Sarebbe davvero il momento di passare da un welfare statico delle garanzie a un welfare dinamico delle opportunità, una gestione più innovativa del mercato del lavoro che coinvolga i soggetti più deboli, a cominciare dai giovani e dalle donne. L’analisi di Luigi Tivelli

Il nuovo quotidiano originale La Ragione diretto da Davide Giacalone e Fulvio Giuliani pubblica nel numero del 9 giugno una breve ma interessante e penetrante ricerca a cura di Luca Ricolfi e della fondazione Hume dalla quale emerge che nel mercato del lavoro italiano i non garantiti sono più numerosi dei garantiti.

La “società delle garanzie” non solo gode di ben più ampie tutele ma è numericamente sopravanzata dalla “società del rischio”, in quanto il segmento dei non garantiti è più ampio di quello dei garantiti. Infatti sulla base di elaborazione su dati Istat, Inps, Aran sulla stima di 22 milioni di occupati, la “società delle garanzie” sarebbe composta da 2,9 milioni di dipendenti pubblici (personale stabile) e da 7,8milioni di dipendenti privati di medie e grandi imprese (personale stabile). Il tutto ammonterebbe al 49% del totale degli occupati.

A fronte di questo 49% della “società delle garanzie” c’è il 51% della “società del rischio” che si compone di ben 7,8 milioni di dipendenti privati a contratto a termine di medie e grandi imprese, di 4,7 milioni di dipendenti privati di piccole imprese, di 0,4 milioni di dipendenti pubblici con contratto a termine e di quei 4,9 milioni di imprenditori e partite iva che sono un’ossatura economica fondamentale del Paese. Ovviamente dentro quest’ultima casella si va da soggetti molto forti e con redditi molto elevati a molto più numerosi soggetti deboli e con scarsissime protezioni sociali.

Ora, il problema è che il nostro welfare del lavoro e la linea dei sindacati è in larghissima parte concentrata a tutelare quel 49% della società delle garanzie, come si vede anche in questi giorni in cui l’apertura da parte del presidente Draghi di una piccola finestra sul blocco dei licenziamenti delle medie grandi imprese ha scatenato la reazione dei sindacati, del Pd, e per certi versi anche della Lega. E tutto questo avviene a scapito di chi è incluso nella società del rischio, a cominciare dai titolari di contratti a termine, dai giovani, dalle donne e da chi è fuori anche dalla società del rischio perché un’occupazione ancora non ce l’ha.

È come se fossimo tornati a quel famoso dibattito televisivo fra Ugo La Malfa e Luciano Lama degli anni 70’ in cui Ugo La Malfa, che pur rispettava quel grande sindacalista, gli ribatteva che se fosse stato più giovane avrebbe fondato un sindacato dei disoccupati e dei giovani perché il sindacato tutelava solo coloro che stavano rinchiusi nella fortezza dei garantiti.

E a tutt’oggi da questa fortezza dei garantiti né il sindacato né le politiche pubbliche del lavoro aprono ponti levatoi. È vero che nel Pnrr ci sono stanziamenti per le politiche del lavoro e per le politiche attive per il lavoro ma forse sarebbe stato meglio prevedere, così come si è fatto per i grandi problemi del Paese come la pubblica amministrazione, la giustizia, la concorrenza, una vera e propria riforma, perché ci sarebbe bisogno di una riforma “rivoluzionaria” che smonti la fortezza in cui è richiuso il mondo del lavoro e superi certe rigidità sindacali, coinvolgendo le agenzie private del lavoro, aprendo veri canali di formazione-lavoro per i giovani e veri e concreti processi di mobilità del lavoro e ricollocazione.

Sarebbe davvero il momento di passare da un welfare statico delle garanzie a un welfare dinamico delle opportunità, con una gestione più innovativa del mercato del lavoro che coinvolga finalmente i soggetti più deboli, a cominciare dai giovani e dalle donne.

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