Pechino è pronta a mettere un balzello del 15% sulle esportazioni di acciaio accodandosi alla Russia regalando a un mercato già sotto pressione un altro brivido. Ma nulla è casuale. Al Dragone servono soldi, perché il suo debito è sempre più ingestibile. Ma c’è anche la partita geopolitica con gli Usa, spiega l’economista e grande esperto di Cina

E pensare che i produttori di acciaio cinese hanno toccato i 24 miliardi di euro di utili nel primo semestre dell’anno, con un incremento del 286% sul 2020. Un dato che a quanto pare non deve aver impressionato più di tanto il governo cinese, alle prese con la sempre più asfissiante stretta contro il fintech e con un debito pubblico più volte sfuggito di mano. Al punto da mettersi in scia alla Russia, facendo trapelare l’intenzione di imporre una tassa sulle esportazioni di acciaio.

Il balzello si attesterebbe intorno al 15% e secondo molti analisti non farà altro che aggravare la già tesa condizione del mercato dell’acciaio in Europa alle prese con livelli di prezzi sui record storici. D’altronde, nell’ultimo anno i prezzi dell’acciaio sono raddoppiati e adesso vendere acciaio cinese all’estero, costerà di più con inevitabili effetti sui prezzi finali.

Senza dimenticare che il Dragone è il primo produttore mondiale di acciaio, con una quota vicina al 50% per oltre 900 tonnellate annue (la Russia è il sesto produttore globale) e grazie a colossi, per lo più di proprietà dello Stato, come il gruppo Hebei Iron and Steel, la Angang Steel Company, la Baosteel, la Wuhan Iron and Steel Corp e la Jiangsu Shagang Company. Ma perché un simile colpo a un’industria non certo immune dagli effetti della pandemia? Formiche.net ne ha parlato con Carlo Pelanda, economista e docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi.

MAZZATA SULL’ACCIAIO. MA PERCHÉ?

“La decisione cinese può rappresentare essenzialmente due cose. La prima, una qualche forma di preparazione negoziale con gli Stati Uniti, come a dire che se qualcuno rompe alla Cina le scatole su una cosa, allora Pechino aumenta i costi commerciali di un bene. Questa motivazione avrebbe il suo senso geopolitico, in una logica di scambio, insomma”, spiega Pelanda. “La seconda ragione che può stare a monte di questa decisione è finanziaria: la Cina è messa male da un punto di vista finanziaria e per questo ha bisogno di soldi per finanziare il suo enorme debito che poi è un vero e proprio buco. Senza considerare che la crisi bancaria non è stata risolta, molti progetti cinesi sono oggi depotenziati e la via della Seta è in crisi. In più, è in atto una stretta fiscale sulle imprese finora favorite dal Pcc”.

Delle due, però, l’una. Pelanda prova a fare un azzardo. “Forse più la prima, il fatto che siamo dinnanzi a indiscrezioni porta di più sulla prima ipotesi ma non possiamo esserne certi di questo. Di sicuro la Cina è in grande difficoltà finanziaria, lo dicono tante spie accese da tempo e per questo in questo momento ha bisogno di denaro fresco e per ottenerlo può rendere l’acciaio più costoso all’estero e trattenerne un po’ in Cina. Il fatto è che la Repubblica Popolare soffre di una certa ingenuità di tipo strategico, non capisce bene come si sta al mondo. E allora tende a reagire in  questo modo, sottovalutando anche le conseguenze sui mercati”.

OCCHIO ALLO YUAN (DIGITALE)

Pelanda poi si sofferma anche sulla questione dello yuan digitale e dei possibili impatti sulla sovranità monetaria del dollaro. “Dipende da quanto credito i mercati daranno alla moneta virtuale cinese. Per molti attori del mercato finanziario, scambiare in yuan è una follia, dunque il punto non è se lo yuan è digitale o meno ma quanto può essere affidabile una moneta virtuale cinese. Bisogna considerare l’arma seduttiva della Cina. Nel mondo finanziario si notano gli sforzi cinesi di conquistare una maggiore credibilità, sforzi che partono proprio dall’operazione yuan: come a dire, se tu mi compri questa moneta, io ti regalo vantaggi fiscali”.

Che anche qui ci sia una logica di scambio e seduzione da parte della Cina lo dimostra anche il fatto che “le prime 5 banche americane hanno accettato di costituire joint-venture in Cina, mantenendo la maggioranza del capitale. Facendosi insomma legittimare in loco in cambio della modernizzazione del sistema del risparmio cinese. E lo stesso ragionamento vale per lo yuan. Però vorrei capire chi è così pazzo da fidarsi di una moneta emessa da un Paese in simili condizioni finanziarie e che non rispetta i diritti umanai. In conclusione, un tentativo di destabilizzare il dollaro da parte cinese ci sarà, ma un assalto dei privati alla moneta virtuale del Dragone non lo vedo, proprio no”.

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