Ripartire dagli Europei di Calcio non sarebbe strano per una terra dove ogni partita è una messa laica al dio del pallone e che, (per destino?) è a forma di stivale. Ripartenza del resto è termine tecnico che gli allenatori, pardon i “mister”, adoperano per indicare un’azione dove si ruba la palla agli avversari e la si recapita agli attaccanti più rapidi perché si fiondino alla ricerca del gol

E se il primo segnale di ripartenza post-Covid dell’Italia arrivasse dagli Europei di calcio? Il primo segnale di ripartenza per l’Italia? Non sarebbe strano per una terra dove ogni partita è una messa laica al dio del pallone e che, (per destino?) è a forma di stivale. Ripartenza del resto è termine tecnico che gli allenatori, pardon i “mister”, adoperano per indicare un’azione dove si ruba la palla agli avversari e la si recapita agli attaccanti più rapidi perché si fiondino alla ricerca del gol.

E del resto, è da sempre una teoria che porto stretta al cuore e che sicuramente condivido con una moltitudine di appassionati, il calcio e la politica non sono forse fratelli? Destinati a far discutere la gente, a prendere posizione, a difendere l’idea che ci sta dietro. Il nostro commissario tecnico. Anzi, mi scuso di nuovo, il “mister” degli azzurri, Roberto Mancini, non è forse l’equivalente di Mario Draghi? Da entrambi ci aspettiamo, per cattiva abitudine, che facciano miracoli e ci regalino una vittoria, che sia la conquista di una coppa o l’incasso di un fondo europeo con cui risollevare l’economia.

Una vittoria. È da un po’ che manca da casa nostra (forse dovremmo fare come gli ateniesi, che eressero una statua di Nike senza le ali perché non lasciasse mai la città): dopo il mondiale vinto nel 2006 siamo stati eliminati al primo turno ai mondiali 2010 e 2014 e non ci siamo classificati in quello del 2018. E negli ultimi 10 anni nessun successo in Champions League per le squadre di club. Serve quindi una prestazione che ci riporti al vertice del football mondiale. Al posto che ci spetta per il nostro talento… Il nostro talento… che ancora una volta può essere quello calcistico ma anche quello storico ed economico. Perché gli italiani, se guardiamo alla nostra lunga storia, fanno parte dei poeti del gioco.

Come ha scritto Osvaldo Soriano, ci sono tre generi di calciatori: quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna, e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e forse gli altri avrebbero potuto vedere se avessero osservato attentamente: quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio: “Questi sono i profeti. I poeti del gioco”.

Jorge Valdano, uno che forse scrive peggio di Soriano ma ne sa di calcio, ci considera gente astuta, di raffinata strategia o d’intelligenza sublime. Ma sempre dei “traditori” perché nonostante squadre zeppe di campioni e talenti abbiamo sempre preferito seguire quella particolare forma di cinismo che è il gioco all’italiana. Che non è da confondere con il banale difensivismo. È un modo di giocare di cui siamo fieri soprattutto quando gli “altri” ce lo rinfacciano. E che critichiamo, ma solo se si perde perché quando si vince… si vince e allora sono i caroselli in auto come le bandiere italiane che sventolano e i clacson che riempiono l’aria per testimoniare la gioia e l’orgoglio di essere italiani, almeno in quel momento.

In un’occasione simile qualche anno fa mi ero permesso di scomodare Marco Aurelio, non il centravanti del Corinthias ma l’imperatore, uno che conosceva bene la natura umana. Vale la pena di riprenderlo: “Nessuno può impedirti di agire e di esprimerti sempre in conformità alla natura di cui sei parte”. Il nostro calcio segue la nostra natura: è capace di rinunciare al talento quando ce l’ha, distillato in generazioni di fenomeni, lasciandolo in panchina o a casa. Ma anche un calcio che appena viene sottovalutato dai più solidi tedeschi, francesi, inglesi, brasiliani con un colpo d’ala, con un ‘tradimento’, riesce a cogliere la vittoria.

Come al tempo di Zoff, Gentile, Cabrini, Antognoni, Tardelli, Conti, Rossi, Buffon, Totti, Del Piero, Inzaghi, Vieri, Toni, Camoranesi, Pirlo, l’epoca in cui eravamo cinici, spietati, assassini e ripieni di quel talento che, come dice Valdano, fa razza a sé. Oggi l’abbiamo recuperato quel “talento”? Per la ripartenza, per le ripartenze ci servirebbe! E tanto.

E resta che quando sento l’odore dell’erba mi torna addosso l’infanzia!
Forza Azzurri!

 

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