Nel rievocare lo spirito vivificante del ‘46 è decisivo sottolineare che solo l’attuazione e la pratica della democrazia taglia le radici del populismo. Solo il rispetto della dignità delle persone impedisce di scivolare, al di là della buona fede dei singoli, nella pratica dell’arbitrio e nello svilimento. Il mosaico di Carlo Fusi

Il dibattito che si è scatenato attorno al quesito se il populismo in Italia è finito oppure no ha un convitato di pietra: il M5S. Chi infatti come Matteo Renzi annuncia il funerale di quell’impasto ideologico-politico ha in animo di svellere le radici su cui è nato e si è affermato lo straordinario consenso al grillismo fattosi classe dirigente con i Cinquestelle in Parlamento e al governo. Chi al contrario con il MoVimento intende scendere a patti, non arriva ad esaltare il populismo ma neppure ingaggia una competizione per ridurlo ai minimi termini.

Insomma è un dibattito viziato di strumentalità, che per ciò stesso non riesce a penetrare il nocciolo duro del problema. Il populismo è nato due secoli fa ed è connaturato al sistema democratico nel senso che ne rappresenta il suo rovescio, il lato oscuro. Laddove si instaura l’uno, l’altro alligna. Laddove il primo scolora, l’altro prende piede.

In attesa che la questione interessi gli storici, è possibile analizzare il fenomeno sotto profili, diciamo così, più pragmatici visto che comunque spinte populiste nel confronto pubblico e nell’azione delle forze politiche ce ne sono e non così trascurabili. Per orizzontarsi, può tornare utile il discorso fatto la sera di ieri dal Capo dello Stato per i 75 anni della Repubblica italiana. Perché un simile riferimento? Vale la pena ricordare che Sergio Mattarella il populismo l’ha dovuto affrontare non leggendolo sui manuali della buona politica bensì come fenomeno furioso e impetuoso che ha portato al governo forze che ad esso si ispiravano e che avevano un leader che insediatosi a palazzo Chigi tranquillamente e con orgoglio quell’etichetta rivendicava.

Allora cominciamo con il primo elemento. Come già più volte esposto, Mattarella ha rievocato i primordi della Repubblica per affermare che occorre ritrovare lo spirito unitario e “costituente” del 1946 per rimettere in sesto l’Italia fiaccata dalla crisi economica e da quella pandemica. Ebbene proprio all’inizio della Repubblica venne a galla e si affermò un movimento guidato dal commediografo Guglielmo Giannini (ricorda qualcosa o qualcuno?) che si riferiva all’uomo “qualunque” ed era veicolo di pulsioni ultra populiste in antitesi ai principi democratici che si andavano affermando. Alle elezioni per la Costituente, l’Uomo qualunque prese oltre un milione e duecentomila voti e spedì sui banchi di Montecitorio 30 rappresentanti. Con Giannini, che storpiava i nomi (ricorda qualcosa o qualcuno?) delle figure più emblematiche della Resistenza in modo che Ferruccio Parri diventava “fessuccio” e così via, dialogarono un po’ tutti, compreso Palmiro Togliatti. L’Uomo qualunque durò tre-quattro anni: nel 1949 era già sepolto. A schiantarlo fu la prova della democrazia, la competizione con regole e meccanismi che la neonata Repubblica implementava e che le sparate di Giannini non potevano fermare.

Abbiamo detto che Mattarella si è dovuto confrontare con una marcia trionfale che ha portato i Cinquestelle ad un incredibile 33 per cento di consensi pescati trasversalmente, sull’onda della protesta contro la politica ufficiale, considerata inetta e inadeguata. Svolgendo in modo impeccabile il suo mandato, il Capo dello Stato ha chiamato quel movimento alla prova più importante in una democrazia: la prova del governo. Giuseppe Conte ha guidato due maggioranze opposte, una con la Lega e l’altra con il Pd. Risultato: i Cinquestelle hanno perso tutti i test elettorali dal 2018 ad oggi; nei sondaggi il loro appeal si è dimezzato; l’arrivo del governo Draghi ha prosciugato l’acqua intrisa di spinte demagogiche in cui galleggiava. Adesso appare confuso politicamente e imprigionato in battaglie di carte bollate perfino con i guru di sempre e con la piattaforma Rousseau, una volta simbolo della democrazia diretta da instaurare al posto di quella rappresentativa.

Ieri, senza voler forzare le parole del Presidente già illuminanti da loro, è arrivato il colpo di maglio forse più duro. È stato quando Mattarella ha evocato ciò che viene prima delle istituzioni repubblicane, e cioè la vita degli uomini e delle donne. Quando ha spiegato che la democrazia, oltre che l’adozione e il rispetto delle regole, “è qualcosa di più: è il continuo processo in cui si cerca la composizione possibile delle aspirazioni e dei propositi”. I compromessi dunque, non le grida. “E in questo cammino – ha specificato – un ruolo fondamentale lo giocano i partiti, le forze sociali, i soggetti della società civile”.

Insomma nel rievocare lo spirito vivificante del ‘46 è decisivo sottolineare che solo l’attuazione e la pratica della democrazia taglia le radici del populismo. Solo il rispetto della dignità delle persone – tutte – impedisce di scivolare, al di là della buona fede dei singoli, nella pratica dell’arbitrio e nello svilimento. Mattarella ha difeso la cittadella del sistema democratico e dei suoi meccanismi; il MoVimento vede irrimediabilmente spuntato l’apriscatole populista con cui voleva cambiare il sistema.

Una bella lezione, adesso che bisogna ripartire.

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