Il presidente di Symbola, che ha appena chiuso il seminario “Transizione verde e gusto del futuro”: mossa epocale della Commissione Ue, il patto green è il presupposto per la ripresa economica. La Cina dovrà inseguire. Carbon tax? Giusto, favorirà il reshoring, che serve anche all’Italia

Preso da un guizzo di tolkeniana nostalgia, Ermete Realacci la mette così: “Dobbiamo formare la Compagnia dell’Anello, elfi, nani, uomini, per combattere contro gli orchi”. Il presidente di Symbola, tra i padri dell’ambientalismo italiano, non parla di fantasy ma di realtà: il piano della Commissione Ue per ridurre le emissioni di C02 del 55% entro il 2035 è il presupposto per “un nuovo Patto Atlantico green”. Europa e Stati Uniti possono vincere insieme la battaglia del secolo. E chi ancora rimane scettico sulla fattibilità dell’impresa è di memoria corta, dice Realacci a margine del convegno di Symbola “Transizione verde e gusto del futuro”: “Ridevano dietro anche a Kennedy e ai suoi piani lunari”.

L’Europa s’è desta.

Non è una scelta isolata. Ci seguono Giappone, Corea. Anche la Cina si pone come traguardo il 2060, sa che non può perdere il mercato dell’innovazione green.

Perché accelerare?

Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti. In Canada ci sono 50 gradi centigradi sulla costa del Pacifico. In Antartide si è staccato un iceberg grande venti volte l’Isola d’Elba. In Germania la conta dei morti per le alluvioni non si ferma. Non ci rendiamo conto della portata di questo gesto.

Ci spieghi lei.

Quando ha presentato il Recovery Fund, la Commissione Ue ha usato tre parole: coesione, transizione energetica e digitale. Noi sappiamo sempre complicarci la vita e le abbiamo tradotte in sei missioni. Questo per dire che siamo di fronte a una sola missione che è sì umanitaria, ma anche industriale e ridefinirà le relazioni internazionali. Come hanno detto a più riprese Biden, Kerry, von der Leyen, la transizione verde diventa l’asse di un nuovo patto atlantico.

Un patto anti-Cina?

Le politiche climatiche sono sempre, per definizione, multilaterali. Ma è inutile nascondere la verità: dietro la partita verde c’è la competizione tech fra Cina e Stati Uniti, e questa mossa dell’Ue avvicina un po’ il blocco occidentale al traguardo.

Addio combustibili fossili?

Ci vorrà tempo, non accadrà dall’oggi al domani. E una parte dei combustibili fossili resterà necessaria, alcuni materiali si devono per forza ricavare da lì. Però una tendenza chiara è emersa, la riduzione è inevitabile. Ho sempre pensato che l’obiettivo emissioni zero nel 2050 assomiglia alla sfida spaziale di Kennedy. Quando nel 1962 ha detto che avrebbe portato un americano sulla luna entro la fine del decennio, molti gli hanno riso dietro. Sappiamo come è finita.

C’è un’altra faccia della medaglia: questa sfida avrà un costo non trascurabile per famiglie e consumatori.

Sì, e potrebbe essere un costo positivo.

Cioè?

Faccio un esempio. Abbiamo assistito a uno scontro di demagogie incrociate sull’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Quando è stata abolita, costava in media 220 euro a famiglia. Una bolletta energetica di un’abitazione standard italiana costa 1500-200 euro. Ridurla anche solo di un terzo significa risparmiare il triplo dell’Imu. Con la differenza che la riduzione del consumo di energia crea lavoro, e aumenta il valore delle case.

Veniamo alla Border carbon tax. Non rischia di colpire la competitività delle aziende di un continente che è da sempre esportatore?

Misura giusta, anzi giustissima. L’Europa, qualcuno dimentica, è il più grande mercato al mondo. Quando annuncia di caricare sui prodotti in ingresso la quota di emissioni di CO2 incentiva il reshoring, un processo rafforzato dalla pandemia, in Italia iniziato anche prima. Produrre all’estero è utile a presidiare i mercati. Ma un cinese ricco non vuole una firma italiana che produce in Cina.

Finisce un’era.

Bene, gioiamo. Rimanere a guardia del vecchio è sempre un rischio, il caso Blockbuster in America dovrebbe averci insegnato qualcosa. È un vizio italiano che spesso ci è costato caro. Quanti soldi abbiamo sprecato a forza di cercare carbone nel Sulcis, senza estrarne un solo chilo? Con gli stessi soldi avremmo mandato le famiglie dei minatori alle Seychelles, o permesso ad alcuni di loro di avviare una propria impresa riassumendo gli altri. L’innovazione o la guidi, o la subisci.

Quali settori bisogna presidiare?

Le nostre eccellenze. Per dirne una, siamo fra i leader mondiali nella chimica verde. Un tempo eravamo anche leader mondiali nei personal computer, poi qualche genio ha deciso che l’Olivetti non avrebbe avuto futuro. Spingiamo sui grandi progetti mondiali lì dove siamo già in pole position. La notizia della giga-factory di batterie di Stellantis a Termoli, fino a qualche anno fa un deserto industriale, è una grande notizia.

Europa e Stati Uniti si muovono all’unisono. Il Congresso ha approvato un piano da 3.5 trilioni con una normativa non lontana da quella introdotta a Bruxelles.

Sapevamo che il clima sarebbe stato un grande terreno d’incontro. Non è un caso se Biden vi ha dedicato il primo summit internazionale del suo mandato. Sa che da questa sfida dipende la ridefinizione degli equilibri internazionali. E, vedrà, interrogherà tanti pseudo-ambientalisti, la campana è suonata anche per loro.

È un mea culpa?

Io sono sempre stato un ambientalista pragmatico. C’è chi si impunta e grida contro l’Ue: meglio 2030 che 2035. Che senso ha? Se parte il treno della transizione verde, saranno le imprese a prendere l’iniziativa. Credono che se Volkswagen, Bmw o Mercedes realizzano un’auto elettrica a prezzi competitivi aspettano il 2035 o cercano di bruciare i tempi?

Symbola ha appena chiuso il seminario “Transizione verde e gusto del futuro”. L’Italia può riscoprirlo, questo gusto?

Sì, se abbandona un “calimerismo” diffuso e si rende conto del suo potenziale. Un’indagine di Oxford sulla più grande banca dati dei prodotti green al mondo colloca l’Italia alla seconda posizione per capacità di produzione green, potenzialmente al primo. Pesa l’innovazione, ma anche la qualità e la bellezza. Memo per i disfattisti in servizio permanente.

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