Intervista al giuslavorista ed ex senatore dem: più tardi si affronterà il problema dell’occupazione più sarà violento lo shock, su questo fronte la Lega vuole solo sfruttare le debolezze del Pd e complicargli la vita. Ilva, Autostrade e Alitalia? Lo Stato non è un bravo imprenditore

La proposta era arrivata dal ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, intervenuto al Festival dell’Economia di Trento: calibrare la fine del blocco ai licenziamenti in base alla salute dei diversi settori che compongono l’universo della manifattura e dell’industria italiana. In altre parole, intervenire in modo selettivo sul blocco dei licenziamenti, prorogandolo solo per i settori più in crisi Perché, è il ragionamento del ministro e numero due della Lega fatto proprio dal responsabile del Lavoro, Andrea Orlando, nonostante il governo preveda una crescita del Pil nel 2021 superiore alle attese, far saltare del tutto il tappo rischia di essere un azzardo.

Ad oggi, la tabella di marcia verso la caduta del muro ai licenziamenti è questa: fino al 30 giugno rimarrà tutto così com’è, con la possibilità per le imprese di chiedere la Cassa Covid senza che scatti più la proroga automatica del divieto di licenziare fino al 28 agosto. Dunque dal primo luglio le aziende che usciranno dalla Cassa Covid non avranno più divieti automatici di licenziare, mentre le imprese ancora in difficoltà, potranno tornare ad accedere alla Cig ordinaria o straordinaria: solo per costoro si allungherà il divieto di licenziamento per tutta la durata in cui fruiranno della cassa integrazione.

Ora però, complice l’asse Giorgetti-Orlando, le carte potrebbero cambiare. Formiche.net ne ha parlato con Pietro Ichino, giuslavorista con un passato da senatore dem e sindacalista ai vertici della Fiom, nelle libreria con la sua ultima fatica, L’ora desiata vola. Guida al mondo dei rebus per solutori (ancora) poco abili (Bompiani) .

L’altro ieri il ministro Giorgetti ha proposto, ottenendo la sponda di Orlando di poter calibrare il blocco dei licenziamenti a seconda della situazione dei singoli comparti industriali. Può essere questo un punto di caduta per evitare shock nel mercato del lavoro?

Le rispondo con due osservazioni secche. Primo: se si proroga la Cassa integrazione incondizionata e gratuita per le imprese, il blocco dei licenziamenti è del tutto superfluo, perché a quel punto nessun imprenditore ha interesse a licenziare. Secondo: lo shock nel mercato del lavoro è tanto maggiore quanto più si rinvia il momento in cui il problema occupazionale viene affrontato. Più dura lo stato di inerzia delle persone, più diventa difficile per loro ricollocarsi. E intanto le imprese cercano lavoratori e, in un terzo dei casi, non li trovano.

Sta dicendo che la proroga del blocco non ha senso neppure in riferimento ai settori più gravemente in crisi?

Ma proprio nelle aziende più gravemente in crisi, dove possiamo essere certi che il lavoro non riprenderà, il blocco è più insensato e dannoso: perché tenere in freezer i dipendenti di quelle imprese aggrava il loro problema occupazionale ogni giorno che passa. Alle imprese datrici di lavoro la cosa è indifferente: tanto paga Pantalone.

Se è così, perché anche la Lega sposa la tesi della proroga del blocco?

Perché la Lega è ancora, fondamentalmente, un partito euroscettico che non ha interiorizzato la necessità di un controllo attento della spesa pubblica ed è indifferente alla carica demagogica della proroga del blocco. Poi c’è sotto un disegno politico perverso di Salvini, che fa leva sulla debolezza della politica del lavoro del Pd.

Quale disegno perverso?

Salvini ha percepito nella posizione attuale del Pd l’assenza di una politica del lavoro coerente, ben costruita, e la sua conseguente permeabilità alle pressioni della Cgil per la proroga del blocco. Così, prendendo lui stesso l’iniziativa di chiedere la proroga, rende difficile al Pd mantenere una linea seria, volta ad affrontare la questione in un quadro di compatibilità con l’appartenenza al sistema europeo. In questo modo la Lega ottiene il risultato di portare anche il Pd in linea di collisione con la Commissione Ue, alleggerendo le proprie responsabilità su questo terreno.

C’è da dire che l’Ue, effettivamente, ha bollato severamente la moratoria sui licenziamenti, rea di discriminare i precari e drogare il mercato. Lei dice che il Pd, allineandosi alla Lega su questo punto, si pone in linea di collisione con la posizione della Commissione UE?

Sostanzialmente le cose stanno proprio così. Con l’aggravante di farlo a seguito di una sollecitazione della Lega.

Nelle sue considerazioni finali il governatore Visco ha respinto l’idea di un Paese post-pandemia che possa andare avanti solo con i sussidi. Ma come tornare dolcemente alle leggi del mercato?

Per quel che riguarda il lavoro, il problema si risolve soltanto innervando il mercato dei servizi di informazione, orientamento scolastico e professionale, formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivi, assistenza alla mobilità delle persone. Come nei Paesi nostri partner del centro e nord-Europa.

Non è un po’ utopico che si riesca a dare questo colpo di reni in questo momento?

La città metropolitana di Milano ci sta riuscendo, dotandosi di uno Hub Lavoro che allineato ai migliori standard delle altre maggiori città europee. Basterebbe seguire questo esempio in tutta Italia.

Ilva, Alitalia, Autostrade. Lo Stato azionista è tornato. Ma è davvero sempre un buon affare o prima o poi servirà un passo indietro?

In Alitalia è una follia: quell’impresa doveva essere lasciata fallire già dieci anni fa. Nelle altre è necessario in questo momento di crisi, ma solo come soluzione-ponte verso un ritorno alla normalità, secondo il diritto europeo. Lo Stato non è un buon imprenditore.

Chiudiamo con il suo ultimo libro sui rebus – L’ora desiata vola. Guida al mondo dei rebus per solutori (ancora) poco abili, Bompiani. Ha qualche cosa a che fare con la materia principale di cui si è sempre occupato, cioè il mercato del lavoro?

In un certo senso sì: anche nel mercato del lavoro c’è una verità che si nasconde sotto l’apparenza delle cose. E occorre possederne la chiave, l’intelligenza, cioè la capacità di leggere dentro i meccanismi del mercato per capirne il funzionamento. L’apparenza è che il lavoro non ci sia; la realtà è che anche in questa fase di grave crisi, ci sono grandi giacimenti occupazionali inutilizzati.

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