La magnifica idea di far disputare un campionato continentale itinerante è quasi un toccasana per sentirci più vicini e meno soli. Da Roma a Baku sono quattromila chilometri. Lungo questo percorso speriamo in un mese di vedere la speranza perduta rinascere. Le premesse sono ottime. La riflessione di Gennaro Malgieri

Vediamola così. Una suggestione che quantomeno dovrebbe migliorare l’umore. L’Europeo calcistico itinerante rinchiude nella botola dei cattivi pensieri (e non soltanto pensieri) la pandemia. Il Covid-19 si ferma davanti alla massiccia ondata vaccinale, dal punto di vista terapeutico, ma rimane paralizzato di fronte agli europei con la testa nel pallone, con gli stadi vocianti ancorché mezzi vuoti, con un fremito di entusiasmo che li contagia (finalmente in senso buono). La medicina dell’Uefa se non ha la potenza del farmaco, certamente favorisce la rinascita psicologica.

Ieri l’Italia ha battuto alla grande la Turchia (e chissà come ci sarà rimasto il sultano di Ankara che ha inviato suo figlio a Roma a rappresentarlo). Verranno altri risultati che entusiasmeranno o deprimeranno, questa e quella compagine, i favoriti ed i pronosticati perdenti. Per un mese l’alieno non occuperà la scena. Felice congiuntura l’incontro tra vaccini e pallone. Ma con una avvertenza. Come nel calcio le partite di fatto non finiscono mai, così la lotta al Covid non si arresterà ballando una sola estate. Quel che gli allenatori richiedono ai calciatori è la continuità. Ciò che aspettiamo da tutti è la vigile presenza della ragionevolezza. Che si vinca o si perda.

Comunque è una bella sfida. E quando nel catino dell’Olimpico, muto per mesi, si sono riaffacciati cori, applausi e sventolii di bandiere non possiamo negare che il cuore, soprattutto quello di chi maggiormente ha patito la tragedia, è tornato a battere più forte, e non soltanto perché gli azzurri facevano i fenomeni contro i poveri e sconcertati neo-ottomani preoccupati più della incazzatura di Erdogan che degli schemi tattici fatti saltare dalla sapienza di Mancini e dei suoi giocatori. Le anime e i corpi è come si fossero risvegliati spinti da una vitalità nuova, effervescente, dopo mesi di mestizia. Ed i dolori, che pur resteranno, forse in questo mese “europeo” si addolciranno come le piccole e grandi gioie umane che per nostra fortuna siamo capaci di costruire perfino sulle tragedie.

Il calcio è un grande vettore di entusiasmi collettivi. Anche quando non ci piace. Perfino quando accende reazioni negative nelle tifoserie di mezzo mondo. E pure criticarlo quando delude ed amareggia rientra in quella sfera di vitalismo agonistico che è poi il più efficace dei vaccini per andare avanti, per continuare a sperare.

La palla rotolante è come se ci distraesse dalle preoccupazioni alimentate da soggetti vari (non voglio accusare nessuno, credendo nella buona fede di tutti) che quotidianamente ci inoculano non l’antidoto, ma sentimenti di abbandono chiamandoci ad invischiarci nelle problematiche tutt’altro che tranquillizzanti inerenti gli eventi avversi e le noie burocratiche per poter andare a mangiar fuori, a viaggiare e a ballare. Da qualche parte ho letto pure disposizioni per fare sesso ai tempi del coronavirus. Si, certo, non viviamo tempi tranquilli, ma quanto meno si abbia il senso della misura…

E la misura, in questi giorni, non è più il parametro che ci esalta o ci fa precipitare nel pessimismo più nero. È l’Europa che scopriamo attraversandola correndo appresso ad un pallone. Chi l’avrebbe mai detto? Questo nostro Continente tanto amato eppur legittimamente vituperato quando assume le fattezze di un Leviatano inguardabile, è forse grazie ad una competizione calcistica il luogo dal quale parte la rinascita. Ce lo auguriamo vivamente e con commozione non dimenticando i morti e gli ammalati, il disfacimento della nostra comunità e delle altre lontanissime e sconosciute comunità prive di tutto, a cominciare dai vaccini, dal conforto, dalla speranza.

La magnifica idea di far disputare un campionato continentale itinerante è quasi un toccasana per sentirci più vicini e meno soli. Da Roma a Baku sono quattromila chilometri. Lungo questo percorso speriamo in un mese di vedere la speranza perduta rinascere. Le premesse sono ottime. E non manca l’entusiasmo per coltivare l’antico sogno che in ogni epoca, perfino durante le guerre, il football ha alimentato. Il Covid non è un incubo che passa quando ritorna il sole, ma non è neppure una maledizione eterna con la quale dobbiamo convivere per chissà quanto tempo.

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