Alcuni dei passaggi contenuti nel saggio “Frammenti di fraternità vissuta”, pubblicati nel prezioso volume curato dalla Comunità di Bose. Chi scrive è il professore libanese Antoine Courban. Il volume si intitola “Il mosaico della fraternità”, è edito da Qiqaion e merita di essere letto, oggi, che Papa Francesco ha annunciato per il primo luglio una giornata di preghiera per il Libano che affoga

A Beirut c’era uno studente, sciita, evidentemente simpatizzante di Hezbollah. Rimase colpito sentendo il suo professore, da lui molto apprezzato, esprimere in privato opinioni opposte alle sue. E volle chiarirsi con lui. Dopo averlo ascoltato a lungo e avergli poi spiegato il suo punto di vista, lo rivide alcune volte. Alla fine dell’anno accademico il professore ha invitato a cena lo studente a casa sua, per un iftar, cioè una cena che rompe il digiuno durante il Ramadan, al calar della sera. Il professore, cristiano, rimase sorpreso vedendo lo studente arrivare con in mano una bottiglia di vino. Lo ringraziò, ma gli disse che l’avrebbe bevuta in altra circostanza. Il loro sarebbe stato un iftar, rispettoso delle usanze dei musulmani. Ma lo studente rispose: “Perché? È stato lei a insegnarmi che nessuno può imporre le sue idee e tradizioni ad altri. Personalmente non bevo alcolici, ma nulla le impedisce di aprire questa bottiglia per farmi piacere”.

In quei momenti il professore deve essersi ricordato di sua nonna, che nella città della sua infanzia, la libanese Tripoli, ricorda ancora preparare ogni anno tanti iftar per i loro vicini musulmani spiegandogli che sarebbero stati accolti secondo le loro usanze e tradizioni. Tutti sedevano al colpo di cannone che dal vicino castello di Saint Gilles che sovrasta la città annunciava il calar del sole; allora un ospite recitava la prima, brevissima sura del Corano e lei, sua nonna, intonava sotto voce l’inno dei vespri, Luce gioiosa, per render chiaro che era da cristiana che accoglieva i suoi ospiti musulmani. Il giovane amico del professore andava in certo qual modo al punto di questa “ospitalità”. Lui portava una bottiglia di vino in dono al professore e gli chiedeva di aprirla in suo onore: lui che non beve vino non riconosceva così la compiuta finitezza del suo ospite? Non riconosceva forse che il suo amico era un dono in sé, così com’è?

Sono alcuni dei passaggi contenuti nel saggio “Frammenti di fraternità vissuta”, pubblicati nel prezioso volume curato dalla Comunità di Bose. Chi scrive è il professore libanese Antoine Courban. Il volume si intitola “Il mosaico della fraternità”, è edito da Qiqaion e merita di essere letto, oggi, che Papa Francesco ha annunciato per il primo luglio una giornata di preghiera per il Libano che affoga, il prossimo primo luglio.

Courban è il professore sin a qui citato, che racconta i suoi frammenti e stupisce il lettore facendogli scoprire che quella bottiglia di vino portatagli in dono per un iftar non è un’eccezione. Racconta infatti che durante un recente Ramadan è stato incaricato dal patriarca maronita Beshara Rai di portare un invito al Cairo, al grande imam al Tayyib. Ricevuto nel Sancta Sanctorum della teologia sunnita è stato accolto dalla sceicco Mohieddin Afifi e altri due alti dignitari, che gli hanno offerto ciò che preferiva per dissetarsi, sia a lui sia al vescovo con il quale viaggiava. La risposta la immaginiamo: “nulla grazie”, volevano rispettare usi e costumi, ma lo sceicco ha insistito: “desideriamo onorarvi a casa nostra secondo gli usi e costumi vostri”. Fece portare acqua fresca, caffé e limonata, astenendosi dal bere, ovviamente.

Questi frammenti riassumono il senso della presenza cristiana nel mondo islamico? Probabilmente sono il miglior strumento per accostarsi alla giornata di preghiera per il Libano, così caro ai papi della stagione post-conciliare da essere stato oggetto del primo sinodo della Chiesa Universale dedicato ad un singolo paese, voluto da Giovanni Paolo II, e al quale furono invitati i leader musulmani e delle altre Chiese cristiane. Muhammad Sammak ancora ricorda dalla sua Beirut quanto dovette impegnarsi per far accettare quell’invito a chi tra i leader musulmani diceva “siamo grati, ma noi non siamo cristiani”.

Per Antoine Courban l’antica regola di San Tommaso d’Aquino per cui tutti siamo persona sui iuris et alteri incommunicabilis è il cuore della grande questione che vive un’Oriente che evidentemente non lega tanto all’Islam ma alla sua persistente non-modernità e che se perdesse Beirut perderebbe l’ultima città cosmopolita, come ha perso la forza e la vita cosmopolita di Smirne, Alessandria, Costantinopoli, Antiochia e di molte altre città. La modernità è il proprio rapporto con l’altro, direi io. Ma torniamo a quanto espresso da Courban. La natura cosmopolita fece di Beirut un avamposto di modernità o “la perla delle riforme ottomane” grazie alla petizione di tanti leader di diverse comunità religiose insieme a notabili cittadini al Sultano, sull’esempio della sua Tripoli, dove gli iftar di sua nonna rispettavano con scrupolo la tradizione islamica: acqua fresca con datteri, denso sciroppo di acqua di rose o pasta di albicocche secche, zuppa di lenticchie, insalata, piatti caldi tipici della festa e dolci. Persona sui iuris et alteri incommunicabilis… È tutto qui. Courban, in linguaggio contemporaneizzato, traduce con “una persona è un’entità vivente per sempre unica e per sempre impossibile da clonare”. Non siamo esemplari di categorie, come soldatini di piombo o di carne e ossa che riempiono gli acquartieramenti militari delle diverse “identità” confessionali. Se si capisce questo si capisce perché il Libano delle 18 comunità è un poliedro che Francesco non può che amare. È difficile il poliedro, difficile e delicato. Ma Courban probabilmente ha colto il punto al cuore dell’iniziativa del papa molto prima che venisse annunciata: “Le civiltà non muoiono perché vengono uccise, bensì perché si suicidano”, diceva Arnold Toynbee. È l’impressione che si ha davanti all’immensa tragedia dei popoli del Medio oriente, posseduti da una violenza suicida il cui fuoco è permanentemente alimentato dall’odio del “noi” opposto al “loro”, mentre la philìa, benedetta, ha come ragione di essere l’amore condiviso tra “lui” e “me”, tra un “io” capace di volare verso un “tu”, e poi verso un “lui” prima di raggiungere un “noi”.” È la comune cittadinanza, grande obiettivo della Fratellanza umana, che dal livello nazionale poi conduce alla fratellanza universale.

Le pagine di Courban spiegano tutto questo nella quotidianità sorprendente della vita, nei fatti concreti, possibili, come il balzo di quella sera, quando il ragazzo che era nel “noi contro voi” si presentò con una bottiglia di vino. È vita quotidiana, come l’incontro con lo studente iraniano che voleva pregare durante la lezione. Courban gli disse che era Dio a volere che lui chiedesse permesso a lui per fare qualsiasi cosa in quell’arco ristrettissimo di tempo. Hassan non rispose, ma poi smise di pregare e gli disse che assimilava quella preghiera alle altre preghiere rituale della giornata. Aveva capito! Tanto che un giorno gli disse: “A Tehran sono i mullah, non i cristiani, che ci hanno parlato del cristianesimo e delle altre religioni. Ma qui a Beirut sono stati i cristiani a parlarci di loro stessi. Vi abbiamo visti vivere, vi abbiamo conosciuti. Per me è questo il beneficio più importante che ho tratto dall’aver seguito questo corso”.

Salvare il Libano sembra poca e disperata cosa: ma da dove partire per avviare a rinascita il Mediterraneo, Mare cosmopolita, non identitarista? La malattia per cui siamo “uno di una serie” non persona sui iuris et alteri incommunicabilis ci minaccia, come un’infezione o un virus contagioso. La cura serve a curare anche noi. Partire da Beirut sembra poco, ma è moltissimo. La comunità di Bose ha reso certamente un importante servigio al dialogo che le è tanto caro pubblicando questo volume. Perché il dialogo lo fanno le persone, e i loro comportamenti. Entrare nella vita concreta, come fa questo testo, ci aiuta a capire che questo dialogo avviene dentro di noi.

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