La Cina ha testato un “veicolo riutilizzabile suborbitale”, partito dalla base di Jiuquan e atterrato su un aeroporto in Mongolia a 800 chilometri di distanza. È il secondo test comunicato da Pechino nel giro di dieci mesi per assetti destinati alle quote suborbitali, particolarmente attraenti per applicazioni di tipo militare (gli Usa schierano l’X-37B). D’altra parte, tutta la modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione si ispira al concetto di “fusione civile-militare”. Ecco come…

Mentre Richard Branson e Jeff Bezos si contendono i grandi riflettori dei media occidentali per i rispettivi voli suborbitali, sulle stesse quote la Cina, più silenziosamente, testa un veicolo “dimostrativo e riutilizzabile”. Ad annunciarlo con una stringata nota è stata la China aerospace science and technology corp (Casc), la principale azienda di Stato impiegata nella progettazione, realizzazione e impiego dei vettori spaziali. Lanciato dal Jiuquan satellite launch center (nel nord-ovest del Paese) lo scorso venerdì, il veicolo spaziale è poi atterrato presso un aeroporto distante 800 chilometri, situato nella Lega dell’Alxa, all’interno della regione autonoma della Mongolia cinese. Non ci sono foto ne video, ma solo una breve nota della Casc.

I PRECEDENTI

Con qualche dettaglio in più, invece, a settembre 2020 Pechino aveva annunciato (tramite le sue agenzie di stampa) il test di un “velivolo sperimentale riutilizzabile”. Partito anch’esso dal Jiuquan satellite launch center, spinto nell’orbita bassa terrestre (Leo) dal razzo cinese Lunga Marcia 2F, il mezzo era ritornato a terra due giorni dopo in planata. In quell’occasione, Chen Hongbo, ricercatore della Casc, notava che “il prossimo spazioplano volerà nell’atmosfera come un aereo”, indicando dunque uno sviluppo ulteriore verso un velivolo in grado di raggiungere lo Spazio senza l’utilizzo di un razzo vettore ma con il solo utilizzo del combustibile presente a bordo. Di razzo vettore non si parla nella comunicazione della Casc sul test più recente, e non è dunque da escludersi che possa trattarsi di un assetto diverso rispetto a quello provato a settembre scorso.

I SUCCESSI DELLA CINA

La notizia arriva a culminare mesi di particolare successo per il programma spaziale cinese. Lo scorso maggio è arrivato nell’orbita terrestre il primo modulo della Tiangong-3, la terza stazione spaziale del Dragone. Poche settimane dopo ci sono arrivati tre taikonauti, protagonisti il successivo 4 luglio della prima attività extra-veicolare, anche nota come passeggiata spaziale. Nel frattempo, a metà maggio, su Marte è arrivato “Zhurong”, letteralmente “dio del fuoco”, un rover destinato ai primi studi scientifici del Paese su un pianeta diverso dalla Terra. Il prezioso carico fa parte della missione Tianwen-1, la “ricerca della verità celeste”, partita a luglio dello scorso anno e arrivata nell’orbita di Marte a febbraio. Per la Luna le ambizioni sono altrettanto rilevanti. A gennaio 2019 la Cina sorprese il mondo arrivando per prima con un lander sul lato nascosto del satellite naturale. Ora l’attenzione è per la International Lunar Research Station (Ilrs), il progetto per una stazione sulla superficie lunare portato avanti con la Russia, in evidente competizione con il programma americano Artemis.

IL COLLEGA AMERICANO

Anche sul misterioso progetto dello spazioplano si addensano gli obiettivi di competizione con gli Stati Uniti. Il progetto cinese si affianca, idealmente, all’americano X-37B, lanciato in orbita per la prima volta nel settembre 2017 grazie al vettore Falcon 9 di SpaceX, completato 780 giorni di missione nello spazio. Sviluppato da Boeing, lo spazioplano è alto 2,9 metri, largo 8,9 metri e ha un’apertura alare di 4,5 metri, per un peso complessivo di 4.990 kg. Similmente a quanto verificatosi nel caso cinese, anche gli apparati statunitensi non hanno divulgato informazioni riguardo tutte le missioni svolte in orbita. In un precedente articolo per Formiche, l’ingegnere ed esperto aerospaziale Marcello Spagnulo aveva sottolineato l’importanza di questo tipo di velivolo: “Non si deve sottovalutare il ruolo strategico che questo drone del Pentagono avrà nella futura architettura militare della Us Space Force”.

UNO SPAZIO MILITARE?

Lo stesso vale per Pechino, i cui interessi per il volo suborbitale potrebbero non essere meramente scientifici. Pochi giorni fa, due analisti americani, Taylor A. Lee e P.W. Singer, hanno lanciato l’avvertimento sulle colonne di DefenseOne: “Il programma spaziale della Cina è più militare di quanto si potrebbe pensare”. Come notato i due, “le organizzazioni di pianificazione e direzione dello Spazio, le infrastruttura di terra che supportano i programmi spaziali e gli stessi taikonauti sono tutti sotto la competenza dell’Esercito popolare di liberazione”. Dunque, “comprendere queste connessioni è importante per qualsiasi piano di cooperazione con la Cina nello Spazio, governativo e commerciale”. Anche perché il confine tra i due appare particolarmente labile.

LA STRATEGIA

Il legame tra gli aspetti civili e quelli militari del Dragone d’Oriente non è un fenomeno nuovo. Come spiegava Simone Dossi, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale presso l’Università Statale di Milano, non-resident research fellow del Torino World Affairs Institute (T.wai), l’aspetto “meriterà maggiore attenzione” tra quelli del XIV Piano quinquennale del Partito comunista cinese “non è tanto il quanto della modernizzazione militare, bensì il come”. Difatti, aggiungeva, “molta attenzione è stata dedicata in questi anni alla cosiddetta fusione militare-civile (jun-min ronghe), cioè all’integrazione fra settore della difesa e settore civile (pubblico e privato) per ridurre i costi e facilitare i processi di innovazione”. Ciò avviene anche nello Spazio, un comparto su cui Pechino ha puntato con decisione.

INIZIATIVE PRIVATE

Nel suddetto Piano quinquennale è stata inserita la realizzazione di uno spazioporto commerciale dedicato al supporto delle attività spaziali private. Attualmente la Cina possiede quattro siti di lancio nazionali, tutti inseriti in basi militari, da tempo in via di congestionamento visti ratei di lancio sempre in crescita. Per questo ci sono diversi progetti già avviati, come una nuova base nel deserto del Gobi e un centro di supporto vicino alla costa orientale della provincia dello Shandong per i lanci da piattaforme marine. La proposta del nuovo sito di lancio commerciale venne formulata già nel 2018 dall’agenzia spaziale cinese (Cnsa), che iniziò allora le esplorazioni per l’identificazione di un sito adatto. Il progetto è in linea con una serie di mosse effettuate da Pechino per facilitare e supportare il proprio settore spaziale commerciale emergente, comparto che ha visto nel 2014 la prima apertura al capitale privato. Tra le principali start up cinesi dello Spazio figura iSpace, la prima azienda privata cinese a lanciare un razzo nel luglio del 2019, nata (insieme a Landscape, OneSpace e Galactic energy, Deep blue aerospace, Linkspace, Spacetrek e Space transportation) dopo il via libera di Pechino (sempre nel 2014) allo sviluppo del settore privato nel campo dei lanciatori e dei piccoli satelliti. Ad agosto dello scorso anno iSpace ha ottenuto finanziamenti in venture capital per 173 milioni di dollari per sviluppare nuovi vettori spaziali.

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