Europa Atlantica intervista l’ambasciatore Francesco Maria Talò, rappresentante permanente d’Italia alla Nato, per un bilancio sul vertice di Bruxelles e sulle prospettive per il nuovo Concetto strategico dell’Alleanza. Il viaggio di Biden in Europa? Il rapporto transatlantico esce molto rafforzato. La Cina? Non un avversario, ma una sfida sistemica

Il vertice dei capi di Stato e di governo della Nato, svolto a Bruxelles lunedì 14 giugno, è stato il primo incontro ufficiale dei leader dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Londra del dicembre 2019. In questo periodo di tempo il mondo è stato colpito dalla crisi pandemica, esplosa nel 2020 e tuttora in corso, che ha avuto un impatto di grande rilevanza su tutti i Paesi membri dell’Alleanza condizionando enormemente in questi mesi anche la politica internazionale. A Bruxelles i trenta rappresentanti dei Paesi atlantici hanno avuto modo di confrontarsi sulle principali questioni relative all’attualità politica e alla sicurezza internazionale focalizzando alcuni temi che interessano direttamente l’Alleanza e il suo futuro. Il comunicato finale del vertice riassume le tematiche discusse e le decisioni assunte, a partire dalle principali minacce alla sicurezza comune.

L’Italia è stata rappresentata ai lavori della riunione da Mario Draghi, per la prima volta presente a un vertice della Nato in qualità di presidente del Consiglio. Per il nostro Paese è stata un’altra occasione in cui ribadire, con convinzione, l’adesione all’area euro-atlantica, confermando anche l’impegno al fianco degli alleati nelle diverse missioni e nelle attività che ci vedono protagonisti, ma anche un utile concesso in cui confrontarsi sulle principali priorità che interessano anche il nostro Paese dal punto di vista della sicurezza, a partire dalla stabilità del Fianco sud. Europa Atlantica ha avuto l’occasione di confrontarsi e di riflettere sull’importanza del vertice di Bruxelles con l’ambasciatore Francesco Maria Talò, rappresentante permanente dell’Italia presso l’Alleanza Atlantica.

Ambasciatore, nei giorni in cui si è tenuto il vertice dei capi di Stato e di governo della Nato, abbiamo assistito a una settimana molto importante per la politica internazionale e soprattutto per le relazioni transatlantiche iniziata con il vertice G7 in Cornovaglia e conclusa a Ginevra. In quei giorni abbiamo seguito questo lungo e intenso viaggio del presidente Joe Biden in Europa. Nel contesto di questo viaggio, che ruolo ha rivestito il vertice della Nato a Bruxelles?

Vorrei cominciare ricordando le parole del presidente del Consiglio Mario Draghi, che, all’esordio del vertice della Nato, ha sottolineato quanto fosse stato emblematico che il presidente Biden avesse scelto l’Europa come destinazione del suo primo viaggio all’estero. Una scelta molto diversa rispetto a quella fatta da Trump in passato, a dimostrazione di quanto oggi gli Stati Uniti credano nella necessità di una relazione stabile e forte con l’Europa e siano intenzionati a investire in questo rapporto. Gli americani, infatti, come tutti noi, hanno la piena consapevolezza di quanto le sfide complesse del ventunesimo secolo si possano affrontare solo insieme, poiché nessuno, davanti alla portata di queste sfide, può riuscire a vincerle da solo, come si è verificato con la pandemia.

Il tour europeo di Biden ha avuto, anche per questi motivi, una scaletta molto significativa dal punto di vista politico e diplomatico: è iniziato con l’incontro del G7 in Cornovaglia, in un contesto ristretto che ha messo insieme Paesi accomunati dalla condivisione dei valori democratici e da un particolare peso specifico economico; seguito poi dal vertice della Nato a Bruxelles, ovvero in un contesto diverso dal G7, più ampio e strutturato, costituito da un numero maggiore di Paesi che costantemente lavorano ogni giorno insieme, in un’alleanza di tipo politico-militare, in cui condividono l’impegno per la sicurezza dell’area euro-atlantica. La Nato, del resto, è la sede in cui a livello internazionale si realizza il rapporto quotidiano tra nord-americani ed europei, ed è unica da questo punto di vista. Quindi, va ricordato l’importante incontro con i rappresentanti dell’Unione Europea, ancora un chiaro esempio del buon rapporto che Biden vuole rilanciare con i paesi europei, rispetto al passato recente. Infine, forte del consenso raccolto in questi appuntamenti, avendo unito e ricompattato il fronte comune dei paesi occidentali, Biden ha incontrato Putin a Ginevra e si è presentato a tale appuntamento ulteriormente rafforzato e sostenuto dagli alleati. Da questo punto di vista, anche nell’ottica dell’incontro di Ginevra, il vertice della Nato è stato importante, perché ha dimostrato a Putin che l’Occidente è unito e parla con un’unica voce.

Questi passaggi e il modo in cui si è arrivati all’incontro di Ginevra costituiscono un momento significativo anche per l’Italia e per la posizione italiana rispetto alla Russia, considerando che proprio l’Italia sostiene la necessità di un doppio binario nei confronti di Mosca, ovvero da un lato il mantenimento dell’unità e dell’impegno nella deterrenza e dall’altro quello della possibilità di un dialogo. D’altronde, Biden è andato a dialogare con Putin forte della consapevolezza di avere gli Alleati al suo fianco, della compatezza dell’Alleanza e di una visione comune tra gli alleati.

Il vertice di Bruxelles era molto atteso e non solo perché è stato il primo dopo un anno e mezzo di crisi pandemica: molti erano i temi in agenda, dai rapporti con Cina e Russia alla deterrenza, fino alla stessa crisi pandemica e alle missioni internazionali. Volendo fare un rapidissimo bilancio, quali sono state le questioni più rilevanti, e le decisioni assunte, durante il summit?

Nel documento finale sono stati ripresi tutti i temi principali, numerosi e difficili da sintetizzare. Volendo sintetizzare al massimo menzionerei quattro cifre: 2030. Ovvero sottolineerei l’attenzione su una data: il 2030, l’orizzonte temporale che la Nato si è data guardando al futuro con l’obiettivo di arrivare preparata agli appuntamenti dei prossimi anni. Dopo quattro anni complicati, in cui la Nato è comunque riuscita ad andare avanti dimostrando ampia capacità di resilienza, adattandosi e continuando a lavorare in un contesto internazionale difficile, senza rinunciare agli impegni presi, superando nell’ultimo anno anche l’urto della pandemia, è infine venuto il momento, grazie anche all’avvento dell’Amministrazione Biden che crede fortemente nel valore aggiunto delle alleanze, di programmare il futuro. Le caratteristiche principali della Nato nella sua lunga storia, in effetti, sono state proprio la continuità e la capacità di adattamento.

Il documento Nato2030, ampiamente riassunto nel comunicato finale, presenta un impegnativo programma di lavoro per la Nato, che guarda avanti, alle sfide future. Se abbiamo lavorato molto intensamente in questi mesi, fino al vertice, posso dire che lavoreremo ancora di più per la prossima riunione dei capi di Stato e di governo che sarà a Madrid, a inizio estate del 2022. In questi dodici mesi si dovrà sviluppare un lavoro intenso per attuare una serie di punti concordati nell’agenda Nato2030. Considerate le materie indicate, direi anche che il vertice di Bruxelles, per quanto sia stato breve, è stato pieno di significato. Potremmo dire che, per certi versi, è stato il primo vertice del ventunesimo secolo, non perché nei primi anni 2000 non ce ne siano stati altri, ma perché sono stati considerati per la prima volta in modo davvero prioritario temi specifici, nuovi, propri dell’epoca in cui viviamo.

Sono state evidenziate sfide strategiche per il nostro futuro, che fino ad oggi erano state considerate in modo più marginale rispetto a quanto fatto durante questo vertice. L’attenzione è stata rivolta certamente anche alla Cina, una tematica importante, che, tuttavia, nel documento Nato2030 non è al centro delle considerazioni. Con l’agenda Nato2030 si afferma un impegno prioritario su sfide tematiche fondamentali per il futuro come la resilienza, il vantaggio tecnologico, il tema del nesso tra cambiamento climatico e sicurezza. Inoltre, sarà realizzato anche l’obiettivo di redigere un nuovo concetto strategico da presentare a Madrid tra un anno.

A proposito del nuovo Concetto strategico, cosa può dirci in proposito? Quali saranno i prossimi passaggi prima del vertice di Madrid?

I Concetti strategici sono importanti documenti di riferimento per il lavoro della Nato. L’ultimo era stato adottato a Lisbona oltre dieci anni fa, per cui era naturale che si dovesse procedere con un aggiornamento. Nei prossimi mesi il lavoro sarà molto impegnativo, per prepararne uno nuovo da sottoporre ai capi di Stato e di governo al prossimo vertice. Ovviamente, il nuovo Concetto strategico avrà aspetti di continuità e di innovazione e riteniamo che debba sempre basarsi sui tre pilastri su cui si fonda la Nato, ovvero i suoi tre compiti principali: la difesa collettiva, la gestione delle crisi e la sicurezza cooperativa. Restano tre temi centrali anche in una Nato che cambia, anzi lo sono sempre di più guardando al futuro con un nuovo approccio globale. Ritengo infatti importante avere sempre una visione non conservatrice, ma orientata al futuro evitando battaglie di retroguardia per rendere insieme l’Italia e la Nato protagonisti anche nel XXI secolo. La Nato ci aiuta a recuperare il gusto del futuro. Nei prossimi mesi, quindi, ci aspetta un lavoro davvero molto importante.

Come si può leggere l’attenzione riservata a Cina e Russia nel documento finale del vertice?

Leggendo il comunicato finale si capisce bene quale sia l’approccio sostanziale dell’Alleanza, anche se tra i due paesi vi sono differenze. La Russia rappresenta un tema costante nella storia, con diversi andamenti, alti e bassi. Adesso siamo in un momento difficile, in cui però, per l’Italia, come si è detto, resta fondamentale mantenere saldo il doppio binario della deterrenza e difesa da una parte e del dialogo dall’altra. Si tratta di un tema che è molto connesso, anche per motivi geografici, al compito della difesa collettiva dell’Alleanza, nell’area euro-atlantica. La Cina, invece, è un tema emergente per la Nato, in passato non considerato così rilevante. Del resto, Pechino è ormai un attore emergente sul piano globale. Va specificato, tuttavia, che la Cina non va considerata come un avversario, ma va tenuto conto della sistematicità della sfida che rappresenta sotto molteplici punti di vista e, come tale, esprime la necessità di un adeguamento delle nostre visioni. Dobbiamo riuscire a correre di più come Occidente, considerando le situazioni nelle quali ci confrontiamo con una potenza emergente che cresce molto e che penetra sempre di più anche nella nostra sfera geostrategica. La Nato dovrebbe dunque impegnarsi, senza cambiare la propria natura: resta un’alleanza euro-atlantica, ma, in un mondo sempre più globalizzato, in cui le distanze si accorciano enormemente e siamo tutti più vicini, deve avere uno sguardo volto oltre i propri confini geografici.

Quindi, è importante il rapporto con i partner dell’area dell’Indo-Pacifico, rafforzando ulteriormente il rapporto di complementarietà con l’Unione Europea, che rappresenta il naturale e principale interlocutore strategico della Nato. Questo per l’Italia è un aspetto fondamentale: siamo europeisti e atlantisti e ciascuna di queste due dimensioni del nostro impegno rafforza l’altra. In tale contesto vorrei anche rilevare con soddisfazione come l’attenzione per le sfide provenienti dal grande Sud che parte dal Mediterraneo sia ormai condivisa da tutti gli alleati. L’approccio a 360 gradi, che riguarda in modo integrato tutte le direzioni, è profondamente assimilato da tutti: non ha più senso parlare di una contrapposizione tra fianco est e fianco sud. L’impegno italiano a far elevare il livello di attenzione rivolto alle minacce diversificate che vengono dal Sud sta portando a risultati importanti e comunque non diminuisce.

Negli ultimi mesi, anche a causa della crisi pandemica, argomenti come la sicurezza sanitaria e la lotta ai cambiamenti climatici sono diventati sempre più importanti anche per un’alleanza come la Nato. Tra l’altro, si tratta di tematiche su cui anche il nostro paese ha spesso insistito in questi mesi. Quanto saranno importanti clima e salute in futuro per la Nato e cosa può fare concretamente l’Alleanza Atlantica?

Sì, saranno argomenti sempre più importanti, in un contesto e in una chiave di lettura correlata alla consapevolezza che si tratta anche di sfide che possono trasformarsi in minacce alla nostra sicurezza. Da questo punto di vista è essenziale il tema della resilienza, ovvero la capacità delle nostre società di resistere proprio a sfide come queste, sottolineando peraltro che entriamo in un contesto rispetto al quale competenze e capacità nazionali e dell’Unione Europea hanno per noi una valenza preminente e comunque complementare con il ruolo che sempre di più può svolgere anche la Nato . In futuro dovremo fare in modo che le nostre società, pur se esposte a questo tipo di minacce o di emergenze di tipo climatico o sanitario, siano in grado di resistere a livello socio-economico, evitando che eventi straordinari, come una pandemia, si trasformino anche in sfide per la sicurezza. Per questo è fondamentale riuscire a mantenere una capacità operativa dei sistemi di sicurezza e difesa anche nei contesti di crisi e di emergenza.

Per quanto riguarda il cambiamento climatico, inoltre, dobbiamo riuscire a comprenderne a pieno l’impatto sulla sicurezza nazionale, adeguando anche le capacità militari alle nuove necessità e riducendo le emissioni di gas serra derivanti da attività militari, senza diminuirne l’efficacia in termini di difesa e sicurezza. Dobbiamo, quindi, lavorare su obiettivi realistici e ambiziosi, per ridurre l’impatto delle operazioni militari sull’ambiente, fronteggiando uno sforzo che anche l’Italia ha adottato con l’impegno di riduzione drastica delle emissioni entro il 2050. Si tratta di sforzi che potranno avere effetti positivi anche sul comparto industriale italiano della difesa nella misura in cui saremo capaci di guidare una tendenza inevitabile piuttosto che subirla. Questi sono temi ai quali mi sono dedicato con particolare passione organizzando nel settembre 2020 la prima conferenza in ambito Nato dedicata al nesso tra il cambiamento climatico e la sicurezza alla quale partecipò anche Stoltenberg. Sono quindi molto soddisfatto nel vedere che tale questione sia una priorità dell’agenda Nato2030.

Alla luce delle decisioni assunte in questi giorni, dopo il viaggio di Biden in Europa, quanto esce rafforzato l’asse euro-atlantico e quali saranno i campi di maggiore collaborazione reciproca tra le due sponde dell’Atlantico?

Il rapporto transatlantico esce molto rafforzato. Ha più credibilità. I contesti di lavoro comune saranno quelli previsti nel programma Nato2030 e si è affermata la consapevolezza che senza collaborazione tra europei e nord americani la sfida non si vince. Nessuno, per quanto grande, può vincere da solo: dobbiamno ragionare insieme come Occidente, tenendo conto dei due grandi pilastri rappresentati dalla Nato e dall’Ue. Alcuni contesti di lavoro comune verso il 2030 sono tradizionali ma vanno sviluppati anche in chiave di innovazione – e sono strettamente connessi alle esigenze di deterrenza e difesa – altri sono più nuovi. Ricorderei al riguardo la necessità di mantenere il primato tecnologico che ha caratterizzato da sempre la forza dell’Occidente e l’alleanza euro-atlantica.

Da questo punto di vista, per esempio, è interessante l’idea di sviluppare un acceleratore per l’innovazione che possa avvicinarci al mondo delle start up tecnologiche e innovative, soprattutto nel settore delle nuove tecnologie dirompenti, che hanno spesso un doppio carattere civile e militare. Questo tipo di tecnologie, in primis quelle che hanno un carattere duale e possono investire sia la sfera civile che quella militare, rappresentano il settore in cui è più evidente la sfida per il vantaggio tecnologico, ed è importante sostenere chi opera in tale settore. Per la Nato, è fondamentale continuare a mantenere ovviamente il rapporto con tutta l’industria tradizionale, che del resto ha anche una forte spinta tecnologica, e, al tempo stesso, sviluppare un rapporto con il mondo delle nuove imprese più innovative con cui le relazioni erano state meno intense. Nato2030 vuol dire infatti guardare al futuro: un programma che può suscitare un nuovo entusiasmo soprattutto da parte delle nuove generazioni di europei.

(Foto: NATO)

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