Qual è il male oscuro che divora la possibile marcia comune del contenitore anti-sinistra? L’elemento più importante di spaccatura riguarda, ovviamente, l’adesione alla maggioranza di larghe intese che sostiene Draghi. Ma non solo… Il mosaico di Carlo Fusi

Sul Copasir litigano: Salvini vs Meloni. Sulla Rai se le danno di sanata ragione con accuse di patti leonini due contro uno: Lega e FI che boicottano FdI. Sui vaccini il copione viene rovesciato: Lega e FdI vanno a braccetto contro il Green Pass mentre Silvio Berlusconi dice che senza non si può stare.

È solo un piccolo florilegio degli sgambettamenti che segnano il rapporto tra le tre forze politiche del centrodestra: l’elenco infatti potrebbe continuare ma il senso è chiaro. È chiaro cioè che un cartello elettorale che nei sondaggi continua a posizionarsi intorno al 50 per cento e dunque maggioritario e in odore di vittoria alle elezioni politiche (quando saranno), non riesce tuttavia a trovare un’anima comune, un posizionamento allineato, un’immagine di unità, una sintonia di comportamento. Su ogni tema importante scattano le divisioni, su ogni passaggio significativo un pezzo si mette di traverso. Ieri è toccato a Cambiamo di Brugnaro-Toti sbarrare la strada al blitz sulla giustizia tentato dagli altri tre partiti.

Qual è il male oscuro che divora la possibile marcia comune del contenitore anti-sinistra? L’elemento più importante di spaccatura riguarda, ovviamente, l’adesione alla maggioranza di larghe intese che sostiene Draghi. Salvini con uno sforzo di grande impatto, FI più agevolmente, hanno aderito alla richiesta del presidente Mattarella e hanno appoggiato e appoggiano l’azione di governo del presidente del Consiglio. Giorgia Meloni è rimasta invece fuori. Con coerenza rispetto alla sue posizioni e guadagnando anche così il primato, sempre nei sondaggi, su tutte le altre forze politiche. Ma allo stesso tempo spaccando lo schieramento politico più ragguardevole del Paese sotto il profilo dei possibili consensi raccoglibili. Una faglia che qua e là viene riassorbita solo parzialmente, ma che continua a divaricare un mondo che rimane lontanissimo dal guadagnare un ubi consistam unitario.

È una situazione che genera due problemi, uno più immediato, l’altro a più lunga gittata. Quello più immediato riguarda non solo il Pnrr e le scelte per la ripartizione dei fondi in arrivo dalla Ue, ma soprattutto la battaglia per il Quirinale. Se infatti il centrodestra trovasse la quadra su una candidatura forte e comune, non c’è dubbio che avrebbe la possibilità di fare da king maker per possibili accordi e intese, candidandosi a guidare il gran ballo che porta al Colle. Se invece così non sarà, e allo stato non c’è traccia di possibili collanti in grado di agglutinare Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, allora la forza d’urto del centrodestra verrà inevitabilmente dimidiata, con l’effetto di favorire altri nel ruolo di regista e offrire al Centrosinistra un’iniezione gratuita di forza.

Il problema di più lunga gittata sta nel fatto che, indipendentemente dalla legge elettorale con la quale si andrà ai seggi, lo schieramento di centrodestra seppur nei pronostici vincente rischia di non avere un credibile piano d’azione per governare l’Italia. Non un progetto comune, non un afflato unitario, non una visione collimante di come affrontare i nodi che comunque si appaleseranno, a partire dalla lotta al Covid che purtroppo è destinata a continuare per mesi, forse addirittura anni.

Il che rappresenta un handicap di non scarso rilievo: anzi. La geografia elettorale che contraddistinguerà il momento del voto assai verosimilmente sarà diversa dall’attuale. Neppure saranno ininfluenti le decisioni che prenderà chi sarà presidente al posto di Mattarella compreso un possibile bis. Soprattutto non sarà facile convincere gli elettori che le divisioni sono robetta che il balsamo dell’eventuale successo nelle urne sicuramente cancellerà. Il mantra che Salvini, Meloni e Berlusconi si preparano a recitare è quello usato: siamo divisi ma governeremo assieme. Chissà se è quanto risulterà persuasivo nei confronti degli elettori.

I tre leader del centrodestra farebbero bene a pensarci per tempo. Altrimenti la vittoria potrebbe non esserci oppure risultare mutilata. E le bramosie, vere o presunte, su Palazzo Chigi trasformarsi in velleità impossibili da realizzare.

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