Il G7 si è concluso con il lancio di un maxi-piano di investimenti delle democrazie proposto da Joe Biden, 40 trilioni di dollari nei prossimi 15 anni. Carlo Pelanda, analista geopolitico: è il contrattacco alla Via della Seta cinese, si giocherà in Africa. Italia? Il problema è la lobby filo-Pechino dei Cinque Stelle

Si chiamerà “Build back better for the world”, avrà un valore complessivo di 40 trilioni di dollari entro il 2035. Joe Biden è pronto a lanciare al G7 il guanto di sfida alla nuova Via della Seta cinese. Domenica, da Cardis Bay, i sette leader, compreso il premier italiano Mario Draghi, si impegneranno per un piano di sostegno ai Paesi in via di sviluppo, Africa in primis, con l’obiettivo di generare “centinaia di miliardi di investimenti in denaro pubblico e privato”, anticipa Reuters. Si tratta, nota Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi, di un documento “dall’enorme valore strategico”.

È una nuova via della Seta?

Nella forma no, nella sostanza non è così lontano. Le bozze del piano circolano da mesi. Prevede la creazione di aeroporti, porti, vie di trasporto aereo e marittimo dal Pacifico al Mediterraneo fino all’Africa. Suona come una risposta alla Via della Seta. Ma ha ragioni diverse alle spalle.

Quali?

Tutte le nazioni democratiche, a partire da Ue e Stati Uniti, stanno facendo i conti con un’emergenza epocale: l’ammodernamento delle infrastrutture. Basti pensare che Biden ha stanziato già più di 2000 miliardi di dollari per rinnovare un sistema americano ormai vecchio e inadatto, con il consenso bipartisan al Congresso. Il piano è una scusa per mettere più budget e fare debito, in Europa è una necessità, soprattutto per Italia e Germania.

Ma c’è già il Recovery Fund.

Sì, 750 miliardi di euro. A confronto è niente. Qui parliamo di un piano che vuole generarne 50 volte tanto nei prossimi quindici anni. Servirà il sostegno delle banche centrali, Bce e Fed, che dovranno detenere più debito pubblico. Ma, se permette, i soldi sono il meno. Per gi americani, lo vediamo in queste settimane, l’inflazione non è percepita come la fine del mondo. Ciò che conta è la strategia di lungo periodo.

Dove porta?

In Africa, in Eurasia, in parte anche in Sud America. Cioè tutte le zone di “frontiera” dello scontro fra Stati Uniti e Cina. A queste si sommeranno singole operazioni nazionali per respingere la Cina dalle infrastrutture critiche, soprattutto in Italia e Germania. L’America cerca una supremazia di sistema.

In Africa l’Ue non è mai andata oltre il piano Juncker, peraltro mai entrato in azione. Biden mette l’Unione di fronte ai suoi limiti?

Offre una prospettiva di reingaggio. America is back, anche in Africa, un quadrante dimenticato dalla precedente amministrazione. L’approccio non è poi così diverso da quello usato da Trump, solo che Biden, a differenza sua, oltre ai bastoni offre anche carote. Questo piano infrastrutturale, che finora è solo sulla carta, è un invito a ricostruire il fronte democratico a guida americana, ammantandolo di una missione “umanitaria”.

Gli alleati lo seguiranno?

Gli europei sono scettici, vedremo come reagiranno nel medio periodo. Vogliono capire quanto resisterà Biden. Le elezioni di mid-term saranno un passaggio cruciale per capire gli umori del Vecchio Continente.

Due anni fa l’Italia è stato il primo Paese G7 a firmare un memorandum per la Via della Seta cinese. Adesso ha l’occasione di fare marcia indietro?

Quell’adesione è rimasta sul piano formale, nei mesi a seguire ci sono state molte correzioni di rotta, alcune imposte da Washington DC. Il problema italiano è semmai la permanenza al potere di un partito dichiaratamente filocinese, i Cinque Stelle, che ha la maggioranza relativa in Parlamento. In questi anni la Cina ha offerto facilitazioni importanti alle grandi imprese italiane, chiedendo in cambio di fare pressione sul governo, e continuerà a farlo. La convocazione di Grillo e Conte da parte dell’ambasciatore cinese a Roma, durante il G7, è un segnale chiaro: la Cina è qui, e vuole restarci.

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