Proprio oggi, a 26 anni dalla nascita dell’Apple Daily, mi hanno informata che il mio consueto editoriale del lunedì non verrà pubblicato per ora. Ecco perché dobbiamo difendere lo storico quotidiano di Hong Kong, finito nel mirino del Pcc, per proteggere il Porto profumato. Il commento di Laura Harth

Il 20 giugno 1995 uscì la prima edizione dell’Apple Daily a Hong Kong, con un editoriale di inaugurazione intitolato “Noi apparteniamo a Hong Kong”. Esattamente 26 anni dopo la copertina reca le parole “Sosteniamo Apple”. Due titoli di testimonianza delle sorti intrinsecabilmente legate tra il maggiore giornale pro-democrazia e la città.

La leggenda vuole che il nome del quotidiano viene scelto da Jimmy Lai in riferimento alla frutta proibita della Genesi. Vera o meno, in quanto simbolo della sfida al Partito comunista cinese che dimostra ogni giorno quanto aborra e teme la libera espressione democratica, è un riferimento quantomeno azzeccato. L’arma della conoscenza contro il doppio linguaggio del potere autoritario.

L’espressione cartacea della libertà che si respirava a Hong Kong, protetta dalla sua Legge fondamentale e garantita dell’Accordo internazionale della Dichiarazione congiunta sino-britannica.

Resi carta straccia sia la Legge che la Dichiarazione dalle imposizioni unilaterali di Pechino, ora la rabbia marcia e incolmabile del regime vuole trasformare la mela da frutta proibita nell’ultimo simbolo vanitas della città.

Proprio oggi, in questa giornata emblematica, un editore del quotidiano mi ha informato che il mio consueto pezzo d’opinione che appare il lunedì non verrà pubblicato per ora. Così al momento per tutti i contributi stranieri, dopo la razzia negli uffici dell’Apple Daily e l’arresto di Cheung Kim-hung, editore e Ceo della società madre Next Digital; Chan Pui-man, editore associato; Ryan Law Wai-kwong, caporedattore; Royston Chow Tat-kuen, direttore operativo dell’azienda; e Nick Cheung Chi-wai, direttore della piattaforma di Apple Daily Digital.

Decisione del tutto comprensibile visto che la prosecuzione non ha ancora fatto chiarezza sul capo imputazione. Nel mirino oltre 30 pezzi pubblicati dal quotidiano, che avrebbero infranto l’articolo 29 della Legge nazionale di Sicurezza imposta da Pechino circa un anno fa: collusione con forze straniere ed elementi esterni per mettere in pericolo la sicurezza nazionale nel chiedere o spingere la comunità internazionale a imporre delle sanzioni individuali (sulla scia del Magnitsky Act e le sue variazioni, compresa quella europea) sulle autorità responsabili del crackdown di Pechino e Hong Kong.

A livello personale, come tutti i contribuenti stranieri, sacrificherei mille volte un mio insignificante pezzo d’opinione per la libertà dei colleghi di Hong Kong. È stato niente se non un’enorme onore poter contribuire in un momento così significativo a un quotidiano che viene riconosciuto e stimato per la sua storia anche dai suoi critici.

Il taglio è però anche segnale evidente delle crescenti mira extra-territoriali delle autorità e dell’immediato chilling effect delle misure imposte. E in questo il segnale politico è molto pesante. Nel rifiutarsi finora di chiarire quali sono i pezzi imputati, quali sono le parole o le persone (elementi esterni) che hanno provocato tale reazioni, l’effetto agghiacciante non solo sull’Apple Daily ma su tutta la stampa e la società a Hong Kong è enorme. Un effetto e una paura che non si ferma ai confini ma pervade il mondo, proprio come ci avvertì Joshua Wong al Senato della Repubblica nel novembre 2019.

Negando quella conoscenza di cui l’Apple Daily si fece portatore, i dubbi circa l’ignoto impongono prudenza e auto-censura.

Pochi giorni fa la BBC ha pubblicato l’ultima intervista video da uomo (semi)libero al fondatore del quotidiano Jimmy Lai. Non nascondendo le forti emozioni e la paura per l’arresto avvenuto poche ore dopo, sottolineava come la paura sia l’arma più conveniente e al contempo più potente a disposizione dei regimi. Insediandola nelle menti e nei cuori delle persone, il controllo si fa totale.

Ma in un luogo dove vestirsi di nero, accendere una candela, e persino dichiarare l’amore per la bellezza della città sono diventati atti eversivi, i milioni di piccole azioni quotidiani dimostrano che almeno per ora il coraggio nei cuori dei Hong Kongesi supera ancora la paura instillata.

E quindi “Sosteniamo Apple” per difendere Hong Kong. Perché se cade l’uno, cade pure l’altra. Un sentimento reso fisicamente visibile con le file sfidanti dei cittadini due giorni fa per ottenere una delle 500.000 copie del quotidiano all’indomani della razzia e degli arresti. Un emblema e testimonianza unica della fondamentale importanza della libertà di stampa ovunque per la libertà e i diritti di ciascuno.

L’ennesima lezione di libertà e democrazia da Hong Kong. L’ennesima prova dell’universalità di quei valori, checché ne dicano Pechino ed i suoi alleati. L’ennesima prova che difenderli vale tutto. Ed è quel che faremo.

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