sostenitore di un rapporto sullo Xinjiang in difesa della Cina, firmato da anonimi ricercatori, contro le “faziosità” dei governi e dei media occidentali.

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