Tre esperti rispondono alla domanda di Formiche.net, affrontando le condizioni economiche del Paese, il futuro della Repubblica islamica e cosa cambierà nella politica internazionale con il nuovo presidente a Teheran. I commenti di Pedde (Igs), Perteghella (Ispi) e Alcaro (Iai)

Su circa 500 potenziali candidati, il Consiglio dei Guardiani ne ha scelti solo sette per correre alle presidenziali con cui oggi, venerdì 18 giugno, gli iraniani decideranno il prossimo presidente. L’organismo costituzionale della Repubblica islamica ha preso una decisione protezionista: ha preferito la conservazione dei propri interessi sulle volontà dei cittadini.

Un solo candidato del gruppo pragmatico-riformista che con Hassan Rouhani ha guidato il Paese negli ultimi otto anni, l’ex governatore della provincia di Isfahan Mohsen Mehralizadeh, che ha deciso di ritirarsi all’ultimo minuto (il 16 giugno), restringendo definitivamente così la scelta possibile, dopo precedenti rinunce, a quattro nomi su cui uno è dato per vincente: Ebrahim Raisi, giudice e attuale capo del sistema giudiziario, conservatore, sottoposto a sanzioni statunitensi, considerato sulla via per diventare Guida Suprema.

Le elezioni del 2021 arrivano al traguardo fortemente gravate dalle polemiche legate alla massiccia esclusione di qualsiasi reale avversario che potesse impensierire Raisi, spiega a Formiche.net Nicola Pedde, esperto di Iran, direttore dell’Institute for Global Studies. “Di conseguenza, la grande incognita è data dall’affluenza alle urne, a causa di un elettorato ormai altamente disaffezionato. Ma mentre la vittoria di Raisi appare quasi certa, il successo televisivo di Abdolnaser Hemmati apre comunque alla possibilità quantomeno di un ballottaggio, rendendo le elezioni iraniane comunque sempre fortemente imprevedibili”.

I sondaggi parlano di un’affluenza che dovrebbe attestarsi attorno al 40 per cento: bassa anche perché molti degli elettori della componente politica che aveva sostenuto Rouhani potrebbero non recarsi ai seggi. Hemmati ha poche speranze, ma l’ex governatore della Banca centrale dell’Iran (e già vice presidente della radiotelevisione statale), 64enne cintura nera di karatè che si definisce “indipendente”, ha basato la sua campagna sul descriversi come il più esperto in faccende economiche e con il Paese in crisi è una carta che può attrarre consenso.

“Assumendo che il vincitore sia Raisi, quello che cambierà sarà un ricompattamento del sistema dopo decenni di contrasti tra presidenza della repubblica (soprattutto durante il secondo mandato) e ufficio della Guida suprema e strutture dell’apparato di sicurezza”, aggiunge Annalisa Perteghella, Iran Desk dell’Ispi. “Questo — continua — fa ipotizzare che si prepari un momento di riforma/passaggio in cui il sistema ha bisogno di essere coeso al massimo: la transizione (guidata) al dopo Ali Khamenei o addirittura una modifica costituzionale con l’eliminazione della figura del presidente e il ritorno a una repubblica parlamentare”.

Raisi a quel punto avrebbe un tempo limitato per l’azione, e Khamenei — l’attuale Guida — dovrebbe ritirarsi a vita privata nel giro dei prossimi quattro anni per lasciare spazio al passaggio del presidente verso la leadership teocratica. Un lavoro complesso, se si considera anche che solitamente tutti i presidenti in Iran hanno perso parte del consenso popolare una volta eletti.

Se questo sarebbe un grosso cambiamento del sistema interno cosa aspettarsi del ruolo dell’Iran a livello internazionale dopo le elezioni? Secondo Riccardo Alcaro, responsabile del Programma Attori globali dello IAI, se dovesse vincere Raisi andrebbe persa la chance (già minima per la verità) di “politicizzare nel dibattito interno le politiche regionali della Repubblica Islamica e soprattutto il ruolo dominante che vi svolgono in particolare le al-Quds (le unità speciali del corpo militare teocratico dei Guardiani della rivoluzione, ndr) e la Sepâh più in generale”.

”Avremmo una compattazione ulteriore del consenso sul doppio anello di difesa/deterrenza del programma balistico e supporto all’Asse della Resistenza, con maggiore disponibilità a usare il secondo anche in chiave aggressiva, per rappresaglia o intimidazione”, spiega Alcaro — che martedì 22 sarà insieme a Perteghella ospite dell’Igs di Pedde in un panel a commento dei risultati elettorali con un occhio al futuro dell’Iran.

“Tuttavia — continua — in presenza di un riattivato Jcpoa, non è da escludersi che la leadership iraniana conservatrice sia disponibile a dialoghi limitati e settoriali con attori regionali, in chiave di equilibrio basato su deterrenza reciproca. Lo spazio per il longer stronger deal che gli Stati Uniti perseguono dai tempi di Donald Trump si ridurrebbe in ogni caso. Al massimo si possono avere passi unilaterali per esempio sulla limitazione del raggio dei missili balistici, mentre l’uso degli asset regionali sarebbe dipendente dal quadro e quindi potenzialmente moderato da diplomazia intra-regionale, non però da un accordo con gli Usa”.

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