La Commissione Difesa del Senato ha approvato la sua Relazione sull’export del settore. Chiede al governo di re-introdurre un Comitato interministeriale che si occupi dell’indirizzo politico, ma anche di chiarire l’impatto strategico (e le ricadute diplomatiche e di sicurezza) delle scelte sulle autorizzazioni. E domani scade l’ultimatum degli Emirati sulla base di Al Minhad…

È “necessario che il governo valuti la possibilità di reintrodurre un comitato interministeriale responsabile di  formulare gli indirizzi generali per le politiche di scambio nel settore della difesa; di definire le direttive d’ordine generale per l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento e di sovrintendere all’attività degli organi preposti all’applicazione della legge”. È quanto ritiene la Commissione Difesa del Senato, presieduta da Roberta Pinotti, che ieri ha approvato la relazione proposta dal senatore Massimo Candura sull’export della Difesa, legata al consueto iter esame sulla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, relativa all’anno 2020, redatta dall’Uama, l’ufficio della Farnesina responsabile per le autorizzazioni all’export militare.

I NUMERI

La relazione dell’Uama registra per lo scorso anno vendite per 4,6 miliardi di euro. Conferma il trend negativo degli ultimi anni, facendo segnare un -10% sul 2019. Il trend è negativo dal 2016, quando i dati erano schizzati in su (+85% sul 2015) grazie alla commessa da 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait. Nel 2017 aveva pesato il maxi contratto da 4,2 miliardi di euro per le sette navi vendute da Fincantieri al Qatar, corredate dai sistemi di Leonardo a MBDA. Per l’anno scorso sono mancati i grandissimi contratti: nessuna autorizzazione supera il miliardo di euro. Il contratto più rilevante vale 990 milioni di euro e riguarda le due Fremm vendute all’Egitto, pari al 25% del valore totale delle esportazioni. Numeri da inserire in un contesto internazionale a crescente competizione, con mercati sempre più affollati e competitor agguerriti, attrezzati di adeguato supporto istituzionale.

PER UN COMITATO DI MINISTRI

È in questo contesto che si inseriscono le rilevazioni della Commissione Difesa del Senato, all’interno di un più generale dibattito (ospitato da Formiche.net e dalla rivista Airpress) che mira a sostenere l’export di settore, strategico non solo a livello economico, ma soprattutto come elemento di politica estera e posizionamento globale. Non a caso, la relazione approvata dalla Commissione di palazzo Madama rileva che le decisioni sulle esportazioni di materiali d’arma “devono tener adeguatamente conto  non solo della nostra politica estera e di difesa nel contesto globale, ma anche delle ricadute sul sistema-Paese nel suo complesso”. È per questo che la stessa Commissione ritiene necessario che il governo “valuti la possibilità di reintrodurre un comitato interministeriale responsabile di formulare gli indirizzi generali per le politiche di scambio nel settore della difesa; di definire le direttive d’ordine generale per l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento e di sovrintendere all’attività degli organi preposti all’applicazione della legge”.

LA PROPOSTA

L’idea è stata lanciata su queste colonne da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali, la normativa di riferimento è la legge 185 del 1990. “Ma pensare di regolamentare l’interscambio di equipaggiamenti militari con vecchie regole è come provare a regolamentare il traffico aereo con le norme e le procedure in vigore quando c’erano solo gli aerei a elica”, ha spiegato. Da qui la proposta di elevare il tema a livello politico e di avere maggiore coordinamento, ripristinando il Cisd, il comitato interministeriale introdotto nel ’90, ma cancellato nel ’93. Secondo Nones, permetterebbe di “non far prevalere un singolo profilo ministeriale su tutti gli altri e di trasformare ogni decisione in una scelta governativa”. Anche secondo il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa, “andrebbe elevato il livello delle decisioni sulla esportazioni sottraendolo alla modesta collocazione in un ufficio della Farnesina”, l’Uama. Dunque, “andrebbe riesumato il consesso dei ministri, il Cisd, previsto inizialmente dalla legge 185 e poi improvvidamente e senza valida ragione cassato dalla stessa”.

IL CASO EMIRATI

Alla base c’è la convinzione che collegialità governativa permetta di valutare al meglio le scelte sull’export militare, evitando dunque eventuali errori di valutazione. Il caso più recente riguarda l’ultimatum (in scadenza domani) che gli Emirati Arabi Uniti hanno dato all’Italia per lasciare la Forward Logistic Airbase di Al Minhad, utilizzata dalle nostre Forze armate dal 2015 per pressoché tutti gli impegni nell’area. Ultimatum arrivato sulla scia dell’insofferenza di Abu Dhabi per la mossa con cui, lo scorso gennaio, l’Italia ha revocato le licenze all’export (già autorizzate) di bombe verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi per contribuire a fermare il conflitto in Yemen. Re-istituire il Cisd? “Sì, o anche il Gliced (il Gruppo di lavoro interministeriale per il coordinamento per l’esportazione di materiali per la Difesa), ma tutto è superfluo se non c’è la volontà politica di poter determinare certe scelte ed indirizzi”, ha notato il deputato di Forza Italia Matteo Perego di Cremnago. “Penso in questi giorni ai nostri competitor che si sfregano le mani per il nostro masochismo”.

RAFFORZARE LE VALUTAZIONI

È forse per questo che la Commissione presieduta da Roberta Pinotti ritiene necessario che il governo “esprima chiaramente”, attraverso la relazione annuale, “l’impatto strategico delle scelte che si compiono nelle procedure di autorizzazione o di diniego delle esportazioni dei materiali di armamento, con particolare riferimento alle ricadute politico-diplomatiche e di sicurezza, e a quelle di natura commerciale, industriale e occupazionale”. C’è anche di più. La Commissione chiede che si “rafforzi la leggibilità della Relazione e dei dati in essa contenuti, valutando in particolare di reintrodurre la prassi, avviata a partire dal 2006 e interrotta pochi anni dopo, di accompagnare il testo con un Rapporto sui lineamenti di politica del governo in materia di interscambio di equipaggiamenti militari, a cura della presidenza del Consiglio, come introduzione di carattere politico del documento”. Dunque, si chiama in causa Palazzo Chigi, proprio con l’obiettivo di riportare la struttura dell’export sotto una visione politica più generale.

GOLDEN POWER E G2G

Nella relazione della Commissione ci sono altre due necessità rilevate: “La coerenza tra le politiche in materia di esportazione dei materiali di armamento e l’esercizio dei poteri speciali (golden power) nei settori di rilevanza strategica per il Paese”, e il perseguimento delle “attività previste dalle recenti normative in tema di rapporti Gov-to-Gov, completando il processo di implementazione delle norme in materia, anche mediante il potenziamento, dal punto di vista strumentale e del personale, delle competenti strutture amministrative della Difesa”.  Il nostro Paese si è dotato di un meccanismo g2g dalla fine del 2019 con la legge di bilancio. La prima applicazione (con l’Austria) è ancora in fase di definizione.

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