In uscita domani su La Civiltà Cattolica il saggio dell’islamologo e docente di Teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana che racconta il lungo percorso di amicizia islamo-cristiana che Francesco ha compiuto durante tanti suoi viaggi dal 2013 in poi. Un segno di dialogo fra religioni. La riflessione di Riccardo Cristiano

Imparare a comprendere il dolore dell’altro. È questo il semplice ma importantissimo punto d’avvio del dialogo islamo-cristiano in Francesco. La lettura del bel saggio che padre Felix Körner ha scritto su la Civiltà Cattolica, in uscita domani sabato 3 luglio, su Francesco e l’Islam in buona sostanza comincia così. L’articolo offre una lettura essenziale per l’oggi del mondo e quindi per la comprensione di questo pontificato: il lungo percorso di amicizia islamo-cristiana che Francesco ha compiuto durante tanti suoi viaggi dal 2013 in poi.

Si parte dalla visita al Gran Muftì di Gerusalemme, quando l’incontro da pontefice con i musulmani si è avviato in questa stupefacente indicazione: superare il grande ostacolo alla reciproca comprensione posto dal considerare il proprio dolore, la propria sofferenza, incomparabili. È quello che purtroppo non hanno saputo fare in Siria, ad accezione di alcuni ammirabili casi, tra i quali spicca quello del costante sforzo del nunzio Zenari. E che il papa già indicava nel pieno della tormenta siriana, nel 2014: “L’empatia con la storia ferita dell’interlocutore non fa apparire ingiustificato il proprio dolore e le proprie affermazioni, ma rende possibile, proprio a partire dal comprendere, la comprensione”.

L’anno seguente un altro simbolo sorprendente: nella Sarajevo simbolo della devastazione settaria Francesco ha agito in un modo che non rientra nella prassi cattolica, pregando accanto a rappresentanti delle altre religioni: “Le riserve della Chiesa nei confronti di una troppo evidente «preghiera interreligiosa» nella sfera pubblica si possono dunque comprendere sul piano teologico, ma non dovrebbero essere il criterio ultimo in tutte le situazioni. Piuttosto, ci sono molti momenti in cui testimoniare l’unità – anche quando si sta insieme davanti all’unico Dio – è più importante del testimoniare la differenza della preghiera caratterizzata dall’alleanza data storicamente da Dio. Un momento del genere è arrivato a Sarajevo, dopo anni di conflitti e distruzioni. Così, al termine dell’incontro ecumenico e interreligioso, Francesco ha invitato tutti i presenti a pregare insieme con una straordinaria invocazione a Dio: «All’Eterno, all’Unico e Vero Dio Vivente, al Misericordioso». Ebrei, cristiani e musulmani possono condividere e pronunciare coerentemente questi attributi di Dio”.

Qui ci sono chiari vocaboli propri e ben comprensibili a ebrei, cristiani e musulmani. C’è un altro modo per trasformare la lacerazione passato in vicinanza?

L’anno seguente questo pellegrinaggio di amicizia da costruire ha fatto tappa a Baku, in Azerbaijan, prima secolarizzato dai comunisti, poi islamizzato nel tempo seguente. La rigida regolamentazione della vita religiosa comunitaria stabilita da una legge che comunque distingue Stato e religione è certamente un problema. Francesco lì ha ricordato le tradizionali vetrate colorate in cornici di legno, un’arte azera nota nel mondo: “vetro e legno lavorano insieme, per così dire, senza alcuna prevaricazione. Il vetro è tenuto dal legno. Le vetrate, d’altra parte, sono ciò che permette alla luce di risplendere nella stanza. Questo è anche il compito delle religioni: lasciar entrare «la luce indispensabile per vivere». Come i telai di legno sorreggono le vetrate, così la «società civile» deve dare al tempo stesso sostegno e spazio alla religione”.

Nel 2017 Francesco è arrivato al Cairo e il suo discorso ha sottolineato il duplice rischio: la privatizzazione della religione, che non può essere cancellata come non può essere cancellato il Monte Sinai, che tutti vedono, ma anche la strumentalizzazione: “La religione è un orientamento nella società solo se è pubblicamente visibile, ma non asservita a determinati gruppi. Piuttosto, un’alleanza veramente orientata alla religione ha come prospettiva il bene comune”. Dunque i fedeli di ogni fede devono essere di stimolo ma anche al servizio di una convivenza più umana.
Ci avviciniamo al momento più sorprendente, il 2019. È l’anno della firma inattesa: Francesco e l’imam che lo ha ospitato al Cairo, l’imam dell’università islamica di al-Azhar, firmano ad Abu Dhabi il documento comune sulla fratellanza umana. Pensabile? Impensabile. Eppure è così, ed è anche stato un evento un po’ trascurato. E infatti il saggio di padre Körner non trascura la critica di molti: i fratelli o sorelle dei cristiani o cristiane sono gli altri cristiani e le altre cristiane, non tutta l’umanità. Personalmente mi sarei chiesto allora chi avrebbe creato i non cristiani: sarebbero una falsa umanità? Il testo è molto più utile e profondo e vi si legge: “ Il dubbio, tuttavia, è ingiustificato, perché l’idea dell’intera umanità come famiglia di fratelli e sorelle è stata adottata da tempo nei documenti papali e conciliari. Inoltre, l’enciclica Fratelli tutti (FT) chiarisce la questione della fratellanza universale su un piano esplicitamente teologico: Francesco sa che non tutte le persone riconoscono Dio come loro Padre celeste, vivendo di conseguenza nella solidarietà tra loro. Perciò l’enciclica ricorda che ogni creatura è chiamata ad essere figlio o figlia di Dio. L’invito a che tutti si riconoscano reciprocamente come fratelli e sorelle è quindi un messaggio teologicamente appropriato e che oltrepassa i confini delle religioni, con una grande forza irradiante; e dove le persone si sentono legate tra loro con un vincolo di fratellanza, la solidarietà concreta diventa naturale. Ma non per questo ci deve essere uniformità degli uni con gli altri: i fratelli possono certamente essere diversi gli uni dagli altri”.

Questo è lo sguardo di Francesco sulla fratellanza e appare sottovalutato che si sia trovato il modo di condividerlo ufficialmente anche con lo sguardo della principale autorità teologica dell’Islam sunnita.

E questo non può non condurci all’incontro con la principale autorità teologica sciita, l’ayatollah Ali al-Sistani, che Francesco è andato ad incontrare nella città santa dello sciismo, Najaf. La fratellanza riguarda entrambe le principali famiglie islamiche. È soprattutto per questo che l’autore convince quando sottolinea che l’incontro tra il papa e al-Sistani non può essere considerato nell’ottica delle differenze tra al-Sistani e altri visioni sciite iraniane, vista la naturale e nota complessità della famiglia sciita: al-Sistani è di nascita egli stesso iraniano. L’incontro di Najaf ha preceduto di poche ore la cruciale cerimonia di Ur , dove Francesco ha detto che «L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello», frase sulla quale ci si potrebbe fermare per ore. Ma l’osservazione che colpisce e arricchisce di padre Körner spiega di più del successo di un viaggio che il papa ha intrapreso da “pellegrino e da penitente”: “Si deve tener conto anche del fatto che non pochi musulmani abbiano potuto percepire l’intera storia di guerra e di emergenza degli ultimi anni come un’aggressione cristiana”.

E se si ripensa alla storia di quel drammatico 2003 si ricorderà Giovanni Paolo II e il suo “no alla guerra”.

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