Il sollievo perché l’era Trump è solo un ricordo. Il terrore di finire in mezzo alla Guerra Fredda fra Cina e Usa. L’Europa attende col fiato sospeso Joe Biden. Con Draghi c’è un’intesa speciale, spiega il direttore di Limes Lucio Caracciolo. È il “dopo” che fa paura a Washington DC

Carpe diem. Il tour europeo di Joe Biden è anche e soprattutto una questione di tempismo. Parola di Lucio Caracciolo, direttore e fondatore di Limes. Eccolo il primo, vero banco di prova internazionale di Mario Draghi. Prima il G7, poi il summit Nato, il 14 giugno. Una staffetta per mettere l’Italia in pole position nell’Alleanza atlantica.

Che Europa trova Biden?

Un’Europa aperta e felice di non avere più a che fare con Trump. Ma trova anche un’Europa diffidente. Non tanto di Biden quanto degli Stati Uniti. I rapporti con Francia e Germania in particolare sono ancora segnati da quattro anni di trumpismo. Non basta dire “America is back”.

Cosa spiega questa diffidenza?

La prima, vera ragione è geopolitica. Tutti hanno paura di finire in mezzo allo scontro fra Stati Uniti e Cina, perdendo su entrambi i fronti, nessuno vuole essere arruolato. Ma l’imparzialità non può durare a lungo. Biden ha ribadito agli alleati, Italia inclusa, che in alcuni settori, soprattutto quelli che producono tecnologie dual-use, il decoupling dalla Cina è necessario.

Gli Stati Uniti faranno qualche concessione?

Le stanno già facendo. Ai tedeschi hanno dato un sostanziale via libera per il completamento del gasdotto russo Nord Stream II. Il vero obiettivo semmai è rovesciare nell’opinione pubblica europea l’idea che la Cina sia ormai una potenza destinata a scalzare gli Stati Uniti. Ricordare da quale parte conviene stare.

Sta funzionando?

Qualcosa si è mosso. Rispetto a due anni fa, quando Xi Jinping veniva accolto a Roma per firmare con tutti gli onori il memorandum italiano per la Via della Seta, il clima è cambiato. Ad Est in particolare il formato 17+1 con cui l’impero economico cinese voleva penetrare il ventre molle europeo, cioè i Balcani, inizia a perdere pezzi.

La prima tappa di Biden è in Regno Unito. È rinata la special relationship?

Boris Johnson non ama chiamarla così, la considera un’espressione subalterna. La sostanza non cambia. Oggi il Regno Unito è per definizione utile agli americani, soprattutto sul fronte anticinese e antirusso, ma anche su quello militare. Abbiamo visto sfilare per lo Stretto di Messina la Queen Elizabeth. Un gesto che, in termini diplomatici, è un po’ border-line verso l’Italia, e lancia un messaggio chiaro: siamo noi gli alleati degli Stati Uniti, noi inviamo una portaerei nell’Indo-Pacifico.

Con la Germania post-Merkel i rapporti miglioreranno?

Anche con Biden rimane una forma di diffidenza reciproca. Gli americani chiedono ai tedeschi di allentare le briglie con la Cina. Non è facile per un Paese che da 40 anni è imbrigliato al mercato cinese. Sul 5G e le tecnologie critiche ci sarà maggiore consonanza. I Verdi, che ora spiccano nei sondaggi, hanno promesso una linea atlantista. Dovranno però fare i conti con la dottrina ambientalista: difficile dire no alla Cina nel 5G e dire sì alle auto elettriche cinesi.

L’Italia quali carte può giocarsi?

La prima è Mario Draghi. Non solo come personalità rispettata, ma come simbolo di un élite internazionale di cui rappresenta la punta italiana. C’è un effetto collaterale. Tutti, a cominciare da Biden, sanno che dopo Draghi c’è il vuoto. Se il premier entro un anno non riesce a mettere a sistema il Recovery Fund, se l’Italia si conferma uno Stato incapace di spendere per ragioni strutturali, si chiuderà una finestra di opportunità senza precedenti.

Draghi e Biden si incontreranno a margine del G7. Sul tavolo c’è anche la Libia. Bisogna disperare di un aiuto americano?

Prima o poi, speriamo più prima, gli Stati Uniti dovranno accorgersi che il Mediterraneo tocca i loro interessi fondamentali, finora si sono limitati al pattugliamento aereo. La Libia, in particolare, dovrebbe suonare un campanello d’allarme. Se Erdogan riesce nell’intento di avocare a sé la guida dell’Islam politico per Biden, e per la Nato, si porrà un problema non da poco.

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