“Un altro giro” di Thomas Vinterberg, Oscar per il miglior film straniero 2021, ci porta in una scuola danese (dalla primaria alla secondaria superiore), non migliore delle scuole italiane. La didattica lascia a desiderare, le classi non sono così sperimentali come si pensa. E la proposta di coniugare alcol e didattica…

Se siamo timidi o arrugginiti come insegnanti di scuola superiore forse è perché ci manca il coraggio di bere un po’ di alcol quando siamo in servizio. Quattro colleghi e amici, Martin (Mads Mikkelsen), Tommy (Thomas Bo Larsen), Nikolaj (Magnus Millang) e Peter (Lars Ranthe) si accorgono che la didattica si va arrugginendo, i ragazzi non sono attratti dalle loro lezioni. Sia che si insegni storia (Martin), musica (Peter) educazione fisica (Tommy) o filosofia (Nikolaj). Nikolaj scopre che uno psicologo norvegese, Finn Skårder, ha sperimentato l’efficacia di mantenere un tasso alcolemico costante pari allo 0,5. Questo stato di leggera ebbrezza consente al soggetto di essere più disinvolto nell’affrontare i rapporti quotidiani con gli altri e la vita in generale. In ambito scolastico di erogare (come diciamo noi in Italia) una lezione con maggiore chiarezza espositiva, sicurezza nella performance e, ovviamente, empatia, coinvolgendo la classe con ottimi risultati.

I quattro iniziano a bere sino a quando, però, avendo esagerato, avranno problemi a scuola e in famiglia. Sul finale dovranno tornare a una controllata semi-sobrietà. Non senza che Johannes, il ragazzo timido, soggetto ad attacchi di panico, già ripetente, superi l’esame di maturità solo dopo che il prof. lo abbia invitato a bere un goccetto di vodka, diluita in acqua, durante la prova orale (l’altro membro della commissione non sospetta niente), e, miracolosamente si sblocca. Tanto da spiegare il pensiero filosofico di Søren Kierkegaard magistralmente: “Per il filosofo è centrale il concetto di fallibilità. A tutti capita di fallire, importante e ripartire con fiducia”. Se qualcuno dovesse definire la sceneggiatura, nelle scene della didattica, “da Bignami” offenderebbe il noto italiano autore di preziosi libretti-dispense.

Un altro giro (Druk, 2020) di Thomas Vinterberg, pur scegliendo la commedia, tra il realistico e il surreale, accattivante nella confezione, non appare molto educativo, e potrebbe produrre una fata morgana, con riverbero adolescenziale, a favore dell’abuso di alcol. Regia e montaggio sono al servizio di un impaginato elegante, dentro il quale il regista fa muovere delicatamente gli attori, tutti di buona scuola teatrale. Va menzionato il piccolo alunno, nella sezione primaria, affezionato a Tommy, isolato dai compagni, e poi incluso nella squadra di calcio, grazie al saggio docente di educazione fisica (che ci lascerà, per un infarto, prima del finale).

Esperto il direttore della fotografia, Sturla Brandth Grevlen, nel bilanciare gli interni spesso in ombra, come le vite in crisi dei protagonisti, e, nel caso di Martin e Nikolaj, in piena difficoltà di coppia. La chiusa con tutti i diplomati in giro per la città, su dei pullman scoperti, sul capo i berretti bianchi da marinaio, cantando e bevendo, è per noi un pezzo di tradizione scolastica scandinava che non conoscevamo. Accattivante l’happy end con Martin: nella generale festa dei diplomati inizia a danzare volteggiando nella piazzetta, esibendosi in autentici voli acrobatici, tra le case e il mare, davanti ai suoi studenti e colleghi, felice per aver ricevuto messaggini della moglie, desiderosa di tornare con lui. Qui la regia, con il montaggio corto, da video-clip, strizza, sagacemente l’occhio al pubblico giovane. Il tuffo finale di Martin verso il mare, stoppato dal fermo-immagine, omaggio a François Truffaut (I quattrocento colpi, 1959) è un invito a volare in alto dopo aver sbagliato, a gettarsi, con Martin Heidegger, nel mondo.

Sul piano della sceneggiatura anche Un altro giro, come quasi tutti i film sulla scuola (forse ad eccezione di Terza Liceo, 1954, di Luciano Emmer e di Una anno di scuola, 1977, di Franco Giraldi), difetta di verosimiglianza nel raccontare la didattica. La lezione di storia del Novecento di Martin appare davvero banale: l’uso di foto di personaggi, e relativo “test” a voce, per dimostrare che l’uomo privo di vizi (che non beve) si è trasformato in un dittatore, Hitler, a differenza degli altri due, Churchill e Hemingway, amanti dell’alcol, rivelatisi poi personaggi positivi ed eroi, è da telequiz. (Per non farci mancare nulla, ecco la pronuncia sbagliata di Kierkegaard, nel doppiaggio italiano: da evitare agli esami di Stato).

Non sappiamo se tutte le scuole danesi siano come questa ricreata dagli sceneggiatori Tobias Lindholm e Thomas Vinterberg: ma la lezione è solo frontale; non vediamo una Lim; un laboratorio multimediale. I ragazzi non usano il tablet. La riunione del Collegio dei docenti avviene in una stanza non tanto capiente. Tacciamo della preside, solo interessata al controllo dell’alcol. Così è, se vi pare, l’immaginario scolastico danese. E, pazienza! Beviamoci su un goccio di vino rosso italiano: piemontese, veneto, toscano, pugliese o siciliano (alla salute di Lindholm e Vinterberg, che fanno bere ai loro prof. solo vini francesi).

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